Corriere piccolo

giovedì 25 novembre 2010

Cari saluti



Ancora un'immagine di danza... per prendere congedo.
Vi ringrazio di avermi seguita.
Un affettuoso abbraccio

Nounours
(Sempre difficile congedarsi da un blog: p.s. del 20/12/2010)

Ballerini


lunedì 22 novembre 2010

venerdì 12 novembre 2010

Centro Commerciale - conclusione

La giovane, servitasi di un tè, con il bicchiere di plastica riempito sino all’orlo, lo teneva in mano in attesa che intiepidisse un po’. Mi guardava impaziente di molte domande.
- Cosa leggi in questo libro giallo?
- Non è un libro giallo, di giallo ha solo la copertina.
Silenzio…
- Che libro è?
- E’ un libro di filosofia.
- Cosa c’è scritto?
- Cose complicate da capire.
Silenzio…
- Perché lo leggi?
- Se riesco a capirci qualcosa potrò ragionare meglio su cosa c’è da capire del mondo.
Silenzio…
- Continuo: ci sono persone che lo studiano un libro così con un insegnante che lo ha studiato prima di loro e insieme ricercano il significato racchiuso nei pensieri descritti dall’autore-filosofo.
Silenzio… Lo sguardo è divenuto critico, sembra aver preso della distanza.
Continuo per dissipare la sua perplessità crescente. Intuisco il suo timore di trovarsi alla presenza di una mentecatta, perciò cambio registro:
- A te piace leggere?
- Si, quando sono a scuola.
- Vai a scuola?
- Ho ancora un anno da fare.
- Oggi non ci sei andata?
- No!
- Perché?
- Sono venuta qui.
- Frequenti qui a Bologna?
- Si… a volte si, ma anche a Messina.
Ora il suo tè dovrebbe essersi raffreddato. Ne prende un sorso. Passa il liquido da un lato all’altro della bocca. Dopo averlo trattenuto fra il palato e la lingua, come in attesa di prendere la giusta mira, lo sputa di un fiotto rapidissimo nel bicchiere.
- E’ ancora troppo caldo il tuo tè?
- No!
Continua a scrutarmi. Sorseggia di nuovo la sua bevanda e risputa con lo stesso impeto nel rimanente tè. Dev’essere nervosa!
- Cosa fai qui? Mi chiede.
- Aspetto mio figlio che è qui per lavoro.
- E dopo, dove andrete?
- Torneremo a casa.
- Dove abiti?
- A Venezia.
Silenzio…
- Tu dove abiti?
- Nel campo qui dietro, a volte a Messina e a volte in Francia… In Francia ci vive il mio fidanzato. Il prossimo anno mi sposo.
Ora sono io a sgranare gli occhi!
- Quanti anni hai?
- Tredici.
- Non devi finire la scuola?
- Sì!, ma anche mi sposo.
- Andrai in Francia quando ti sposi?
- Andrò anche a Messina. Mi piace Messina, c’è caldo e c’è il mare.
- La Sicilia è molto bella.
- Non sono mai stata in Sicilia.
Silenzio… il mio.
- Non ti hanno mai insegnato a scuola che Messina è un luogo che si trova in Sicilia? Come altre città denominate Palermo, Trapani, Agrigento, Ragusa, Catania…
- Catania, sì! Ci sono stata.
La ragazza sorseggia e trangugia. E’ di nuovo a suo agio.
- Così ti sposerai… Quanti anni ha il tuo fidanzato?
- Sedici.
Silenzio…il mio.
- Io voglio aspettare, ma lui non vuole.
Con occhi furbi e divertiti, mi fa sapere che lui vorrebbe già fare un bambino.
Silenzio…sempre il mio.
- Io voglio aspettare di finire la scuola.
- Cosa dicono i tuoi genitori?
- Va bene.
- Tu non credi di essere ancora troppo giovane?
- Non so. Il mio fidanzato vuole così… Dimmi cosa dovrei fare? Mi chiede dubbiosa.
- Aspettare! Siete due ragazzini.
- Io vorrei aspettare e lui no, ma ho paura di dirlo.
- Fatti aiutare dai tuoi genitori.
Silenzio…
- Mi dai un po’ di soldi che telefono in Francia?
Tiro fuori delle monete da 50 centesimi, ne ho un numero più che sufficiente. I suoi occhi ora brillano di gioia e… sparisce correndo.

mercoledì 10 novembre 2010

martedì 9 novembre 2010

Sculture

Amanti

Amanti - particolare

giovedì 4 novembre 2010

Un po' di colore... per scherzo

Ciao amici!
Mi trovavo in Toscana

all'esterno dell'agriturismo



all'interno di un ristorante.


Bel ricordo!

lunedì 1 novembre 2010

Ricevo dal Belgio

E-mail del mio amico Bert, che non ha voluto scrivere in versi, ma una semplice lettera... molto poetica!



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1° novembre a Tildonk









Oggi nebbia.
Un acquario e nessuno nuota.
Tutti camminano come sospesi, fluttuano.
Lo si vede ai loro movimenti,
che non sono movimenti,
ma il risultato delle correnti invisibili
nell'aria nebulizzata.
Riesco a vedere il campanile di una chiesa.
Forse è più reale il mio vedere della chiesa.
Tutto potrebbe essere un sogno.
Forse quelli che camminano sono tutti santi.

