Corriere piccolo

venerdì 23 dicembre 2011

Appello per la biodiversità da sottoscrivere ...possibilmente

Post copiato da: http://falcodipalude1.blogspot.com/2011/12/appello-per-la-biodiversita.html

Appello per la biodiversità




“ Vogliono distruggere le Saline di Ulcinj in Montenegro, le gemelle di Margherita di Savoia. Sarebbe un danno grave, bisogna assolutamente arrivare a 1000 firme per cercare di salvarle” dice Nicola Baccetti dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e chiede di andare al link sotto riportato, “ Firmate, poi nella finestra successiva vi chiedono dei soldi ma voi se volete tornate indietro e verificate se il vostro nome è dentro, funziona lo stesso. MI RACCOMANDO, soprattutto DIFFONDETE, la vostra firma non basta! “

La Salina, si trova poco fuori Ulcinj, in Montenegro e occupa un'area di 1500 ettari La salina di Ulcinj è conosciuta anche per essere habitat di 258 specie diverse di uccelli, tra i quali molti di essi sono rari, presenti anche i fenicotteri rosa.
clicca per firmare
Grazie

lunedì 19 dicembre 2011

Restiamo uniti





Cari amici,

Eh, no!!! La crisi non deve toglierci il piacere di bloggare! E neppure l’età che avanza! E neppure gli acciacchi per chi non è più giovanissimo! Solo il segnale della rete che non arriva o che arriva male, come purtroppo mi capiterà fra non molto, ma che spero di ovviare con la chiavetta Tim.

Mi raccomando amici blogger a tutti indistintamente non mollate e non mollatemi. E come mi ha risposto Nicola (Zio Scriba) in un dei miei primi commenti da lui, in cui sottolineavo le due andature troppo distanti dello scrivere (la mia, lenta; la sua veloce): “Non voglio perdere nessuno per strada”, mi  ha detto !

Mi verrebbero da dire tante cose, almeno una per ognuno di voi. Uno dei prossimi Natali lo farò. Per il momento mi sento di dire che la vostra amicizia mi è preziosa e che provo affetto e tenerezza e stima.

Grazie a tutti e Buone Feste.

Nou

sabato 3 dicembre 2011

Un po' di umorismo sarcastico

Oh...che bella pensata!


(Immagine da web)

mercoledì 30 novembre 2011

Venerdì sera h 21.00 a Dolo (Ve) -Teatro Italia- Appuntamento con Marta e Diego Dalla Via in "Piccolo Mondo Alpino"



Cito un paio di commenti trovati in rete:

"Una montagna evocata attraverso oggetti metonimici. Silenzi e parole conducono per mano le emozioni dello spettatore che infine ammutolisce, cogliendo sotto la verve ironica dei dialoghi il dramma senza soluzione che si sta consumando: non solo sul palco, ma anche nella realtà. La favola di una montagna che da apparente paradiso sta in realtà perdendo lentamente la propria anima. Una stretta al cuore per chi la ama, senza distinzioni. Uno spettacolo asciutto, coinvolgente e commovente, recitato bene e generosamente. Merita maggiore visibilità!"

"Spettacolo coinvolgente e dinamico! Grazie al teatro vero, che fa ridere, sorridere e riflettere mostrando l'altra faccia della medaglia.. Organizzazione ottima."

Io e la mia famiglia ci saremo!

Nou

domenica 20 novembre 2011

A teatro con Marta e Diego Dalla via in Piccolo Mondo Alpino

Venerdì 2 Dicembre ore 21.oo 

Cineteatro Italia Via Comunetto DOLO (VE)


Piccolo Mondo Alpino


di e con Marta Dalla Via e Diego Dalla Via

musiche originali e disegno luci Roberto Di Fresco

ideazione costumi Licia Lucchese

realizzazione costumi Sonia Marianni



Una produzione CRT  centro di ricerca per il teatro




Di Marta  si dice:
"Marta Dalla Via ha un talento mimetico e creatore. Cattura e prolifera. Prende in ostaggio gli altri dentro di sé e li fa diventare un coro. Osserva le persone con spietata empatia, dopodiché, fase 1: ne estrae il carattere, nel senso teatrale del termine, e, fase 2: ci costruisce un mondo attorno". TIZIANO SCARPA

giovedì 10 novembre 2011

CHE SIA PROPRIO VERO CHE... ? -aggiunta al post precedente

Il metro come unità di misura di lunghezza, ma soprattutto come metro di giudizio sulle cose in senso traslato, mi ha spinta a ricercare su questo argomento. In verità, la cosa parte da più lontano e precisamente da un paio di  lezioni di introduzione alla filosofia del computo che, stupidamente, non ho proseguito a frequentare, e che rimane come curiosità nel taccuino degli appuntamenti mancati. (Nounourse)



Testo estratto da: http://www.appennino.unibo.it/CastelSanPietro/Lavori/metro/gnobili_metro.pdf



A L C U N E  R I F L E S S I O N I  S T O R I C O - S C I E N T I F I C H E .

