Corriere piccolo

lunedì 27 dicembre 2010

Viola

Viola avrebbe voluto liberarsi del lettone matrimoniale, cambiare arredamento: mandare al diavolo suo marito.
Si disse che lo avrebbe fatto alla prima occasione, per l’arredamento, così da allontanarsi sempre più dai sette anni trascorsi in quell'appartamento. Non li voleva cancellare, semplicemente guardarli da lontano, con distacco.
Avrebbe fatto dei cambiamenti, ne sentiva l’intima certezza, ma non in quel momento. Al presente, desiderava unicamente distendere il suo corpo, provato dalla lunga giornata di lavoro fuori e dentro casa, nell’ampio e confortevole materasso a due piazze.
Quel cucchiaio di minestra caduto, o gettato?, sul pavimento… lasciato lì a corrodere la cera sulla palladiana, le sembrava uno spregio alla sua persona. Provava una forte indignazione e non poteva prendere sonno.
«Che ne sa lui della fatica di lavare e stendere la cera su questo marmo bellissimo, ma delicato da governare?» e poi continuava «Quella maledetta vite dell’impugnatura della lucidatrice che, difettosa, s’è persa appena dopo l’acquisto e devo stare ricurva sull’asta troppo corta, ogni volta che lucido il pavimento, con dolore notevole alle reni… sono cretina!» si biasima « da cinque anni mi adatto a questo disagio: sono cretina!» continua «forse lui ci prova un piacere perverso se glielo dico».
Nei primi tempi Adamo si pavoneggiava nel farle credere che avrebbe risolto lui ogni inconveniente. A quelle promesse forse ci credeva egli stesso, come per il recupero di quella vite particolare. Viola aveva riposto molta fiducia in lui sotto ogni profilo e le era sembrato il miglior uomo in assoluto. Inoltre si dimostrava incline alla costruzione di una vera e solida famiglia e lei non pretendeva presupposti migliori.
I primi tempi erano stati belli e ricchi di entusiasmi. Vivevano felicemente il loro rapporto di coppia senza escludere le buone relazioni sociali con amici e colleghi di lavoro. Erano tempi molto promettenti…cosa sarà andato storto?
Viola non vuole soffermarsi su questa domanda. Torna all’episodio della vite difettosa. L’aveva vissuto à la guerre comme à la guerre fra lei e la commessa del magazzino di elettrodomestici. Si era accorta del problema subito dopo l’acquisto e le era stato assicurato dal venditore, nella persona della suddetta commessa, che nel giro di una settimana al massimo, la vite sarebbe stata sostituita. Nella fattispecie l’oggetto era di calibro e lunghezza particolari, del tipo non reperibile attraverso i canali ordinari e, come si vedrà, neppure straordinari.
La venditrice rinviava la soluzione di settimana in settimana confidando in una resa per sfinimento di Viola. Sbagliava! Quella vite non contava più nulla per Viola. Diventò una contesa per le false promesse; e intraprese la tattica del logoramento a sua volta. Di fatti all’ennesima richiesta di riparazione del manico i nervi dell’addetta alle vendite cedettero.
«Al suo posto, io, avrei sostituito la vite con una qualsiasi altra in commercio!» disse con voce stridula. Adamo sostenne di aver già tentato la ricerca altrove e che non vi aveva trovato nulla di adatto.
Tutti e tre furono molto irritati da presupposti diversi, naturalmente. Cercarono il proprietario del magazzino, il quale declinò pretestuosamente la responsabilità.
La ditta era abbastanza grossa e saltuariamente usufruiva di servizi dell’azienda presso cui era impiegata Viola. E fu così che in forma del tutto legale ebbe modo di risarcirsi moralmente del danno subito e che sarebbe continuato fino alla sostituzione dell’ormai vecchio elettrodomestico; si risarcì applicando alla ditta di elettrodomestici la tariffa più alta a fronte di un servizio reso.
«I conti tornano sempre!» pensa Viola «La Vita, ci pensa lei a pareggiarli!»
Con questo pensiero rassicurante prese sonno.

domenica 19 dicembre 2010

E' Natale!

Sulla solidarietà, più praticata che capita.

Buon Natale! In questi giorni di clima festivo, ritorno facilmente a rievocare la mia infanzia, quando la mia famiglia era completa: Papà, mamma e tre fratelli. Una pratica che si chiama nostalgia, bisogno di appartenenza. L’appartenenza si allargava oltre le mura domestiche, in quei tempi. Noi bambini appartenevamo a tutto il borgo. Eravamo vigilati e protetti da un patto solidale fra genitori.
La rievocazione è condensata e non rispecchia tempi dettagliati. E’ come un quadro di Chagall in cui gli elementi convergono fluttuanti. Figure, ambienti, espressione dei volti , il sorriso, la mano che porge, un richiamo, la radio che suona, abbassa il volume, le donne che fanno la spesa, la pasta, lo zucchero, il caffè, la farina, accartocciati nella carta paglierina. La conserva di pomodoro, il grana, il pecorino sardo che costa meno, le aringhe, il baccalà, la fetta di cioccolata, nella carta velina. L’olio: un quarto, mezzo litro, tre quarti, la bottiglia portata da casa. La bilancia Berkel, i grammi, attenti ai grammi! Il conto, attento al totale! L’ho ripassato tre volte! Mi raccomando, non so fare di conto, mi fido! Segna sul libretto, pagherò con il Raccolto! Voci…voci di donne e di papà che serviva le donne, Nino…Nino …nel campo dalle cinque a zappare, la salute, il raccolto, ti pagherò! Non hai pagato, la salute prima, capisco,il conto…E’ Natale!, sei bambini, la pasta, il pecorino, la conserva, l’olio… e una fetta di cioccolata: E’Natale!

venerdì 17 dicembre 2010

Crisi sistemica: l'ora della verità si avvicina di Gilles Bonafi- 16/12/2010

E' utile sapere che:

L’8 novembre 2010 ha avuto luogo un evento d’importanza capitale, che è stato trattato in due righe dalla maggior parte dei quotidiani più importanti. Ovvero, lunedì 8 novembre Ambac Financial, l’assicuratore delle obbligazioni americano, si è posto sotto la tutela del paragrafo 11 della legge sui fallimenti degli Stati Uniti.
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=36322

mercoledì 8 dicembre 2010

Aderisco all'appello di Adamus "Aiutiamo Bruna"

Vedi Adamus-blog:http://adamus-adamus.blogspot.com/

Link del blog di Bruna Cavasin

http://lookuppainting.blogspot.com/

Cari saluti e bonne chance, Nou.

giovedì 25 novembre 2010

Cari saluti



Ancora un'immagine di danza... per prendere congedo.
Vi ringrazio di avermi seguita.
Un affettuoso abbraccio

Nounours
(Sempre difficile congedarsi da un blog: p.s. del 20/12/2010)