Bert van Molle

La Rosina nel giorno di Ognissanti

El giorno de tuti i Santi, mi e me mama, andemo in simiterio, dai nostri morti. A dir la vrità, in simiterio a ghe ’ndemo quasi tute le dmendghe. Ela la passa a saludarli uno per uno, come se luri i fusse lì, dedrìo ai sipari d’le lapide, a ΄scoltarla; come se no i fusse morti sul serio, come se i n’ gavesse fato un scherzo, ‘na birichinata.
A me papà, la ghe spipola in t’la fotografia: “ vecio mio, Nino, a tel savrà d’sicuro, ch’a no' te dosmentgo gnanc’un minuto. Me papà el ne manca dal Nadale de l’ 82, a gh’l’em’ avesto el tempo d’ rasegnarse, in tuti sti anni; l’è quand’c’a rivemo in dritura d’me fradelo ch’el spirito, el cuore no’l ne rege più. Con lu, no' semo ancora rasegnà; no' l’è pasà gn’ancora un anno, el dolor l’è ancora grando.
Me mama l’è 'na dona anziana, a m’sento el dovere de dirghe parole ch’el g’fassa acetare la sorte: “ mama, a g’digo, purtropo no semo paroni del nostro destin, l’è el destin ch’el decide per nantri, lu no’l varda in tel muso a gnisun. Davanti a la tomba d’me fradelo, la resta muta, senza fià de poder dire 'na parola.
Po’, dopo, el simiterio s’impinisse d’zente. In t’la festa di Santi, tuti i va sulla tomba di so’ parenti. I va a t’gnerghe compagnia al morto.
A v’demo la Rosina c’la s’senta in parte, ai piè d’la tomba d’so marì.
L’è bela la Rosina, 'na dona d’ 'na volta, col fassoleto nero ligà dedrìo d’la testa, a la moda contadina; l’è paciocona e pacifica. La sta lì per ore: un fià la parla con so marì; un fià la prega col rosario; un fià la s’varda in giro.
La zente arivando, la s’ferma a saludarse: l’impinise el simiterio de ciacole. Un ciciolamento alegro che s’inalza. Par d’vedre le anime dei nostri parenti pirlare, intorno nell’aria, fasendo 'na mazurca, come ch’i fea in sala da balo da Garolla, quand’ ch’i iera ancora vivi.
Mi, a scapusso in t’la Bianca. Ela, la ga el fassoleto nero ligà sot’ al barbusso, coi pissi chi pare inamidà come 'na farfalina da gran galà. El so muso, tondo, sumeia a la luna d’agosto, el pare incornisà in mezo a 'na note d’istà.
La Bianca l’à tribolà con le anche. L’à dovesto operarse diverse volte. Intant’ c’ à parlemo, la butta i oci in direzion d’ me mama che l’è drio andar verso tri-quatro più in là: “ Varda, to mama, che dritta c’la va”, la m’dise incantà, “ A' la so età, l’è ancora in gamba!, gnint fa mi!”.
“ La camina svelta, sì!”, a g’rispondo 'a la Bianca. “ Meio per ela, t’sa Nara”, la m’dise, e po', la continua: “ Nara, a t’ga da saere ch’i m’à operà in tutt’do el gambe. Prima la lanca drita e po' quela sanca, ma a n’go mina avu risultato. A m’toca caminar col baston. Però, in bicicleta, t’sa Nara, in bicicleta a vag’ via com’el treno. L’è quando c’ a m’fermo, ch’iè duluri!”, con la man la fa com’ per dire: “s’a t’saissi…”
Vuria dirghe che la parola “lanca” ga l’apostrofo, no per mi, ma per quando ch’ la va dai duturi, invesse taso. E la saludo butandoghe i brassi al colo con tuto el ben che ghe vojo.
Fnì i giri e i saludi, lassemo el simiterio e tornemo a casa. Intanto che me mama la s’ riprende da tutte le emozion, mi vago a ciamar me marì ch’ l’è nell’orto, in parte a la casa, impgnà a smirar’ i radici se i à ciapà ben o no.
Quando c’ a rivem in cusina, me mama vol farne un café. Intanto che la cafetiera bóie, a g’cunto che, in tel viaio d’la volta prima, Toni l’à fatto un passacuore, fermo al semaforo rosso.
“Beata Vergine Santissima!, la dise impaurì me mama, con le man zunte e i oci puntà in elto, el staga attento Toni a non indromsarse in machina. Ò fatt’ben a fare el café, alora! El gh’in beva 'na scudela per piasere e, a m’arcmando, el staga sveio col guida. El varda, c’ò sentì, per la television c’à ghe 'na malatia c’à s’va in pnea e à s’drome coi oci verti!”, la g’dise al so zenaro me mama, intanto che lu se schermisse diniegando. E mi: “Apnea, mama, apnea l’è la parola giusta, e po’, sta pacifica, perché Toni, col drome, li sera i oci.
“Ma sì, valà, a-p-n-e-a, c’à so quel c’à dig’, sì!”...............