Una ricerca sul metro ci porta molto lontano nel tempo, fino ai filosofi del mondo greco e

particolarmente a Protagora (481 - 411 a.C.) quando affermava che "l'uomo è misura di ogni cosa"

(idea poi ripresa in ambito rinascimentale). Infatti tale frase può anche essere interpretata come la

constatazione del fatto che venissero utilizzate come unità di misura parti del corpo umano; ad esempio:

braccio, piede, palmo, pollice, ecc...(termini che sono rimasti ancora in uso anche in certi ambiti

moderni, come le grandezze degli schermi delle televisioni e dei monitor dei computer che vengono

ancora espresse in pollici, a sua volta definiti dal sistema metrico anglosassone). Si sono ritrovati dei

campioni di misura egiziani, detti cubiti reali e adottati già nel 3000 a.C., che corrispondono alla

lunghezza di un braccio dal gomito alla punta delle dita tese. Inoltre non bisogna dimenticare le

implicazioni sociali della scelta di unità di misura antropomorfiche e quindi soggettive (non tutti i piedi

hanno la stessa lunghezza!); infatti le problematiche metrologiche si occupano anche di comprendere in

quali condizioni sociali il concetto di "giusta misura" assurge a simbolo di onestà in generale, in che

modo si siano venute formando le competenze del potere dello stato relativamente al controllo delle

misure e quali conflitti si siano manifestati intorno a queste competenze, quali siano le condizioni

sociali indispensabili per introdurre l'unificazione metrologica...che trova proprio il suo culmine con la

creazione del metro.

La misurazione dello spazio si rivelò necessaria quando i contadini cominciarono a dividersi la

proprietà dei campi e ciascuno voleva essere sicuro di ricevere la terra a cui aveva diritto; nacque così

l'esigenza di creare delle unità di misura standard. Esse si basavano ancora sulle dimensioni del corpo

umano, ma venivano fissate con riferimento ad una persona particolare, di solito il re o l'imperatore, ed

erano poi riportate su campioni rudimentali di cui si facevano numerose copie perché tutti ne potessero

— 2/4 —

usufruire e ci fosse una certa unitarietà metrologica (almeno all'interno della stessa nazione o anche solo

della stessa regione).

Ad esempio, all'epoca dei Romani, l'unità di misura di riferimento era il piede romano, lungo

296 mm. e suddiviso in 12 pollici, la cui lunghezza avrebbe dovuto corrispondere a quella del piede

dell'imperatore Vespasiano (sulla cui esattezza esistevano tuttavia diversità d'opinioni che nascevano

dalla diversità dei monumenti dai quali si ricavava l'estensione); in epoca feudale, quando coesistevano

sovranità diverse, come il Comune, il signore, la Chiesa e il re o imperatore, coesistevano anche misure

diverse, ognuna valida nel proprio ambito. Durante il 1600/1700 invece fu preso come elemento di

riferimento il piede del re di Francia o piede di Parigi, di cui si posseggono ancora alcuni campioni

originali (all'Osservatorio Ximeniano di Firenze ne esiste uno datato 1702) , che misurava 324 mm.

Solo più tardi, le diverse sovranità metrologiche furono superate tramite il concetto di Stato e la

Rivoluzione Francese giocò un ruolo determinante in questo senso. Nel mondo scientifico e in

particolare nell'ambito della fisica sperimentale, l'esigenza di uniformare le unità di misura era dettata

dalla difficoltà da parte degli scienziati di riprodurre gli apparati realizzati da altri che avevano in

adozione unità di misura diverse, pur potendo mantenere inalterate le proporzioni; infatti già Christiaan

Huygens (1629-1695) aveva proposto come unità di riferimento la lunghezza del pendolo che batte il

secondo (ma, ahimè, insostenibile a causa della variazione del periodo sia con la temperatura che con la

latitudine!). Un'altra esigenza sempre del mondo accademico era quella di uniformare anche il sistema

di multipli e sottomultipli e la base in cui contarli ; infatti già nel 1400/1500 si ha notizia di alcuni

matematici, quali il Regiomontano (1436-1476) e lo Snellius (1581-1626), che utilizzavano il sistema

decimale per "comodità e vantaggio nel conteggiare", mentre nell'uso pratico le suddivisioni erano

operate sia in base 8, che 12 ed anche 20 ed infine esistevano anche sistemi misti: una vera "babele"! In

questa situazione abbastanza complessa, si può comprendere come fosse necessario un nuovo ed

universale sistema di misure, pur dovendo superare le suscettibilità nazionali e le consuetudini secolari;

solamente una misura che fosse insita nella natura stessa avrebbe potuto avere speranza di successo!

