Corriere piccolo

venerdì 30 ottobre 2009

Il sogno di Andrea

Andrea, ti ho già intravista lungo il corridoio di spalle. La sedia a rotelle t’incamera tutta salvo le tue esili spalle e la testa dalla voluminosa chioma. Voglio credere di essere in errore fino a che non ti avrò di fronte. Non puoi essere quell’Andrea scanzonata che pedalava veloce in sella alla bici con piglio sicuro e deciso lungo la via Piave, dove spesse volte ti ho incrociata. Ti vedo nel tuo curato abbigliamento sportivo. Basco verde e sciarpa a righe senape e arancione. Giacca chiara su pantaloni quadrettati che aderiscono alle tue smilze gambe, fantasmagoriche pulegge, nella circolare spinta sui pedali. Via Piave non è più la stessa. Pullula ora di romeni. Soprattutto donne che si occupano dei nostri anziani: le badanti. Sono seduti sulle panchine del giardinetto attiguo alle case dei ferrovieri benché la giornata sia molto ventilata. Lungo la via Piave non vi è più quel bar tutto tappezzato di drappi rossi, quadri a sfondo rosso e mazzi di rose rosse con il gestore gay che riempiva l’ambiente del suo canto. E noi si sorrideva della sua allegria, compiaciute, mentre sorseggiavamo il the. Quel bar non c’è più. Oggi, mi trovo qui perché sono in anticipo sull’orario del treno che mi porterà nel luogo della casa di riposo, e ho deciso di fare due passi. C’è una bella luce, la giornata è limpida. Il vento fresco mi si infila tra i capelli e li scompiglia. Fa freschetto, ma si sta bene in quest’ora di primo pomeriggio, si respira. Solamente, provo un senso di estraneità. Il cicaleccio ha suoni sconosciuti. Ma la melodia è la stessa dei convenevoli di tutti i luoghi di ritrovo del mondo. Andrea, piccola donna bizzarra nel tuo estro androgino, mantenutosi ancora adolescente in cerca di identità. Conosco la tua storia, me l’hai raccontata e vi hai incluso i tuoi sogni. Sogni rimasti intatti di animo adolescente. Avresti dovuto invitarmi alla rappresentazione del tuo Arlecchino servo di due padroni. Il teatro e la recitazione erano i tuoi sogni che hai potuto realizzare solo dopo. Dopo il lavoro. Dopo il matrimonio. Dopo la famiglia. Dopo i doveri…quando era troppo tardi per realizzare i sogni appieno. Oh! I tuoi veli di odalisca sopra i pantaloni a righe verde bottiglia e panna! Bastava un niente, una sciarpa leggera e l’enfasi di un gesto per catturare la magia del mondo fantastico che ti portavi dentro. Il treno mi porta. Sono comodamente seduta nella carrozza semivuota. Lo sferragliare leggero mi tiene desta l’attenzione. E questo andare mi rilassa e mi riporta piacevoli ricordi del nostro comune lavoro. Divertente e arguta collega ! Espletavamo un’ enorme mole di lavoro attraverso cavi , fili e spinotti accavallati fra i centralini: eravamo le signorine dei telefoni! La teleselezione ci ha espropriato della nostra professionalità! Quante curiosità hanno attraversato i nostri collegamenti di conversazioni coperte dal segreto professionale! “Voi telefoniste avete, come caratteristica comune, la qualità di essere molto aperte di mentalità: non vi meravigliate mai di nulla”, qualcuno ha osservato di noi. Già! Eravamo in contatto giornaliero con una campionatura veramente variegata del genere umano, della sua moralità, della sua arte, della bontà o della malvagità, dei desideri, delle speranze. Eravamo indirettamente partecipi, a volte indesiderate e involontarie testimoni della loro vita. La realtà superava di gran lunga la fantasia! Ne avevamo esperienza costante e si sorrideva di situazioni paradossali. Ci ridevamo sopra con ironia per prevaricare lo stress del lavoro incalzante: poche linee, tante prenotazioni, turni da rispettare e far rispettare. Tornavamo a casa rintronate di tanto parlare e far parlare, negli orecchi lo squillare di telefoni, negli occhi segnali verdi di inizio e rossi di fine conversazione. Tante volte in luogo del saluto esibivamo la formula convenuta per l’accettazione delle richieste telefoniche… “Prego, desidera?” Infine la teleselezione e l’automazione: risolse. Il treno mi ha portata da te. Sei tu nella carrozzina, e sei lì nel corridoio, sola. Non so come sarà il tuo umore oggi. Andrea com’è stato che tuo figlio, il tuo unico figlio non ne vuol più sapere di te …

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