mercoledì 9 gennaio 2019

Incontro in Piazza Ferretto a Mestre



Già postato? Non saprei...un testo del 2004 influenzato dalla lettura di un romanzo di A.Vitali.



Toh! Mah, guarda te, la Tecla! Mi son detta, stupefatta. Che ci fa qui in piazza Ferretto. Dovrebbe stare in quel di Bellano, nel paese di Andrea Vitali. L’ho incontrata attorno a mezzodì. Passava davanti al negozio di Gentiloni, dove io sbirciavo dalla vetrina per capire se sugli scaffali ci fosse stata la cera Fila per il cotto, che cercavo da tempo. Indugiavo, non avevo voglia di entrare. Ed è stato per questo che l’ho incontrata mentre svoltava l’angolo. Armeggiava con l’ombrello pieghevole, che sarà comodo perché ci sta nella borsa, disse, rivolta a me, ma non si indovina mai lo scatto per aprirlo. Tu premi il bottone, ma si apre quando vuole lui e intanto la prendi.

Posso aiutarla, le ho chiesto. Ma no, grazie. Tanto devo arrivare alla fermata del Venezia, in via Poerio, due passi e ghe sbicio anca all’ombrela, disse in veneziano. Ma l’accento tradiva la sua origine meridionale. Una Tecla calabrese, contadina del podere strappato al bosco, sull’altopiano silano, dove sua cognata le cura la piccola proprietà e ogni anno la rifornisce dei meravigliosi frutti di quelle terre rosse che solo poggiando lo sguardo si muove il languore per i loro doni. Io, signora, le confessai, provo il desiderio di nutrirmi della vostra terra rossa. Ne metterei in bocca delle manciate. Devono essere ricche di ferro, minerale di cui sono sempre stata carente. Ma che mangiare terra, si schernì, avendomi intesa alla lettera, di limoni, di fichi d’india, di olive e di fichi nostrani, di mele e tutto il resto, le dico, tutto del ben di Dio che ci cresce: è di quello che bisogna nutrirsi! E il salamino piccante… disse illuminandosi in volto, lasciamo stare!

Aveva voglia di chiacchierare quel donnino minuto dal viso grinzoso coronato da capelli brizzolati e crespi. Erano trattenuti da un foularino di lanetta. Un triangolo di tessuto esiguo che le lasciava fuoriuscire due cespi di folta capigliatura dai lati. Uno scheletrino di donna con il ventre incavato ed il dorso un po’ ingobbito, più per la mancanza di ciccia che per difetto scheletrico. Gli occhi vispi, profondi, e sapienti, divenuti con il tempo diffidenti, quel giorno, in quel momento, erano ridenti, fiduciosi.

Non faceva puff come l’autentica Tecla. Lei respirava bene, solo muoveva nervosamente il capo quando si agitava. Sì, mostrava ansia, perché aveva voglia di chiacchierare e devo essere stata per lei un’occasione da non perdere. Le ho infuso fiducia e si è trovata di fronte ad una confidente inaspettata. La qualità più rilevante era il mio anonimato. Una sconosciuta alla quale aprirsi per svuotare l’animo dall’ingombro di tanti soprusi, e che poi sarebbe svanita nel nulla conservando i suoi segreti intatti. Segreti che aveva bisogno di condividere per sentirsi risollevata. Ma segreti che dovevano assolutamente rimanere tali.

Non le confidai, io, che ho la passione dello scrivere. E, in quel momento, non pensavo certo che mi rimanesse così presente, un carico pendente: un sovraccarico di notizie difficili da tenere celate, dentro.

E forse un giorno…