Infatti la Rivoluzione Francese sancì la nascita del metro come la 40 milionesima parte del meridiano

terrestre e il campione di riferimento, realizzato ora in una lega di platino-iridio, è conservato presso il

Museo dei Pesi e delle Misure di Sévres, presso Parigi. Tuttavia tale campione è diventato al giorno

d'oggi solo una misura puramente convenzionale, in quanto una rimisurazione accurata del meridiano

terrestre ha apportato ad esso delle correzioni e non è esattamente 40.000.000 metri come si riteneva

alla fine del 1700! Ora dipende dalla velocità della luce (cioè lo spazio corrisponde al tempo che la luce

impiega a percorrerlo) e ciò è un fatto veramente curioso: anche le antiche meridiane misuravano il

tempo in base allo spazio percorso dalla punta dello gnomone o indicato da una "bolla" di luce (es.:

meridiana solare di S. Petronio di Bologna)...che sia proprio vero che "non c'è nulla di nuovo sotto il

sole"? che l'unificazione di spazio e tempo sia sempre stata sotto i nostri occhi?

lunedì 7 novembre 2011

Metro-definizione


Un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299 792 458 di secondo. (fonte Wikipedia)

mercoledì 26 ottobre 2011

Luna sul Po


immagine da web

Tu mi sorridi, col tuo faccione tondo
io ti corro incontro
con la mia bici dal fanale rotto.
Sei appena ascesa luna
sopra l'ansa del fiume,
fra una sponda e l'altra rimani sospesa.
il tuo bagliore lo inonda tutto
lui ti culla defluendo lento.
Indugi immota, lasciandoti osservare
dalla natura remota a te soggetta
e tu a lei devota.

(Nounourse)

martedì 25 ottobre 2011

Ad Alessandra

(immagine da web-modicaliberata.it)

Verrà il mattino
Sgombrerà il torpore lucano
dell’incerta notte
Avrai occhi di luce
Leggero il respiro
Lieve palpito
Le tue braccia cingeranno
tutto il mondo sognato
Nelle mani fermerai la gioia
Mani piene avrai del mio amore
Di tutto l’Amore!
Il pianto righerà l’aurora
della tua vita
appena affiorata
al tepore del mio cuore
Se ne andrà il mattino
Ti porterà con sé
sul carro del sole
A me non resterà
che l’impietosa attesa
nell’ interminabile notte


(Anonimo)

venerdì 21 ottobre 2011

Le pezze al culo


immagine da web

Oggi sento la voglia di giocare con le parole. Avrei dovuto dire più esattamente: “le toppe nell’infracoscia!?” Dev’essere il bel sole che infiamma le vetrate dei balconi, dopo due giorni grigi, di cui uno sotto la pioggia, a stuzzicarmi . Ho avuto voglia di rassettare l’appartamento, finalmente!, e di accorciarmi quei fuseaux che ho comprato recentemente. Non faccio molti acquisti di abbigliamento, ma dei comodi pantaloni di maglina elasticizzata sono quello che mi ci vuole per stare comodamente vestita fra le mura domestiche. Li uso molto: sono al 99% del mio tempo fra le mura domestiche vestita di fuseaux! E naturalmente si rovinano con l’uso soprattutto all’interno delle cosce fino a smagliarsi vistosamente, per questo sono stata costretta a rimpiazzarli con due nuovi paia. Dovrei essere dodici centimetri più alta per non avere il fastidio di rifare l’orlo. Ma tant’è e va da sé che ogni volta mi ci devo applicare, sull’orlo. Sono organizzata pure con una macchina da cucire portatile che fa il punto adatto al tessuto in questione: misuro, imbastisco, metto l’orlo sotto il pedalino e aziono il motorino della macchina. Cucio. Taglio l’orlo in sovrappiù e zac,zac! Mi rimane un orlo perfetto che sembra fatto industrialmente. E già “perfetto industrialmente” perché le taglia e cuci sono arnesi impareggiabili per la sartoria odierna. Ora posso buttare i vecchi pantaloni bucati…però…

Quelle belle strisce di maglina avanzate, mi dispiace buttarle...Le tengo fra molti altri ritagli, non si sa mai che mi possano servire…Faccio per depositare nell’indifferenziata il vecchio indumento e mi viene l’idea di metterci due toppe della maglina per coprire i buchi. Detto-fatto: cavolo che genialata! L’ho recuperato rendendo spiritoso il mio look, tanto sono sempre in casa, chi se n’importa! E poi con i tempi che corrono altro che far girare l’economia con i consumi!