Ballerini


lunedì 22 novembre 2010

venerdì 12 novembre 2010

Centro Commerciale - conclusione

La giovane, servitasi di un tè, con il bicchiere di plastica riempito sino all’orlo, lo teneva in mano in attesa che intiepidisse un po’. Mi guardava impaziente di molte domande.
- Cosa leggi in questo libro giallo?
- Non è un libro giallo, di giallo ha solo la copertina.
Silenzio…
- Che libro è?
- E’ un libro di filosofia.
- Cosa c’è scritto?
- Cose complicate da capire.
Silenzio…
- Perché lo leggi?
- Se riesco a capirci qualcosa potrò ragionare meglio su cosa c’è da capire del mondo.
Silenzio…
- Continuo: ci sono persone che lo studiano un libro così con un insegnante che lo ha studiato prima di loro e insieme ricercano il significato racchiuso nei pensieri descritti dall’autore-filosofo.
Silenzio… Lo sguardo è divenuto critico, sembra aver preso della distanza.
Continuo per dissipare la sua perplessità crescente. Intuisco il suo timore di trovarsi alla presenza di una mentecatta, perciò cambio registro:
- A te piace leggere?
- Si, quando sono a scuola.
- Vai a scuola?
- Ho ancora un anno da fare.
- Oggi non ci sei andata?
- No!
- Perché?
- Sono venuta qui.
- Frequenti qui a Bologna?
- Si… a volte si, ma anche a Messina.
Ora il suo tè dovrebbe essersi raffreddato. Ne prende un sorso. Passa il liquido da un lato all’altro della bocca. Dopo averlo trattenuto fra il palato e la lingua, come in attesa di prendere la giusta mira, lo sputa di un fiotto rapidissimo nel bicchiere.
- E’ ancora troppo caldo il tuo tè?
- No!
Continua a scrutarmi. Sorseggia di nuovo la sua bevanda e risputa con lo stesso impeto nel rimanente tè. Dev’essere nervosa!
- Cosa fai qui? Mi chiede.
- Aspetto mio figlio che è qui per lavoro.
- E dopo, dove andrete?
- Torneremo a casa.
- Dove abiti?
- A Venezia.
Silenzio…
- Tu dove abiti?
- Nel campo qui dietro, a volte a Messina e a volte in Francia… In Francia ci vive il mio fidanzato. Il prossimo anno mi sposo.
Ora sono io a sgranare gli occhi!
- Quanti anni hai?
- Tredici.
- Non devi finire la scuola?
- Sì!, ma anche mi sposo.
- Andrai in Francia quando ti sposi?
- Andrò anche a Messina. Mi piace Messina, c’è caldo e c’è il mare.
- La Sicilia è molto bella.
- Non sono mai stata in Sicilia.
Silenzio… il mio.
- Non ti hanno mai insegnato a scuola che Messina è un luogo che si trova in Sicilia? Come altre città denominate Palermo, Trapani, Agrigento, Ragusa, Catania…
- Catania, sì! Ci sono stata.
La ragazza sorseggia e trangugia. E’ di nuovo a suo agio.
- Così ti sposerai… Quanti anni ha il tuo fidanzato?
- Sedici.
Silenzio…il mio.
- Io voglio aspettare, ma lui non vuole.
Con occhi furbi e divertiti, mi fa sapere che lui vorrebbe già fare un bambino.
Silenzio…sempre il mio.
- Io voglio aspettare di finire la scuola.
- Cosa dicono i tuoi genitori?
- Va bene.
- Tu non credi di essere ancora troppo giovane?
- Non so. Il mio fidanzato vuole così… Dimmi cosa dovrei fare? Mi chiede dubbiosa.
- Aspettare! Siete due ragazzini.
- Io vorrei aspettare e lui no, ma ho paura di dirlo.
- Fatti aiutare dai tuoi genitori.
Silenzio…
- Mi dai un po’ di soldi che telefono in Francia?
Tiro fuori delle monete da 50 centesimi, ne ho un numero più che sufficiente. I suoi occhi ora brillano di gioia e… sparisce correndo.

mercoledì 10 novembre 2010

martedì 9 novembre 2010

Sculture

Amanti

Amanti - particolare

giovedì 4 novembre 2010

Un po' di colore... per scherzo

Ciao amici!
Mi trovavo in Toscana

all'esterno dell'agriturismo



all'interno di un ristorante.


Bel ricordo!

lunedì 1 novembre 2010

Ricevo dal Belgio

E-mail del mio amico Bert, che non ha voluto scrivere in versi, ma una semplice lettera... molto poetica!



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1° novembre a Tildonk









Oggi nebbia.
Un acquario e nessuno nuota.
Tutti camminano come sospesi, fluttuano.
Lo si vede ai loro movimenti,
che non sono movimenti,
ma il risultato delle correnti invisibili
nell'aria nebulizzata.
Riesco a vedere il campanile di una chiesa.
Forse è più reale il mio vedere della chiesa.
Tutto potrebbe essere un sogno.
Forse quelli che camminano sono tutti santi.

Bert van Molle

La Rosina nel giorno di Ognissanti

El giorno de tuti i Santi, mi e me mama, andemo in simiterio, dai nostri morti. A dir la vrità, in simiterio a ghe ’ndemo quasi tute le dmendghe. Ela la passa a saludarli uno per uno, come se luri i fusse lì, dedrìo ai sipari d’le lapide, a ΄scoltarla; come se no i fusse morti sul serio, come se i n’ gavesse fato un scherzo, ‘na birichinata.
A me papà, la ghe spipola in t’la fotografia: “ vecio mio, Nino, a tel savrà d’sicuro, ch’a no' te dosmentgo gnanc’un minuto. Me papà el ne manca dal Nadale de l’ 82, a gh’l’em’ avesto el tempo d’ rasegnarse, in tuti sti anni; l’è quand’c’a rivemo in dritura d’me fradelo ch’el spirito, el cuore no’l ne rege più. Con lu, no' semo ancora rasegnà; no' l’è pasà gn’ancora un anno, el dolor l’è ancora grando.
Me mama l’è 'na dona anziana, a m’sento el dovere de dirghe parole ch’el g’fassa acetare la sorte: “ mama, a g’digo, purtropo no semo paroni del nostro destin, l’è el destin ch’el decide per nantri, lu no’l varda in tel muso a gnisun. Davanti a la tomba d’me fradelo, la resta muta, senza fià de poder dire 'na parola.
Po’, dopo, el simiterio s’impinisse d’zente. In t’la festa di Santi, tuti i va sulla tomba di so’ parenti. I va a t’gnerghe compagnia al morto.
A v’demo la Rosina c’la s’senta in parte, ai piè d’la tomba d’so marì.
L’è bela la Rosina, 'na dona d’ 'na volta, col fassoleto nero ligà dedrìo d’la testa, a la moda contadina; l’è paciocona e pacifica. La sta lì per ore: un fià la parla con so marì; un fià la prega col rosario; un fià la s’varda in giro.
La zente arivando, la s’ferma a saludarse: l’impinise el simiterio de ciacole. Un ciciolamento alegro che s’inalza. Par d’vedre le anime dei nostri parenti pirlare, intorno nell’aria, fasendo 'na mazurca, come ch’i fea in sala da balo da Garolla, quand’ ch’i iera ancora vivi.
Mi, a scapusso in t’la Bianca. Ela, la ga el fassoleto nero ligà sot’ al barbusso, coi pissi chi pare inamidà come 'na farfalina da gran galà. El so muso, tondo, sumeia a la luna d’agosto, el pare incornisà in mezo a 'na note d’istà.
La Bianca l’à tribolà con le anche. L’à dovesto operarse diverse volte. Intant’ c’ à parlemo, la butta i oci in direzion d’ me mama che l’è drio andar verso tri-quatro più in là: “ Varda, to mama, che dritta c’la va”, la m’dise incantà, “ A' la so età, l’è ancora in gamba!, gnint fa mi!”.
“ La camina svelta, sì!”, a g’rispondo 'a la Bianca. “ Meio per ela, t’sa Nara”, la m’dise, e po', la continua: “ Nara, a t’ga da saere ch’i m’à operà in tutt’do el gambe. Prima la lanca drita e po' quela sanca, ma a n’go mina avu risultato. A m’toca caminar col baston. Però, in bicicleta, t’sa Nara, in bicicleta a vag’ via com’el treno. L’è quando c’ a m’fermo, ch’iè duluri!”, con la man la fa com’ per dire: “s’a t’saissi…”
Vuria dirghe che la parola “lanca” ga l’apostrofo, no per mi, ma per quando ch’ la va dai duturi, invesse taso. E la saludo butandoghe i brassi al colo con tuto el ben che ghe vojo.
Fnì i giri e i saludi, lassemo el simiterio e tornemo a casa. Intanto che me mama la s’ riprende da tutte le emozion, mi vago a ciamar me marì ch’ l’è nell’orto, in parte a la casa, impgnà a smirar’ i radici se i à ciapà ben o no.
Quando c’ a rivem in cusina, me mama vol farne un café. Intanto che la cafetiera bóie, a g’cunto che, in tel viaio d’la volta prima, Toni l’à fatto un passacuore, fermo al semaforo rosso.
“Beata Vergine Santissima!, la dise impaurì me mama, con le man zunte e i oci puntà in elto, el staga attento Toni a non indromsarse in machina. Ò fatt’ben a fare el café, alora! El gh’in beva 'na scudela per piasere e, a m’arcmando, el staga sveio col guida. El varda, c’ò sentì, per la television c’à ghe 'na malatia c’à s’va in pnea e à s’drome coi oci verti!”, la g’dise al so zenaro me mama, intanto che lu se schermisse diniegando. E mi: “Apnea, mama, apnea l’è la parola giusta, e po’, sta pacifica, perché Toni, col drome, li sera i oci.
“Ma sì, valà, a-p-n-e-a, c’à so quel c’à dig’, sì!”...............

