mercoledì 10 gennaio 2018

Tuffarsi


foto da web







Per una breve vacanza amo l’altra costa bagnata dall’ Adriatico! Dirimpetto al Delta. Mare calmo e profondo. Acqua limpida e salatissima. Mi sembra di tradirlo, ma lui lo sa quanto io ami l’acqua di scoglio e poi siamo separati solo di qualche miglia. Distanza marina che ci divide, ma pur sempre unita dello stesso mare. La calda giornata estiva è mitigata da un leggero maestrale. Ho appena raggiunto il mio scoglio preferito, quello dell’anno prima e trampolino dei miei maldestri tentativi di effettuare, una volta nella vita, un vero, dignitoso tuffo in avanti. Mi assesto con le piante dei piedi sul bordo più esterno del masso. Le dita si raggrinzano nello sforzo di incollare, a ventosa, i polpastrelli e mi metto in posizione di lancio, come da precise istruzioni impartite, in anni precedenti, da un’insegnante di nuoto. Sono ora con le ginocchia flesse, il busto inclinato in avanti e le braccia tese verso l’alto sulla linea delle orecchie. Le braccia devono aderire alle orecchie per evitare un impatto violento al capo. Congiungo le palme delle mani atte a fendere l’acqua e glissare dolcemente con il resto del corpo.

Sembra facile! Forse per qualcuno lo è.

L’acqua è lì sotto, a due metri da me, nello splendore del suo verde smeraldo. E’ appena increspata e so, per esperienza, che il leggero movimento non fa differenza. So che dentro starò bene, avvolta dalla sostanza liquida, coccolata, sorretta, alleggerita. Sarà un abbraccio totalizzante. Dentro, lo sento, troverò un mondo amico che mi sosterrà e mi restituirà, subito dopo, alla superficie ed alla mia vita terrestre. Ciò che importa ora è entrare, dare al corpo la spinta adeguata. L’attrito può essere doloroso. Ogni tuffo riserva un potenziale rischio, ma mi butto. Vada come vada, io mi butto.

Sono entrata liscia come un pesce, questa volta. Ho i polmoni ben ventilati e ne approfitto; anziché rialzare il collo e, con un colpo di reni, portarmi in verticale per risalire, mi lascio andare ancor più in profondità. L’acqua è sempre più verde e mi avvolge in un abbraccio languido. Ne sono compenetrata: divento liquida. Mi giro e rigiro con scioltezza. Il verde è intenso con qualche sfumatura sparsa data dagli scogli erbosi.

E’ passato del tempo, dovrei risalire. Invece proseguo in diagonale, sto così bene qui sotto. Lascio uscire dalla bocca bolle d’aria per compensare la profondità. Mi viene tutto naturale.  Trenta secondi saranno già trascorsi, penso, altri venti di risalita ed il tempo scadrà.  Inizio la verticale. Lo sforzo mi fa capire che ho tardato un po’ troppo. Vedo la luce che penetra ad imbuto, sopra di me. Ci sono, quasi. L’imbuto si allarga sempre più rischiarandosi. Sono a corto d’ossigeno, ma ci sono. Ecco!, ancora una bracciata e riaffioro. Sono ora dentro il cono di luce, intravedo il sole. Muovo solo le gambe per risparmiare forze, tanto ormai ci sono! Provo un bisogno urgente di respirare. Non perdo la calma e deglutisco. Deglutisco la mia anidride carbonica. Ho ancora l’energia di sorprendermi del fatto che, pur essendo arrivata, non riaffioro. Sbraccio alla fine e mi catapulto fuori.

Il pelo d’acqua assiste imperturbato al mio affanno. La luce gioca brillii fra gli spruzzi e l’aria riguadagna le mie cavità polmonari.

Mio marito, dalla riva, mi rimbrotta: "Stavo per chiedere aiuto!" "Ma se va tutto bene, rispondo, a che sarebbe servito?"