Viola

mercoledì 19 ottobre 2011

Ritratti di Paolo Benini

Sono spiacente di non saper presentare direttamente il Sito, ma basta fare un clic sul link. Ciao :)

Nou

http://www.march23photography.com.au/

domenica 16 ottobre 2011

Dal Blog Cose che dimentico "Lettere corrisposte" di Antonio Caputo

Quando ho un attimo di tranquillità, vado a sbirciare nei vecchi post dei blog amici, un po’ a caso devo dire e scelgo in base al titolo o l’immagine che viene riproposta in calce al più recente. Così ho letto una lettera di Antonio Caputo al Presidente Giorgio Napolitano scritta circa tre anni fa, tuttora valida. Antonio era presente ieri in testa al corteo verso Piazza S.Giovanni dove non è stato possibile arrivare lo spiega nel post Gli indignati e gli indegni http://cosechedimentico.blogspot.com/


Propongo la lettura della lettera di Antonio http://cosechedimentico.blogspot.com/2008/11/lettere-corrisposte.html  al Presidente della Repubblica, emblematica di una delle situazioni di precarietà dei giovani a cui non vengono presi provvedimenti.

***

Lettere corrisposte

10 Novembre 2008

Con gratitudine alla Presidenza della Repubblica per la risposta a questa lettera.


Alla cortese attenzione del

Presidente della Repubblica Italiana

Giorgio Napolitano



Illustrissimo Signor Presidente,

ho deciso di scriverLe per sottoporre alla Sua attenzione la situazione di molti lavoratori che negli ultimi giorni si sono mobilitati, anche con pubbliche manifestazioni, in difesa del loro lavoro. Mi riferisco, in particolare, al settore della ricerca negli Enti pubblici perché ne faccio parte, sebbene il problema sia molto più ampio toccando i più svariati ambiti lavorativi di molti cittadini di questo Paese.

Il problema della ricerca in Italia è annoso e in diverse occasioni Lei ha sollecitato maggiore attenzione alla ricerca, sottolineando come si tratti di “una priorità, che dovrebbe riflettersi nella politica sia della spesa pubblica sia degli investimenti privati”. Lei è perfettamente consapevole delle dimensioni del fenomeno della cosiddetta precarietà e delle ferite sociali che questo fenomeno comporta. Con questa lettera non intendo quindi parlarLe di numeri, per i quali avrà le Sue fonti, bensì dello stato d’animo di migliaia di persone, uomini e donne spesso definiti giovani ma che altrettanto spesso così giovani non sono più e di come la nostra società, ed in particolare le istituzioni che ne incarnano lo spirito pubblico, possa a volte presentarsi loro come un posto poco accogliente.

Come Lei sa, il precedente Governo, guidato dal professor Prodi, aveva fissato in due leggi finanziarie la progressiva stabilizzazione dei lavoratori precari del pubblico impiego, tra cui figurano molti ricercatori. L’attuale maggioranza non ritiene di dover dare seguito a quell’impegno, richiamandosi al dettato costituzionale ed alla necessità di superare un concorso per poter essere assunti nel settore pubblico. Il principio è sacrosanto ed il richiamo alla Costituzione è tanto più apprezzabile per la sua provenienza. Tuttavia, molti ricercatori hanno effettivamente superato qualcuno dei pochi concorsi pubblici indetti e altrettanti avrebbero volentieri partecipato a concorsi pubblici, qualora fossero stati indetti, anziché passare attraverso decine di forme contrattuali nell’ultimo decennio della loro vita. Ad ogni modo, dalle recenti dichiarazioni del ministro della Funzione Pubblica, sembra che neanche per tutti i “capitani di ventura” che hanno superato un concorso si possa prefigurare quel processo di stabilizzazione tracciato dal precedente Governo. Il rischio, a parere del ministro, è mortificarne l’indole avventuriera! Ora, senza dover scomodare Montesquieu riguardo all'asserzione di costituzionalità e su chi dovrebbe pronunciarla, mi pare legittimo e auspicabile da parte di una forza di governo attenersi ai principi fondanti della res publica ma, pur non avendo una formazione giuridica, qualche lettura e una certa impostazione etica, mi fanno ricordare un principio non scritto ma fondamentale per la vita stessa e la credibilità delle istituzioni pubbliche che è la continuità istituzionale. Pertanto una visione, forse semplice ma certamente coerente della faccenda, mi farebbe pensare che sono percorribili due strade: o si sancisce l'inapplicabilità di una norma, secondo le modalità stabilite dalle regole vigenti nel momento in cui quella norma è stata emanata, o se ne da seguito. Ma riconosco la mia impreparazione in materia e spero che le iniziative dell’attuale Governo sul tema del precariato tengano in debita considerazione tutte le possibili conseguenze e, trattandosi di un intervento nel tessuto sociale, soprattutto quelle non immediatamente quantificabili.