domenica 31 ottobre 2010

Uno dei dieci - Riflessione-

Andrea Bocelli

Tengo accesa la Tv generalmente su Rai3 ed è per questo che pago ancora il canone. Per lo più l’ascolto. Mi fermo a guardarla nelle pause della mia vita casalinga quotidiana. Sono pause dalle faccende domestiche. Mentre gironzolo vengo catalizzata da una parola, da un suono, da una vibrazione canora. Da tempo mi chiedevo quale fosse la causa delle mie preferenze fra i cantanti. Sono attratta dalle voci che trasmettono le vibrazioni dell’universo. Appartengono a quegli interpreti che hanno dentro la propria voce la sapienza del mondo. Sono pochissimi. Personalmente non riuscirei ad arrivare a contarne dieci. Quando sento uno di loro provo una grande gioia e penso che nella vita c’è la bellezza. E penso, inoltre, che l’essere umano non è ancora ridotto alla schiavitù dello spirito.

mercoledì 27 ottobre 2010

Addio

Sempre più rigoglioso
E forte
E fiorito
Di corolle scarlatte
La veranda ombreggi
Melograno.
Altre vite verranno
Presso i tuoi rami
Verdi
E folti
E rossi di boccioli
come stelle sboccianti.
Il cane Pepo ed io
Riposavamo
Corpo e spirito
All’ombra tua
Negli afosi meriggi
Solatii
E gioivamo di te.
Altri ora verranno
E godranno

martedì 19 ottobre 2010

Il mio pittore preferito

***I fidanzati della torre Eiffel***

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Marc

Chagall

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sabato 16 ottobre 2010

Il Romanzo

Mi sto imbattendo in questi giorni ripetutamente sul tema del romanzo. Ne parlano gli intervistatori televisivi e ne deduco debba essere un argomento di attualità.
In realtà il dibattito è iniziato e ha cominciato a divulgarsi da qualche anno fra il popolo dei lettori.
E’ un interrogativo che si pongono diversi scrittori di nuova generazione. Alcuni dei quali destinati a diventare i “classici” dei nostri nipoti e pronipoti.
Nelle mie già accennate frequentazioni di corsi e laboratori di scrittura ho avuto modo di capire la complessità dell’espressione letteraria.
I docenti si esprimevano nel loro linguaggio erudito come è giusto che sia e che certamente io non sono in grado di riportare (mannaggia ai miei esigui studi commerciali), MA mi hanno fornito delle indicazioni utili alla scelta dello svolgimento dei miei testi. Approccio la prosa cercando di non mescolare i generi e gli stili, e anche di comporre il testo secondo il mio pensiero e sentimento: secondo me!
Uscendo dalla mia visione personale, sento dire che il romanzo, come genere letterario sia morto, come Dio per Nietzsche, come il mito di Prometeo per gli osservatori dei nostri tempi.
Mi sembra che si voglia dire che quell’uomo che esprimeva l’arte del romanzare sia scomparso. La mente dell’uomo odierno sembra non essere più strutturata a tale costruzione. E cito una frase di F.N. “Pensiamo troppo rapidamente e strada facendo, mentre camminiamo, mentre attendiamo a negozi d’ogni genere, anche quando meditiamo su quanto c’è di più serio; abbisogniamo di poca preparazione, perfino di poco silenzio – è come se portassimo in giro nella testa una macchina dall’inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare.”
Gli scrittori sanno sicuramente, tecnicamente, strutturare un romanzo: un romanzo con nella testa l’inarrestabile rullio che tutti ci portiamo in giro, da più di un secolo ormai.
Nonostante questo indiscutibile cambiamento, tantissime persone vogliono raccontare. Molti usano la forma del racconto breve o più o meno breve. Una docente dei proverbiali corsi, si domandava se la forma del racconto non fosse un’espressione di genere femminile, dato che molte donne l’adottano?
Io non saprei che dire. E, sinceramente, era quello che volevo dire.
Una cosa è certa: viviamo un rifiorire della prosa e della poesia e moltissime persone, moltissime!, scrivono, come più pare e piace, ma scrivono malgrado tutto e questo è molto stupefacente: chissà cosa ne avrebbe pensato il grande filosofo?!

venerdì 15 ottobre 2010

Centro commerciale - 3° Parte

Riprendo la lettura. Le ragazze si allontanano verso le vetrate e confabulano fittamente fra di loro. Poi la spavalda mora se ne va e la biondina, la perdo di vista.
Leggo: “Si stava per ore sulla strada in silenzio quando il pensiero –veniva- su una o anche su due gambe. Così voleva la dignità della cosa”…
Penso che significhi che l’inclinazione al pensiero meditato da parte di alcuni uomini era considerato un valore e per questo rispettato. L’incontro con persone riconoscibili in tale atteggiamento dava modo di comprendere l’importanza del cerimoniale. Il cerimoniale si esprimeva attraverso un tempo, uno spazio e una forma a esso riservati. Il cerimoniale era il luogo di accoglienza per lo sviluppo del pensiero.
Oggi il pensiero non può occupare tutta la mente e fermarsi “su una o anche su due gambe”, cioè soggiogare le membra (più in generale il corpo) per ore al percorso meditativo, come richiederebbe la dignità del pensiero, della cosa.
La biondina rispunta, si avvicina. Vuole spiegarmi che nulla si può contro la macchina. Anche a lei e alla sua amica e capitato ieri e l’altro ieri, di non aver ricevuto il resto. Vuole soprattutto affermare che loro non rubano.
Mi faccio l’idea che si siano intimorite del mio anatema: è nota la loro natura superstiziosa. Sono molto intuitivi e la biondina non fa eccezione: ha capito che io me ne frego della superstizione; ha capito anche che non ho pregiudizio nei suoi confronti.
Riprendo il discorso su ciò che sarebbe giusto in questo caso, e cioè riconoscere all’uomo il resto che gli era dovuto per riparare del difetto meccanico.
Non importa –dico- se in passato avete subito lo stesso danno, ora tu e il signore vi trovate di fronte e puoi riconoscere il gesto giusto da fare: non per il valore pecuniario ma per il valore morale: sarebbe un gesto di rispetto e di solidarietà…
La biondina mi guarda con due occhi molto incuriositi: non so se mi abbia compresa veramente. Non fa nessun gesto solidale. L’uomo se ne va speditamente accennando, verso di me, un saluto con il capo. La ragazza prende il suo posto al tavolo di fianco al mio.
E’ curiosa inoltre di sapere cosa leggo in quel libro giallo.