Le statistiche ci dicono che nelle società cosiddette sviluppate, quale è quella italiana, la vita media delle persone si è allungata, ne consegue un naturale ed inevitabile spostamento delle attività vitali verso le età più avanzate. In particolare, si decide di formare un nucleo familiare in età più matura rispetto a qualche decennio fa, l’età media in cui si decide di mettere al mondo un figlio è sensibilmente aumentata, l’idea di avere una casa propria, se non è oggetto di derisione, diventa sempre più un’utopia e quant’altro possiamo immaginare. Lo stato delle cose è esattamente questo, le statistiche non mentono e la politica non può che prendere atto di questa situazione. I demografi ci informano che l’Italia sta invecchiando e che nel giro di un secolo gli italiani potrebbero non essere più la maggioranza degli abitanti nella nostra penisola. Da qui ad un secolo, molto probabilmente, non saremo qui a vedere se i demografi avevano ragione, e sinceramente non credo che questo sia il vero problema della futura società che abiterà questo lembo di terra. Parafrasando il grande Montaigne, potrei dire che noi siamo italiani per la stessa ragione per cui siamo perigordini o tedeschi. Certamente però possiamo fin da oggi farci delle domande sulle potenzialità che le persone che vivono e che vivranno in questo paese riusciranno ad esprimere e quanta energia vitale, invece, non troverà mai espressione nel modello di società che, direttamente o indirettamente, ci vede testimoni, interpreti e, nostro malgrado, costruttori.

Si attribuisce a Disraeli l’affermazione “ci sono tre generi di bugie: le bugie, le maledette bugie e le statistiche”, non so dire se il Primo Ministro inglese fosse ostile alla disciplina statistica, ma condivido la critica riguardo l’intrinseca insufficienza dei puri dati statistici a descrivere le dinamiche di un organismo complesso quale è la società umana senza che gli stessi dati siano integrati in una cornice interpretativa che ne spieghi l’intima natura. L’oggettiva descrizione delle dinamiche sociali dovrebbe indirizzarci ad una analisi profonda delle loro cause e dei possibili effetti, effetti che meritano ancor più attenzione vista la loro naturale dilazione temporale che in molti casi pone a dura prova le nostre capacità cognitive affidandole al campo delle congetture, se non delle vere e proprie scommesse sul futuro.

A me sembra che dalle pieghe dei dati sociali che le statistiche mettono a nostra disposizione emerga qualcosa di più complesso e più difficilmente quantificabile. Le persone della mia età, viaggio sui quaranta, non sono oggi più giovani delle persone che qualche decennio fa avevano la stessa età. Al di là di ogni augurabile progresso sociale e tecnologico, sono fermamente convinto che la nostra natura più intima sia molto meno mutevole dei nostri stili di vita. In realtà le persone della mia età sono oggi costrette ad essere e sentirsi giovani. Del resto senza le forze assicurate dalla giovinezza non si può fare fronte alle continue riorganizzazioni del proprio stile di vita, senza le energie della gioventù non è facile ripartire da zero continuamente ed instaurare nuove relazioni professionali magari cambiando per l’ennesima volta il proprio domicilio, figuriamoci poi come sia possibile costruire nuove amicizie e affetti, che sono molto più impegnativi. In questa condizione di neotenia socialmente indotta, una nutrita schiera di nuovi Dorian Gray, che hanno dovuto sostituire il cinismo all’estetismo di fine ottocento, vivono facendo attenzione a non guardare fino in fondo il proprio ritratto. Il rischio è noto! Giorni fa, una mia amica durante una riunione per decidere gli slogan da scrivere per una manifestazione in risposta alle politiche del Governo sul tema del precariato proponeva “i figli mai nati dei precari ringraziano”, fu lei stessa a ritenere il messaggio troppo forte e a non volerlo scrivere. Questo episodio mi ha fatto tornare in mente una vecchia pubblicità di Emergency dove su uno sfondo completamente nero c’era scritto “i medici di Emergency vi risparmiano le immagini che quotidianamente devono vedere”, facendo le debite differenze, per le situazioni ben più drammatiche con cui i medici di Emergency devono misurarsi, mi pare che lo spirito di quella mia amica fosse esattamente lo stesso salvo una variazione, se la pubblicità di Emergency risparmiava la visione della realtà di guerra agli altri, nel caso della mia amica qualcosa di intimo la induceva a risparmiare anche se stessa la piena ammissione dei fatti.

Contrariamente alla diffusa retorica della giovinezza, che oggi ha l’aria di essere un meccanismo di difesa più che uno slogan ideologico o un fatto anagrafico, io sono convinto che poter invecchiare sia un valore, un processo che arricchisce una vita e la porta a compimento, meta sempre più lontana per quanti non possono realizzare un progetto di vita di per sé arduo, come è atteso, ma che è continuamente minato da ostacoli sempre più numerosi, sempre mutevoli e soprattutto quasi mai dipendenti dal proprio impegno. Alle persone della mia età, che oggi hanno la ventura di lavorare nel settore della ricerca, ma la stessa cosa può dirsi per molti altri settori lavorativi, non è permesso invecchiare. Questa è la dimensione tragica, nel senso greco del termine, dell’instabilità lavorativa. Per quanto paradossale possa sembrare, ho a volte la sensazione che i ‘giovani’ della mia età non chiedano altro che poter finalmente cominciare ad invecchiare! Non per arrendersi, sia chiaro, o per ridurre il proprio impegno professionale ma per cominciare ad intravedere un barlume di senso e di compiutezza nella propria esistenza, per dare una organizzazione narrativa alla propria biografia, direbbe il sociologo Richard Sennett.

L’attuale Governo avrà senz’altro dei solidi motivi per proporre i tagli alla ricerca, per arrestare i processi di stabilizzazione nel pubblico impiego. E’ evidente che spesso le esigenze più squisitamente politiche sono sacrificate sull'altare dell'economia e che quasi sempre le esigenze economiche si risolvono in problemi di carattere contabile con i quali tocca pur fare i conti, tuttavia non è sempre comprensibile il criterio che regola i rapporti tra politica ed economia. Di tanto in tanto si afferma il cosiddetto primato della politica ma, abbastanza paradossalmente, questo richiamo si fa più forte proprio per correre in aiuto dell’economia. La recente situazione dell’Alitalia e l'attuale crisi dei mercati finanziari sono casi emblematici di questa situazione. In particolare, per le sue dimensioni, la crisi finanziaria vede impegnati molti governi di paesi sviluppati per salvare il sistema creditizio in nome di una crescita economica che altrimenti subirebbe dei duri contraccolpi. Si tratta certamente di una importante scommessa sul futuro dell’economia mondiale. In linea di principio, con molte riserve sulle modalità, questi provvedimenti sono condivisibili, ma non è forse il futuro dei lavoratori della ricerca e dei lavoratori in generale la più importante forma di investimento per il futuro ed il benessere di un paese? Allora per quale strana alchimia semantica in un caso la politica affronta di buon grado i sacrifici di un intervento pubblico, mentre nell’altro agisce richiamandosi ad una contabilità che cerca di pareggiare il bilancio il giorno dopo?

Quale che sia la visione etica di ciascuno di noi, non è possibile concepire una qualunque società senza pensare alle relazioni che i suoi membri instaurano tra loro, senza un contesto di reciproca fiducia tra i soggetti, senza una idea di progetto comune per un futuro che sia migliore del passato e del presente, senza concepire condizioni di solidarietà collettiva. Nessuna società, degna di questo nome, è possibile senza queste vere e proprie virtù che riecheggiano, da un punto di vista laico, una dimensione sacrale di lunga tradizione. Quale che sia la nostra formazione non si può concepire alcun modello sociale senza le vecchie virtù, ormai sempre più desuete, almeno in ambito pubblico. Virtù, certamente desuete ma non ancora completamente fuori corso, che si ritirano sempre più dall’ambito pubblico per trovare angusta espressione nell’ambito familiare o ancor peggio per rimanere inespresse nel nucleo più intimo dell’individuo, dove tuttavia premono per trovare una via d’uscita che spesso provoca quel malessere di cui non sempre si riconosce l’origine.

Le chiedo Signor Presidente, nel contesto di perenne instabilità che molti lavoratori vivono è ancora possibile parlare di fiducia, di lealtà o di qualunque altra qualità morale che costituisca un collante sociale? Si tratta di qualità che non hanno alcun significato in un contesto in cui il movimento è fine a se stesso senza fornire un senso al movimento stesso, qualità che chiedono simmetrie relazionali in cui nessuna energia, nessun investimento umano debba andare perduto. Simmetrie che si riflettono anche nella capacità delle istituzioni di riconoscere il valore delle persone e delle loro legittime aspirazioni. Molti ‘giovani’ ricercatori del settore pubblico vivono la loro condizione professionale in una sorta di distonia morale e a fronte del loro impegno sono compressi in un orizzonte di senso claustrofobico. All’impegno profuso nella loro attività professionale non corrisponde alcun riconoscimento di lungo termine. E allora cosa rimane per ricucire questa lacerazione? Come si può fronteggiare questa vera e propria schizofrenia morale, in cui alle esigenze morali interiori non corrisponde uno spazio pubblico idoneo per la loro espressione? Come si può superare la discrasia senza ridurre il significato stesso delle cose della vita a nulla di veramente importante, richiudendosi così in un cinismo che, nel momento in cui si rivolge verso gli altri e non più solo verso se stessi, perde la sua qualità ironica per diventare spirale di malessere?