lunedì 11 ottobre 2010

Centro commerciale - 2° Parte

Non posso più stare solo ad osservare e con un tono di voce intenzionato ad essere il più calmo e dolce possibile, lo blocco: “ No, senta, ci riprovi – gli dico - A 67: A…ssei…ssette…”
Sembra che la mia voce quieti la sua agitazione. Intanto, l’anziana donna, interviene avvalorando la tesi del coevo e mi assicura che anche il giorno prima è successa la stessa identica cosa e che ha perso pure tutte le monete. Un esplicativo tloch!, interrompe la spirale di congetture negative e la lattina di coca cola può essere rimossa dal cassetto di prelievo.
I teneri anziani si felicitano ora risollevati del buon esito.
La donna infila la bibita in borsa, subito saluta e se ne va asserendo che, bene!, oggi è andata bene.
L’uomo si accinge ora a selezionare un caffè per sé.
Caffè: 35 centesimi. Mette due monete da 20 e preme il pulsante selezionatore. Subito esce il bicchierino con il caffè, ma non il resto di 5 centesimi.
L’anziano si siede al tavolo presso cui poco prima stava la giovane coppia, Le dimensioni dell’uomo occupano tutto lo spazio fra il tavolo e la macchina distributrice. Sembra un giocatore di carte di Cézanne, un po’ scomposto, messo di sghimbescio. Rivolto a me, che ormai ho lasciato in sospeso la lettura con il libro aperto all’ingiù sulla pagina del sesto paragrafo, disserta sui cinque centesimi di resto che il marchingegno tiene in sospeso fino alla prossima consumazione; lo spiega il tecnico della manutenzione in un breve comunicato incollato sotto il pulsante per il recupero monete. L’uomo mi dice che non sono nulla 5 centesimi! Anche ieri ha fatto così: se li mangia lei o quelli che selezionano dopo di me. Questa macchina è strana! Potrei andare alle casse e chiederne la restituzione. Me li darebbero! Ma come si fa a chiedere 5 centesimi…non vado di certo! Non sono nulla cinque centesimi, asserisce impettito. Io annuisco. Lui abbassa gli occhi.
Io – Si!, ha ragione. Si tratterà di un guasto, di un malfunzionamento. Però dovrebbero ripararla non per i 5 centesimi, ma perché non è corretto.
Lui – Già…proprio così…non è giusto! E poi 5 centesimi oggi e 5 centesimi domani …alla fine non è giusto! Ma come si fa a chiedere 5 centesimi alle signorine delle casse? Anche se te li danno, senza fare una piega! Solo…andare a chiedere…figurarsi…5 centesimi!
Io sorseggio la mia cioccolata, lui il suo caffè. Riprendo in mano per un attimo il libro e lo richiudo introducendo alla pagina una matita per le sottolineature come segnapagina. Il volumetto sembra ora un oggetto fuori posto in quel luogo, benché non mi prenda la determinazione di riporlo in borsa. Non so per quanto dovrò ancora aspettare mio figlio e questo tempo mi può essere utile nel recuperare le letture che il gruppo di filosofia ha già fatto e meditato negli incontri in cui io ero assente. Non so ben comprendere Nietzsche, ma questo punto 6 mi sembra accessibile.
Tento di riprendere la lettura ma, subito, arrivano due giovani donne, pure loro si mettono alle prese con monete, codici e pulsanti.
L’uomo – Ecco! Ha visto che i 5 centesimi sono usciti assieme al resto delle ragazze?
Io – Davvero!- Vedo il display segnare l’azzeramento del credito e d’impulso, rivolgendomi ad una delle due, la informo che 5 centesimi del suo resto sono del signore, seduto.
Le due adolescenti sono palesemente di etnia rom. Una biondina che mi osserva apertamente ed una moretta che mi dà una sbirciata obliqua e una scrollata di spalle, come per dire che tutto il resto è caduto nelle sue mani , ciò prova che è tutto suo. L’anziano le spiega che sì, i 5 centesimi, sono nelle sue mani, ma solo per difetto di funzionamento del meccanismo. La moretta scrolla di nuovo le spalle, spavalda. Io mi indigno e replico che lei si sta tenendo 5 centesimi in più del dovuto: di fare i conti! Scrolla di nuovo le spalle e, nel movimento, rovescia parte della cioccolata calda sul pavimento. - Ben ti sta! – Le mando a dire, pentendomene nello stesso medesimo istante!
Riapro La gaia scienza e mi ci aggrappo come ad un’ancora di salvezza.

domenica 3 ottobre 2010

Centro commerciale - 1°Parte


Una giovane coppia è seduta al tavolino vicino al mio nell’area di sosta dell’ipermercato Coop di Bologna, presso i distributori automatici di bevande.
Io non sono qui per fare la spesa. Mi trovo qui unicamente per aspettare mio figlio che è in un altro punto vendita per lavoro, all’interno del quale non c’era un’area dove potere sostare. Qui c’è un discreto spazio predisposto.
Apro "La gaia scienza" sulle prime pagine. Cerco di leggere Nietzsche. Alle parole del filosofo si sovrappone un breve dialogo di due vicini.
Lei - Danno il lavoro anche a chi non è preparato. Non si capisce con quale criterio effettuino la scelta. Io sono fuori, comunque.
Lui - Il maestro unico non può essere la soluzione per la scuola primaria. Oggi sono necessarie molteplici competenze.
Lei - Il maestro unico, un vero maestro, lo può, secondo me. Io me ne sentirei capace.
Lui - D’accordo! Tu ti sei sempre interessata di tutto. Sei preparata di tuo, ma non tutti lo sono.
Cerca di consolarla e di incoraggiarla. La esorta a non deprimersi. Poi si alzano per andarsene. Io sollevo lo sguardo dalla pagina, riluttante ad essere sfogliata, ed incrocio il loro. Mi abbozzano un sorriso. Sanno che non posso non aver sentito la loro conversazione. Io ricambio. Li vedo bene ora, direttamente per in istante: vedo una coppia magnifica che la società mortifica anziché valorizzarne le potenzialità.
Ci scambiamo un saluto di cortesia.
La mia attesa si protrae.
Sono all’aforisma 6. Perdita di dignità. Nietzsche dice: “La meditazione ha perso tutta la dignità della sua forma, si sono ridicolizzati il cerimoniale e gli atteggiamenti solenni dei pensatori e non si tollererebbe più un uomo saggio d’antico stile. Pensiamo troppo rapidamente e strada facendo, mentre camminiamo, mentre attendiamo a negozi d’ogni genere, anche quando meditiamo su quanto c’è di più serio; abbisogniamo di poca preparazione, perfino di poco silenzio – è come se portassimo in giro nella testa una macchina dall’inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare. Un tempo lo si vedeva subito che uno voleva pensare – era l’eccezione! -, che voleva diventare più saggio e si preparava a pensare: si atteggiava il viso come per una preghiera e si tratteneva il passo: si stava per ore sulla strada, in silenzio, quando il pensiero « veniva » - su una o anche su due gambe. Così voleva - la dignità della cosa! -”
Stavo riflettendo sulla metafora di quando il pensiero veniva su una o anche su due gambe quando un uomo ed una donna anziani si avvicinano ai distributori automatici. Sembrano insieme per caso, incrociati alla Coop. Sono discinti. La donna, un involucro imbottito di indumenti sovrabbondanti e scarpe da ginnastica sformate dall’uso prolungato. Forse si conoscono già. Hanno una complicità sodale. La solidarietà della vecchiaia!
Lei - Ah!...io non riesco a far funzionare queste benedette macchine!
Appoggia la borsa sul tavolino dove anch’io ho addossato la mia borsa, la cioccolata calda e "La gaia scienza" dalla copertina gialla che spicca.
Cerca le monete da inserire. Vuole una lattina di coca cola.
Lui – Dia a me! Faccio io! S’ impettisce da uomo galante. Fa il cavaliere. Lui aziona le macchine come, del resto, ha sempre fatto nella sua vita di operaio. Ha una bella statura, dritta, energica. E’ vestito di grigio scuro. Giacca a vento ordinaria, pantaloni di tessuto di lana, usurati , non tengono più la piega: è quasi elegante nel suo contegno sobrio. Conosce la procedura per snidare quella merce: primo, inserire le monete; secondo, digitare il codice relativo al prodotto; terzo, premere il pulsante; quarto, prelevare la bevanda.
Digitare…maledizione! Digitare… Per la coca cola A67. Il cervello gli confonde il codice sotto gli occhi e le sue dita premono: 67 A; 7A6; 76A…maledizione e stramaledizione! Il congegno non funziona…come osa… fare questo a lui che ha trattato, per una vita, congegni d’ogni sorta! Si innervosisce, gli mostra un pugno nerboruto, possente.

venerdì 1 ottobre 2010

Il medico di famiglia e l'anziana paziente


La sala d’attesa dell'ambulatorio medico è popolata da numerosi pazienti. Nara conversa con una sua coetanea mentre aspetta il proprio turno.
- Ti ricordi del tempo in cui questi locali erano la nostra scuola elementare?
- Mi ricordo, eccome! Qui dove siamo sedute c’erano i bagni ed ai lati le due aule. Solo due aule, ma tanti bambini! Almeno una quarantina per classe!
- Eravamo in parecchi, infatti! Tutti i nati nove mesi dopo la Liberazione, classe 1946!
- Dovevamo fare il turno di pomeriggio perché i posti erano insufficienti!
Così Nara si intrattiene con Chiara in una conversazione dal sapore antico, con il tono pacato di un’educazione verbale appresa quando la televisione non c’era. Un tono in armonia con il fruscio delle fronde dei salici attraversate dalla brezza marina, dal lento scivolìo del fiume verso la foce; non proposizioni in corsa con i tempi televisivi, troppo costosi per non essere freneticamente riempiti. Le generazioni susseguenti alla loro, ne hanno subito l’influsso e parlano con frasi brevi e frettolose. Si può dire che più che conversare, sentenzino.
Nara si sente bene, cullata da quell’anima polesana che si contraddistingue per la comunanza di esperienze e per l’appartenenza territoriale e sociale. Si sente a casa!
E’ arrivato il suo turno ed entra nell’ambulatorio.
Il medico è confinato dietro la scrivania e la osserva da sopra gli occhiali, appoggiati sulla punta del naso.
- Sono la figlia della signora Beatrice - si presenta Nara, per timore di non essere prontamente riconosciuta e quindi per non creare imbarazzo al medico.
- Lo so! – Risponde l’uomo con un tono che significava: “Non c’è bisogno di questo preambolo!”.
- Sono qui per mia madre, che è piena di dolori, e per dirle che la sua richiesta di ricovero ospedaliero non è stata accolta al pronto soccorso.
- Era prevedibile! Ma è bene che sua mamma, con il caratterino che ha, ne faccia esperienza diretta, altrimenti crede che non ci si occupi abbastanza di lei. –
- A chi lo dice! Ma cosa faccio io, ora, contro i suoi malanni?
Il medico, che è anche specializzato in neurologia, a questo punto si rivolge a Nara in veste di specialista.
- In primo luogo lei non deve essere così ansiosa, altrimenti mette sua madre ancor più in agitazione! In secondo luogo…
Nara non lo segue più perché rimane colpita da quelle parole.
Da qualche tempo è molto ansiosa, infatti. Presa da tante preoccupazioni è ansiosa da star male, da non dormire la notte. Ma si sorprende nel constatare che il disturbo sia così evidente. D’altra parte, minimizza, si tratta di un “addetto ai lavori”, se non se ne fosse accorto lui, chi sennò?
E’ un uomo di poche parole, indagatrici. Nara si sente sempre un po’ aggredita dal suo modo di fare cattedratico, ma non intimidita. Prova per lui una segreta stima e gratitudine perché, forse a sua stessa insaputa, è stato per lei un maestro. Anni addietro, ha saputo, con una frase detta al momento giusto, aprirle un ingresso ad una vita più saggia. La frase era: - Non si può cambiare la testa agli altri; ognuno può, invece, cambiare la propria! –
Subito pensò fosse polemica gratuita, più tardi, Nara, comprese il profondo significato di quelle parole. Da quel momento è stata molto meno esigente con le altre persone e più esigente con se stessa. Ha riflettuto molto sui propri ed altrui comportamenti, imparando a riconoscerne i limiti e a desistere per lasciare a ciascuno la propria libertà, senza tuttavia arrendersi nelle vicende della vita personale e di relazione. Ha intrapreso così un sentiero non ben definito e non facile da percorrere, ma significativo in una vita di relazione più consapevole.
- Sua madre è sana, per sua fortuna, e gli acciacchi sono compatibili con l’età avanzata. Non si preoccupi per lei e le dica di chiamare me all’occorrenza! -
In questo modo, generosamente, il medico dispensa Nara dall’onere della visita per procura, già prevedendo che sua madre gliene avrebbe richieste una sfilza.
Segue l’anziana donna da più di trent’anni. Lui di lei dice che ha un “caratterino”. Lei di lui dice che a volte è “sustoso” (burbero), ma che con lei si è sempre comportato bene e, come dottore, “quando vuole” sa il fatto suo.Il colloquio finisce e Nara si congeda. Probabilmente lo fa con un’espressione che ricorda la madre perché nota nello sguardo del medico che sormonta le lenti, un lampo di divertita tenerezza.

giovedì 30 settembre 2010

Impressioni

Il primo incontro di scrittura/lettura si è concluso. La sala gremita di aspiranti scrittrici/lettrici si svuota piano piano con ordine. Si sente un brusio di voci effervescenti che accompagnano gli arrivederci alla prossima volta.
Alla spicciolata raggiungiamo Viale Garibaldi e da qui ci disperdiamo ognuna verso la propria destinazione.
M’ incammino verso Via San Donà e la percorro a piedi per due chilometri . Le gambe procedono a passi ritmati: un-due, un-due, sembrano comandate da un ingranaggio meccanico. Sento soprattutto il rombo delle auto che sfilano vicinissime…swum…swum… che svicolano poi in lontananza.
E’ una serata illuminata dalla luna che fa la sorniona e mi pedina da sopra i tetti.
Strada facendo ripenso ai racconti e ai commenti su di essi che ne sono seguiti. Sono ancora pervasa da un piacevole entusiasmo.
Le donne raccontano per lo più la propria vita. Non raccontano il mondo, ma se stesse al mondo: vale a dire che raccontano il mondo al mondo.
Nella vita sono protagoniste misconosciute, per quanto ovvio e codificato viene considerato il loro agire. Nella scrittura diventano autrici della loro esistenza, individui liberi di esprimere il pensiero e i sentimenti con autenticità. Mentre si aprono all’ uditorio, con la lettura del proprio testo , tradiscono l’emozione che le attraversa. Nei toni passano vibrazioni di pudore, un po’ di incertezza, gioia, speranza di essere capite, condivisione e anche affermazione di se stesse, nelle storie vere o di fantasia che vivono nell’animo. Si ascoltano racconti molto diversi fra loro, secondo le diverse personalità e esperienze.
Nel corso di quest’ incontri (ne ho fatti altri in anni precedenti), si dispiegano mondi interiori e una grande solidarietà umana al femminile, giacché sono frequentati prevalentemente da donne.
Naturalmente l’atmosfera che anima la riunione diviene evanescente non appena ognuna, separatamente, si avvia verso casa, come la consuetudine impone.