La retorica della comunicazione facile ci presenta spesso come fannulloni poco avvezzi al rischio, tuttavia non ho mai incontrato colleghi che avessero intrapreso la strada della ricerca senza una autentica passione per il proprio lavoro. Per quanto riguarda la nostra attitudine al rischio, Le assicuro Signor Presidente che siamo perfettamente consapevoli dell’incertezza del domani, conosco tanta gente che ha avuto molte occasioni per sperimentarla, ciò che è duro accettare è il rischio che “nozze e tribunali e are” non abbiano più nulla da dare alle “umane belve”, se non la coscienza del fallimento di quell’immenso ‘esperimento’ politico di porre paletti alla naturale instabilità dell’esistere. La precarietà del lavoro celebra forse il fallimento di questo sforzo, oppure, come molti dicono, annuncia una nuova era? Sono in molti a cantare la fine del lavoro, in pochi a vederne il trionfo della natura sulla politica. Signor Presidente, addebitare la mancata realizzazione di un progetto di vita a scarso impegno è cosa ovvia, altrettanto ovvio è considerare la possibilità di incontrare sul proprio cammino avversità che non dipendono dal nostro controllo, ciò che a mio avviso non è ovvio, né accettabile, è costruire una società in cui l’impegno dell’individuo non ha valenza alcuna e gli imprevisti sono la sola variabile determinante del destino delle persone. Da un punto di vista puramente esistenziale sarà anche così, tuttavia sarebbe fatale dimenticare che le nostre società, e la tecnica regia che le dovrebbe governare, sono proprio il tragico tentativo di arginare quel caos cui l’uomo non potrebbe, né saprebbe, resistere. Portare quel caos all’interno del sistema sociale come unica variabile di stato getterebbe i singoli individui, e la società che costituiscono, nell’angoscia più alienante.

Signor Presidente, avrei potuto parlerLe delle tante attività istituzionali che molti ricercatori precari svolgono in diversi enti pubblici in sede nazionale ed internazionale, avrei potuto fare un asettico elenco degli accordi che il nostro Paese onora grazie al lavoro di persone che non sanno se ciò che hanno fatto fino ad oggi era un investimento per il futuro o un altro lungo intermezzo della loro vita. Un paese può anche sopportare il rallentamento di quelle attività, per quanto importanti esse siano, il tempo consentirà certamente di superare i momenti di crisi, ma gli individui che stanno dietro quelle attività non possono dire la stessa cosa. Per questo ho preferito soffermarmi su aspetti sicuramente meno visibili, poco istituzionali, ma non per questo meno rilevanti per uno Stato il cui benessere è anche il risultato del benessere dei suoi cittadini.

Signor Presidente faccio appello ai valori di cui Lei è garante, ai Suoi valori, alla Sua autorevolezza perché rivolga ancora un invito a chi regge le sorti del paese, delineandone il futuro, affinché ogni decisione sia presa alla luce di una attenta riflessione sulle reali conseguenze.

Fiducioso della Sua sensibilità La saluto con affetto e stima.



Roma, 16/10/2008

Antonio Caputo





Per ingrandire le lettere di risposta cliccare:

http://cosechedimentico.blogspot.com/2008/11/lettere-corrisposte.html







sabato 15 ottobre 2011

Ulteriore sbeffeggio alla pacifica manifestazione e alla democrazia

A Roma durante la pacifica manifestazione del Movimento degli Indignati, credo si sia attuata una violenza pianificata per vanificare la protesta pacifica dei giovani e di tutti noi che soffriamo la crisi e siamo preoccupati per il nostro futuro. E' questo un ulteriore colpo alla democrazia, inoltre mi immagino che a fronte di tanta amarezza vi sia qualcuno che se la ride al tavolo di regia.

lunedì 10 ottobre 2011

Piccolo Mondo Alpino

andrà in scena


dal 18 al 30 ottobre CRT salone, Via Ulisse Dini 7, Milano

  di e con
                                                                   Marta Dalla Via e                                                                                          
                                                                    Diego Dalla Via



musiche originali e disegno luci Roberto Di Fresco


ideazione costumi Licia Lucchese


realizzazione costumi Sonia Marianni






Una produzione CRT centro di ricerca per il teatro


http://www.teatrocrt.it



http://www.teatrocrt.it/video_gallery.php?id=34

venerdì 30 settembre 2011

In attesa del fatidico SI' di Marianna e Massimo il 15 ottobre 2011 SPOSI!

(immagine dal web)


                              Tanta e tanta felicità!!!

                            ********
                                           Kisses Marianna!
                                     Grazie del gradito regalo
                                                    :)
                                                 Nou

Stati d'animo


Silenzio

 

L’angoscia si ferma appena sotto lo sterno



Non riaffiora


Si addensa nelle cartilagini laringee


Non vibra


Non v’è nulla da dire, da aggiungere


Al tanto, troppo detto di vane parole


Afonia!


Finalmente il silenzio


A varcare il petto


A dilavare suoni concitati, striduli,


Volgari vocalizzi d’infelici tonalità


Silenzio…




giovedì 29 settembre 2011

Un regalo da Laura*

Nounourse o Paperella?

:-)

...Entrambe!!!

domenica 18 settembre 2011

Presenza-Assenza


A detta  di mio marito, la foto sul piano comunicativo è ben riuscita: "Se è stato voluto"  ha aggiunto.                            
Non è stato voluto, lo so di per certo, perché sono l'autrice   del clic con il mio cellulare. E, come volevasi dimostrare, a me la comunicazione riesce in modo inconsapevole: sia        
che riesca bene; sia che riesca male. :-)


Nou

lunedì 12 settembre 2011

Caro Maestro...

Compitino di 2° Elementare: “Il mio gattino mi ama”

   C’è il mio Persiano che russa sopra lo schienale del divano. Si tratta di Briscola che non mi lascia un momento. La sua attitudine è più da cane che da gatto e me lo spiego pensando che è cresciuto in compagnia del mio cane Pepo da cui ha avuto molti esempi da imitare. Non certo quello di salire così in alto: il Pepo  saltava sul comodo cuscino  e si accoccolava al mio fianco.
   Per il Pepo e anche per me le cose sono cambiate dal 17 Aprile del 2010; da allora dimora nel prato della baitina sotto un tumolo di sassi. Il prossimo anno ornerò il suo giaciglio con ciclamini gerani e lobelia perché la sua dimora dovrà essere ornata di colori e potrò dire a chi lo vorrà sapere: “Guardate che bei fiori crescono qui sopra il mio Pepo!”
   Il Briscola, sembra averlo sostituito e mi controlla da vicino, seguendomi in ogni locale dell’appartamento, come dietro alla mia testa sul divano o lungo il mio fianco sul letto.
   E  fa le fusa, tante fusa, prima di addormentarsi.
Beh! Non sono mai sola! E mi trovo molto a mio agio con questa compagnia.
   Briscola non mi racconta mai idiozie, così, tanto per riempire l’aria di suoni, come fanno certi galli e gallinelle (i volatili non me ne vogliano!) di villeggianti che deturpano di convenevoli ansiogeni il silenzio e la bellezza montani.
   Briscola si esprime con decisi miagolii  e altrettanti significativi ronf ronf solo per comunicare lo stretto necessario, nel rispetto dei  mormorii e dei sospiri dell’aria e della luce, delle piante, delle pietre e di tutte le altre cose circostanti, compresa me.

N.B. :
Caro Maestro, grazie di essere venuto ad insegnarmi a scrivere con l’inchiostro ed il pennino, nella classe mista con i bambini di 3° e 4°, dove ho imparato anche le formule e le figure geometriche del loro programma.
Oggi non so se l’insegnamento misto abbia favorito una certa mia confusione mentale di tipo organizzativo, però è stato molto, molto divertente trovarmi là con la tua classe.


Ciao!


Viola

domenica 4 settembre 2011

ll pensiero degli ulivi

Ho spento la tivù. Perfino Anno Zero: non se ne può più! Ora sento il rumore della pioggia. Entra dalla veranda aperta interrotto dal rombo di una moto. E’ passata, è rimasta la pioggia e leggeri veicoli in lontananza. Sono davanti al monitor, seduta un po’ bassa rispetto alla tastiera del PC. Devo sollevarmi verso l’alto. Omeri e cervicali. Sono sintonizzata sulle parole di un poeta. Lui non sa di esserlo. Non credo. Amo immensamente la sua poesia. Parla degli ulivi. Un commentatore replica di un uliveto di bambino. E’ incredulo della sua altezza. Io non ho mai posseduto un uliveto. L’ho visto da lontano, in corsa. Viaggiando con la macchina. Anch’io sono incredula nel vedere quei rami verdi spuntare dal tronco contorto e nodoso. Penso al tempo corrugato fra le incrinature e al lavoro degli uomini che sono passati per la raccolta delle drupe. Vi hanno spremuta l’anima generazioni e generazioni.  Ogni goccia di spremitura è anima di anima. Loro sono in ogni molecola: miriadi di predecessori che dimorano negli elementi. Non li vediamo perché li pensiamo in un altro tempo. Non li vogliamo vedere, per questo ci siamo inventati il tempo. E poi dovremmo accettare di essere vita e morte in un'unica essenza.
Gerbidi!
Alcuni uliveti ora sono gerbidi. Cerco il significato dell’aggettivo che mi sembra di incontrare per la prima volta, non è così, ne sono convinta, ma è la prima volta che vinco la pigrizia di controllare il significato. Terreno arido mancante di sali… gli antenati si sono agglomerati dove hanno trovato maggiore cura. Gli antenati sanno dove aggregarsi, mantengono intatta la loro intelligibilità. Questo scritto sugli ulivi, nasce dalla riflessione su più testi che li riguardano e dall’amore con cui gli autori li hanno composti. La forza del sentimento ricompone i collegamenti e l’energia ci riattraversa, noi e loro.
Penso felicemente che internet mi permette di conoscere i significati in tempo reale: “gerbido” sembra avere una connotazione negativa, invece mi ha indotta a chiarire una qualità e quindi il valore del significato. Naturalmente un significato in cui tutta l’energia del pensiero esprime la sua azione.  Mi sento strumento del pensiero fatto del compendio della nascita e della morte. Il pensiero è senza tempo… Pensiero…