venerdì 17 settembre 2010

Forza di volontà e d’animo

Antonio Gramsci dal carcere scrive alla moglie: lettera 27 giugno 1932, tratta da "Lettere dal Carcere " a cura di Riccardo Uccheddu - La Riflessione ed.
"Carissima Julca,
ho ricevuto i tuoi foglietti, datati da mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare le novelline di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean, credo, che era un piccolo impiegato in una amministrazione municipale di Parigi. La novella si intitola Un uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela. Un uomo aveva fortemente vissuto, una sera; forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato; uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora più in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancora vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e ai primi bagliori dell’alba incominciò a passar gente. L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. «Che c’è?» domandò. «Ah, ah! Vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti vorresti! Sempre così la ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per le leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza!» E si allontanò, scrollando la testa tutto sdegnato. Si sentì altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: «Ah, ah! Sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire, come ho fatto io?». E si allontanò, con passo ritmato dal grugnito del maiale. E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era così bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e di fiori selvatici sotto il capo, era così patetico! E passò un ministro di Dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva e dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa. Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzo in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze. Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sì: tu stessa mi dici che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere più forte. Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarsi schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservare solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttare via il rospo dal cuore.
Cara Julca, ti abbraccio teneramente
Antonio"
****************


Ho scelto di postare questa lettera di A. Gramsci, già molto malato, indirizzata alla moglie Giulia (Julca), per la tenerezza e la tensione verso la persona amata. Si sottende sempre l’amore nelle lettere di Gramsci, per i familiari e, più in generale, verso la condizione della persona umana nelle sue manifestazioni, che comprende profondamente. Sono ricche di insegnamenti per ognuno di noi, credo…io ne ho trovati!

martedì 14 settembre 2010

Marta Dalla Via in "Veneti Fair"



ASSOCIAZIONE PPTV PRESENTA:

Venerdi 17 settembre 2010 ore 16.30
Cinema LuX, Via Felice Cavallotti 9, PADOVA


Veneti Fair




“Il 23 ottobre 1997 go ciapà un treno e son partìa”
Era fatta, ora ero ufficialmente una nord-est-ranea. Con questo sguardo ho provato a raccontare il mio rapporto d’amore-odio con il veneto e i suoi abitanti, ne è uscita una giostra di personaggi grotteschi che con lucida follia provano a rispondere ad esplosivi quesiti: il nord è così diverso dal sud? Forse al nord non si evadono le tasse? Forse al nord non ci sono “amici” o parenti pronti a dare una spintarella? Forse al nord non si paga il pizzo? Non si lavora in nero? Non ci sono furti o delitti?
“Veneti Fair” e la storia di un divorzio e mentre la racconto mi scappa da ridere.
Miss Polenta, Il Morto di Biancosarti, La Pettegola Bigotta, Il Professore Emigrato e molti altri faranno da lente di ingrandimento in modo da creare un ironico punto di vista sul tema dell’appartenenza.


Marta Dalla Via

venerdì 3 settembre 2010

L'attesa

Ringrazio per questa foto Stella Ginevra

domenica 29 agosto 2010

Ciaooo Luuu!!!!!

Ho letto il libro "Scorre la Senna" di Fred Vargas. Molto bello! L' avevo promesso a me stessa e alla nostra amica blogger Lu di "Diario di un'Anima Solitaria".

Ho scritto due parole sul libro:

"In "Scorre la Senna" l'autrice caratterizza con leggeri tocchi di eleganza e sensibilità i personaggi. Li delinea fisicamente e psicologicamente con grazia femminile. Sembra avere un'attenzione particolare per i clochards, li osserva con simpatia umana e nobilita la loro vita marginale che si svolge nella strada, rendendoli figure determinanti quali testimoni dei delitti: hanno ancora un ruolo sociale. Lo stile narrativo è scorrevole senza essere mai banale."

Se ne desiderate una vera recensione passate dal post di Lu:


http://lonewildsoul.blogspot.com/2010/07/scorre-la-senna-fred-vargase-ritorno.html

Ciao a quanti hanno voglia di leggere, Nou!

lunedì 23 agosto 2010

Concerto Duo Nicolosi-Gomiero


A


Vestenavecchia (Vr)

domenica 29 agosto

concerto

Carlotta Gomiero-soprano

Davide Nicolosi-chitarra

Siamo tutti invitati!

L'indignazione prende forma

Riflessione

Questo blog, di una persona comune e quindi senza alcun peso per il destino degli altri, ringrazia i pochi intellettuali e politici onesti e quanti hanno a cuore il bene comune di una società : mi riferisco alla società italiana che senza il perseguimento del bene comune non può che autodistruggersi.
Tempo fa ho creduto che la crisi economica avrebbe portato molto dolore nella vita delle persone: è stato ed è a tutt’oggi senz’altro così. Ma gli sconvolgimenti risvegliano le persone e insieme al dolore matura una nuova coscienza. L’indignazione prende forma!
Che si stia risalendo la china? Che si stia uscendo dal pantano? Io credo di sì, anche se non sarà facile, per niente facile.
Grazie ai lettori, Nou.

Delta del Po - Foto

Foto A. Barini: 1°Tramonto; 2°Pesca delle vongole in Sacca























In zona Bacucco - Delta del Po

Dipinto di V. Pazzi
Resoconto di un’escursione nei bracci del Delta del Po e nei canneti attraverso i “paradeli”
Fermo con questa descrizione il ricordo della gita alle foci Po di Gnocca- Sacca degli Scardovari- Po di Goro e Faro, che consiglio vivamente di non perdere e di non rimandare, come ho fatto io per tanti anni!



*******


Ricordo gli anni giovanili in cui frequentavo la spiaggia dell’Isola dei Gabbiani, luogo frequentato, in quei tempi, esclusivamente dai nativi. Noi stessi non abbiamo mai esplorato la zona costiera dei canneti, dunque non ne sapevamo nulla. La conoscevano bene i raccoglitori di piume palustri e i pescatori: mestieri svolti dai padri e dai nonni. Esiste ancora qualche anziano pescatore solitario ma i giovani si sono organizzati in cooperative. Percorrendo il Po si incontrano gli appassionati della pesca al bilancino. Dalla loro barca si estende un’asta che regge una rete quadrata, fissata a quattro raggi di ferro convergenti in una carrucola, su cui scorre la corda. Il pescatore solleva e rilascia la rete sul fondo del fiume manovrando l’argano. Riescono a catturare grossi cefali e branzini. All’alba, la vicina Sacca degli Scardovari, si popola di circa millecinquecento pescatori di vongole. E’ pomeriggio, noi non li vediamo. Il lavoro si svolge nelle prime ore del mattino e noi troviamo una laguna vasta, silenziosa dai toni verdi e azzurro pastello dove facciamo una sosta; alcuni si tuffano nell’acqua placida e salatissima: siamo in piena estate.
Più tardi abbiamo percorso la riva ricca di conchiglie e vegetazione. Ho assaggiato la salicornia, una pianta grassa verde e salata, che vi cresce abbondante e che in autunno diventa vermiglia come il tramonto. E’ ottima per insaporire un’insalata mista.
Mi ero approcciata alla gita con un’idea vaga della zona e ne sono tornata con la piena consapevolezza della sua particolare bellezza.
S’aprivano scenari d’acqua ampi e variegati: il fiume che incontra il mare; la laguna e il vasto canneto che racchiude vie d’acqua (i paradeli) e laghetti dove vi abitano le molte specie di uccelli marini.
L’aria è intrisa di profumi salini; effonde riverberi di luce che ti ammantano nell’ebbrezza della corsa in barca, prima nella corrente calma del fiume, poi nella placida Sacca e quindi procedendo ancora sulle onde del fiume a ridosso del mare in un abbraccio possente e tumultuoso…poi, il rientro quieto verso il punto d’imbarco.

In foce di Po di Pila

Marino Cacciatori “caparin” -Racconto breve-

Era una domenica del mese di luglio dell’anno 2002. La motonave era pronta a levare l’ancora alle nove del mattino.
Il sole già batteva sul capo scoperto dei pochi passeggeri, tredici in tutto.
Marino Cacciatori detto “caparin”, basso e minuto con la fronte spaziosa ed un po’ arcuata sotto l’attaccatura dei capelli, tipica della discendenza caparina, stava sul ponte a confabulare con un signore interessato di motori.
Ben presto si allontana dall’uomo. Con mosse agili e sicure raggiunge la cabina di pilotaggio ed esegue le manovre d’avvio. Dopo poco, l’imbarcazione procede speditamente al centro del fiume.
Credevo di fare una gita monotona, caratterizzata da un silenzio contemplativo.
Ci eravamo messi tutti al piano superiore, panoramico. La giornata limpida lasciava intravedere ad Est il promontorio di Rovigno sull’opposta costa adriatica. La signora del botteghino invece si tratteneva al piano inferiore presso la rivendita. Scopro che si tratta della moglie di Marino: “Poca gente oggi!” Osservo, rivolta a lei, giusto per scambiare parola.
“No, anzi, io e Marino, siamo contenti del numero di presenze – mi risponde - a volte ci capita di fare il giro anche per sole due o tre persone.”
“Addirittura!” Esclamo sorpresa.
“Capita, capita! Sa noi partiamo in ogni caso perché lo consideriamo un servizio. Partiamo anche se l’incasso non copre neppure la spesa del gasolio.
E’ una donna graziosa e si esprime con finezza.
Sopra, Marino lascia le leve di comando ed esce dalla cabina probabilmente per riprendere il discorso con il passeggero interessato di meccanica motoristica.
Va e viene, procurandomi una certa apprensione riguardo la rotta e la sicurezza: “Non sarà che si distrae un po’ troppo?” Mi domando con preoccupazione.
Lui è ciarliero e di buon umore. Sovente si apre in larghi sorrisi, noncurante della bocca sdentata. Con l’aiuto di un altoparlante, incomincia il suo racconto del Po. Parla un italiano corretto senza inflessione dialettale.
E’ bravo! Dal suo racconto, capisco che lui dialoga con il grande fiume che naviga da sempre:
“Si può dire che ci sono nato in acqua, come i pesci!” Afferma. “Si può dire che sono un pesce anch’io!”Continua, accompagnando la battuta con una risata divertita.
Conosce profondamente il suo fiume. Sa tutto sulla lunghezza, larghezza e profondità; sa tutto sulle correnti e sulla configurazione dell’alveo. Sa dove e chi pesca le anguille, i cefali. Del pesce siluro, pesce foresto, entrato in acqua per sbaglio, sa che divora quintali di piccoli pesci. Un pensiero malinconico riserva alle gentili “scardole” che: “Non se ne trova più una, neppure a sognarla!”
Il suo racconto insegue l’itinerario degli scorci toccati, pur sempre pronto a raccogliere le domande curiose dei viaggiatori. E’ sorprendente quante cose sappia! E’ memoria storica del luogo dal dopoguerra ad oggi. Conosce tutto l’intreccio degli avvenimenti e personaggi che hanno costruito la vicenda del delta negli ultimi decenni..
E’ lui che accompagnava fior fiore di ingegneri per i sopralluoghi a Polesine Camerini dove è sorta la centrale termoelettrica che, come una cattedrale, domina il Delta del Po e asperge, dall’alta ciminiera il veleno giallognolo.
Ma lui ne parla bene. L’ha vista nascere. Un mostruoso gioiello tecnologico che avrebbe dovuto sgorgare fumi depurati da poderosi sistemi filtranti.
Lui l’ama come una buona cosa, come la fattrice di posti di lavoro e di prestigio per quel Delta sempre dimenticato. “Con una centrale di tal sorta, annoverata fra le più grandi d’Europa, cosa potrà più succedere al Delta? Non la lasceranno certo affondare!” Ripeteva dentro di sé.
Affondare! Un verbo ricorrente nella mente di Marino e di tutti gli abitanti che hanno ricordo delle inondazioni subite. Una parola che mette paura solo a pensarla.
Era allegro Marino Caparin quella mattina! Le battute gli sorgevano spontanee e naturali. Aveva brio ed una garbata ironia. La sua barca, il fiume, e la Sacca del Canarin, appena raggiunta, gli si cucivano addosso come una seconda pelle: loro aderivano a lui e lui a loro.
Spegne il motore e lascia libera la barca di dondolarsi nel silenzio della laguna.
“Lo vedi quel gabbiano, lì appoggiato sulla mota oltre l’argine di sacca?” mi disse ad un certo punto, quasi in un sussurro, poiché ero lì affianco. “Sta aspettando me! Mi aspetta ogni mattina!”
Nel dire così, allarga le braccia e le flette a volo d’uccello.
Mi giro verso i compagni di viaggio e faccio cenno con l’indice puntato in direzione della sacca e poi lo porto verso le labbra in segno di silenzio.
Il gabbiano non reagisce. “ Heiii! Che fai? Dormi ancora?” gli grida Marino Caparin, quindi gli mima il verso di richiamo. Ma il gabbiano reale di Caparin è come intorpidito.
“Non mi ha ancora visto, il principino!” Commenta. E poi, d’un balzo assai acrobatico e spericolato, si porta sul tetto della barca e da lassù sbatte le sue ali d’uomo. Il gabbiano s’alza allora in un volo subitaneo, festoso, lasciando la sua scia d’ombra fra i riverberi d’acqua e di sole sulla Sacca del Canarin.

giovedì 19 agosto 2010

lunedì 16 agosto 2010

Sardine in saor


Sempre per il mio amico Aldo... Meglio?

********

Si tratta di una ricetta molto antica, risalente al ‘300, nata dalle origini marinare di Venezia. Fu un' invenzione dei pescatori che, costretti a stare molto tempo in mare, avevano l’esigenza di conservare più a lungo dei piatti di pesce. Fra gli ingredienti di questo piatto, oltre alle sardine, c’è anche la cipolla che nel passato rappresentava un efficace rimedio contro lo scorbuto. Può variare il liquido di conservazione e talvolta per ottenere un saor più leggero si usa vino bianco al posto dell'aceto. Le sarde in saor sono la golosità tipica della Festa del Redentore, che si svolge a Venezia, dalla fine del ‘500, la terza domenica di luglio di ogni anno.


Preparazione


Pulite e private le sardelle della testa e della spina, lavatele, asciugatele e infarinatele. Friggetele in strutto bollente (o olio) e lasciatele sgocciolare su carta assorbente. Nel fondo della frittura fate appassire delle cipolle tagliate a rondelle sottili, poi aggiungete due bicchieri di aceto e della scorza del limone. Spegnete dopo un paio di minuti. Sul fondo di una terrina disponete uno strato di pesce fritto, sale, pepe, uno strato di cipolle, foglie di alloro e uvetta: alternate gli strati terminando con la cipolla. Meglio sarebbe degustare il saor almeno il giorno seguente alla sua preparazione.

*****

La mia ricetta prevede olio fresco per la cipolla.

Macrolepiota procera - fungo (n. volg. mazza tamburo)



Mazza Tamburo

per

il

mio amico

Aldo

:-)

mercoledì 4 agosto 2010

Il tempo

La natura era così irreale avvolta dall’umida luce invernale. Il cielo si era condensato in una cappa opalescente sospesa sugli argini. Il Po esalava, oltre le sponde, i suoi microelementi, ovattando i radi rumori della piana. Era una natura refrattaria alla ragione del tempo. Sembrava distaccata, ferma. Come ombre di manichini i pochi abitanti stavano rinchiusi dietro le finestre delle case. Un pugno di uomini rifugiatisi all’osteria, imbrogliavano, credevano, il tempo, con il madrasso, ma in loro dimorava l’allerta sull’immane silente sostanza fluida che, per capriccio, avrebbe potuto inghiottirli... E’ stata la sensazione di una frazione di secondo, poi l’orologio ha ripreso a scandire la ragione del tempo, con il suo ritmo predeterminato”.

lunedì 2 agosto 2010

I 26 anni di Pino - Racconto di Riccardo Uccheddu

I 26 anni di Pino - Racconto di Riccardo Uccheddu

Un commovente, realistico e poetico racconto in omaggio alle vittime della strage di Bologna nella ricorrenza del trentennale dell'eccidio.
Cliccare qui:
http://riccardo-uccheddu.blogspot.com/2010/08/i-26-anni-di-pino.html
Un abbraccio a tutti
Nou

2 AGOSTO 1980 - STRAGE DI BOLOGNA

Ho appena ascoltato un' intervista a superstiti di quella strage che vivono segnati dal dolore del ricordo e dei danni fisici e morali incancellabili...

sabato 24 luglio 2010

Umorismo balneare

Non si può certo aver tutto !!! :)))

mercoledì 21 luglio 2010

Il mio cuore non teme

Il mio cuore non teme più.
Già ha conosciuto il giorno e la notte
gli abissi profondi
i più oscuri silenzi alla svolta del tempo.
Il mio cuore non teme più.

lunedì 19 luglio 2010

Avrei voluto essere a Palermo

Quando penso a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone mi sento orgogliosa di essere italiana.
Essere italiani richiede impegno civile e responsabilità che ognuno di noi si può assumere combattendo l'illegalità nel quotidiano e dando l'esempio così, ai propri figli, riguardo al senso e al valore della giustizia. Piccole ingiustizie portano a grandi ingiustizie e l'uccisione di questi due grandi magistrati è una grave ingiustizia che va a rafforzare il dolore e la sconfitta del senso civile della popolazione italiana. Credo proprio che ricada su ognuno di noi. Possiamo essere degli italiani orgogliosi, ma molto lontani dall'essere e dal poter essere felici, finché una parte di noi decreterà stragi, deteriorerà il territorio, spaccerà la droga e renderà in schiavutù i suoi simili. Non dobbiamo accettare la minima illegalità, per non finire compromessi e ricattabili: la libertà passa per molte rinunce e atti di coraggio personali, prima di tutto, e collettivi. Non sto pensando a grandi gesti come quelli che hanno dovuto compiere Falcone, Borsellino, i loro collaboratori e tutti coloro che sono caduti per difendere la legalità in questo Paese, ma ai piccoli gesti che tutti noi compiamo o possiamo compiere ogni giorno nel dire no quando ci viene offerta la possibilità di eludere le regole.
Questo rifiuto attento e continuo ci darà il sapore fresco della libertà: è una questione culturale, soprattutto, come ci hanno spiegato e insegnato Loro con le parole e con l'esempio. Il gusto di una coscienza civile libera passa attraverso la consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato a partire dalle piccole cose che formano lo spirito e la dignità di un individuo. Quest'uomo potrà poi comprendere le grandi e importanti questioni del vivere.
Oggi è una giornata di amarezza e di dolore per tante vite stroncate.
Avrei voluto essere a Palermo a testimoniare che non ho dimenticato.

sabato 17 luglio 2010

Mi fido, non mi fido: questo è il dilemma!

Caro Micio, micio,
al telefono, oggi, mi hai assicurato che ti fanno piacere le mia lettere. Non ci eravamo mai parlati così apertamente prima d’ora. Mi hai invitata a confidarmi con te senza riserve e hai affermato che è uno dei modi migliori per conoscerci profondamente… qualcosa di me deve piacerti, dunque!?
Quanto vorrei essere conosciuta profondamente da qualcuno e anche da me stessa!
Confidarmi e affidarmi… oh, quanto lo vorrei… soprattutto affidarmi, sentire vicinanza e complicità: una corrente di benessere interiore che distenda ogni piega dell’animo.
Temo già il tuo pensiero e vi leggo: “Questa qui è una palla al piede!” Per questo non mi confido, né mi affido… non ancora! Non voglio fare come, altre volte, quando ho dato tutto il possibile ancor prima di chiedere.
Nella mia esperienza, ho incontrato persone predisposte al ricevere come se lo facessero per renderti un favore.
Era curioso: “Tu davi e poi dovevi ringraziare costoro per l’onore che ti avevano fatto a ricevere!”.
Sono meccanismi psicologici incomprensibili; compensazioni di personalità fra l’altruista che viene attratto dall’egoista; il generoso dall’avaro; il sensibile dall’indifferente, e così via.
Sono incontri apparenti che, in qualche caso, durano tutta la vita, senza alcuna possibilità di vicinanza e complicità felici.
Non voglio più fare così, la sprovveduta, caro amico, micio mio!
Ti sei già preso le mie lettere di apprezzamento per la tua persona, il tuo lavoro, le tue ottime qualità: ora tocca a te prendere penna e calamaio.
Bye, bye! Nou.

domenica 11 luglio 2010

Una bella recensione di Monica Mazzitelli per...

Ho letto tempo fa "Stella distante" di Roberto Bolano e ne sono rimasta molto colpita.
Oggi ho trovato in rete un'ottima recensione di Monica Mazzitelli per il blog "La poesia e lo Spirito" e ne riporto l' URL per chi volesse dare un'occhiata:
http://www.monicamazzitelli.net/2010/07/11/una-lettura-di-stella-distante-di-roberto-bolano-per-la-poesia-e-lo-spirito/#more-218.

lunedì 7 giugno 2010

Viaggio di nozze rocambolesco anni ’50

Quand’ero molto piccola, ho assistito al racconto di due sposini che avrebbero voluto passare la prima notte di nozze nella romantica Venezia, ma che si videro obbligati a fare tappa a Chioggia per mancanza di collegamenti con la città lagunare in serata.
Quando il bigliettaio del pullman annunciò alacremente “Sant’Anna di Chioggiaaà!” , i due sposini che se ne stavano, stretti stretti, negli ultimi sedili posteriori, udirono solo l’eco dell’ultima parola e scesero di corsa. Dovevano pernottare a Chioggia e da lì proseguire il giorno dopo, con il vaporino, alla volta di Venezia.
Quando si accorsero dell’equivoco il pullman era già ripartito e non ce ne sarebbero stati altri fino all’indomani.
Presso la fermata c’era l’unica locanda, “Locanda alle Oche” e non seppero che ritirarsi velocemente nella stanza loro assegnata che fortunatamente trovarono libera.
Al ritorno, quando la disavventura trapelò, in tanti si burlarono di loro sottolineando che meno male avevano trovato da dormire, altrimenti gli toccava fare come Giuseppe e Maria, di ricoverarsi in una stalla.
“Ma, insomma! Cosa vi viene in mente!? –interviene la Gigina, la sposa, che aveva la lingua staccata dal palato- San Giuseppe e la Madonna si sono ritrovati in una stalla perché la storia doveva andare così, e non perché fossero degli imbranati come noi!”
“Ma quali imbranati –protestò l’Ercole, lo sposo- ci eravamo distratti… estraniati… insomma concentrati su noi stessi!”
“ Ha! Ha! Ha! – schioccarono una sonora risata di gusto- su voi stessi… ce lo immaginiamo! Per questo avevate l’ovatta negli orecchi?!”
“ Non ce n’è importato nulla, di ritrovarci a Sant’Anna –interviene ancora la Gigina- ci siamo portati in camera due pagnotte da tre etti ciascuna con un etto di mortadella a testa, più un fiasco di Valpolicella.. che è stata una goduria. La locandiera aveva terminato le vivande… è stato meglio così: abbiamo cenato di gusto lo stesso nella nostra intimità… mi sono spiegata?”
“Ma che sfacciata, la sposina!” L’accusarono sempre in tono faceto rivolgendosi a Ercole.
“Per niente! –si difese Gigina- sono una donna sposata ora e posso dire la mia!”
“Ercole, la senti la tua signora?”
Ercole rideva, divertito.
In quel momento, io ho creduto che ridesse sulla loro cena a pane e mortadella, mentre ora so che c’era ben
altro dietro l’espressione compiaciuta.