Corriere piccolo

martedì 13 dicembre 2016





Mercoledì 26 Ottobre 2016


Prima l’influenza e poi una tosse da dissolvere. Da un mese circa, la situazione si è complicata. Mamma è costantemente a letto,anche se guarita dall’influenza. Non se ne lamenta, da mesi esprime il desiderio di non essere spostata dal materasso ad acqua, massimo conforto alla sua infermità.
Da quando è stata contagiata, mia sorella ed io, abbiamo intensificato la nostra presenza e non c’è giorno che lei si ritrovi senza un familiare vicino. Da lunedì, alloggio in un monolocale, vicino alla struttura , non potendo sostenere il viaggio in auto, troppo faticoso, e poter passare molte più ore in sua compagnia.  E’ quasi sempre assopita, ma nei momenti vigili, voglio che sappia di non essere sola.
Lotta contro la tosse sempre più flebilmente.
Non dipende dai bronchi. E’ una tosse cardiaca.

Il suo stato altalenava in momenti di leggero miglioramento, nei quali riusciva a deglutire del cibo e, data la sua tempra ancora resistente, non ci si aspettava che la resa fosse così vicina.

Mi sentivo con i capelli in disordine e per tutta la mattina ho provato a contattare un parrucchiere per andarci fra le h12 e le h14. Nessun negozio rispose…
Poco dopo mezzogiorno, passai in panificio per prendere un po’ di pane. La fornaia mi informò che in fondo alla strada, a circa un chilometro , c’era un negozio di parrucchiere. Non avevo ancora abbandonato l’idea e nello stesso tempo mi chiedevo come fare per arrivarci con i miei piedi e la schiena doloranti.
Uscii con il sacchetto del pane in mano e restai davanti al panificio ad osservare la via che molto più in là incrociava una traversa, troppo in là per affrontarla a piedi.
Il cielo era grigio, l’aria umida e ferma e mi sembrava di trovarmi fuori luogo, in una strada che di reale, per me, aveva l’inaccessibilità della distanza…
Se qualcuno mi avesse dato un passaggio per combinazione e, sempre per combinazione, fossi stata così fortunata da trovare pronto un parrucchiere, avrei potuto essere in tempo e più presentabile, dopo la pausa pranzo, al capezzale di mia mamma.
Mentre ero ancora li ferma e pensavo a come tutto si era messo contro durante la mattinata, arrivò un panettiere da in fondo alla via con il furgoncino da lavoro. Ne scese  in casacca bianca e con aria indaffarata. Dallo sportello nel retro prese un grande sacchetto di panini che gli caddero tutti sull’asfalto. I panini erano lì sparpagliati e risaltavano sul manto nero fumo dell’asfalto. Bloccarono il tempo necessario affinché io potessi chiedere all’uomo se dovesse ritornare indietro per quella via? No, non ritornava! Con la busta piena dei panini raccolti da terra, entrò nel negozio.
Meglio così!, alla fine pensai. Meglio così che rischiare di ritornare da mamma in ritardo. Lasciandola poco prima le avevo promesso che sarei ritornata prima del solito.

Mi piace pensare che mi abbia aspettata per essere assieme nell’ultimo momento. E lo eravamo, insieme, mano nella mano, mentre se ne andava con naturalezza, imprimendo al suo volto un’espressione di sollievo.
Avevo molta paura di vederla morire, presagendo che sarebbe stato così. Mi ha dimostrato che è molto più difficile vivere di vecchiaia che morirne.
Non mi sarei mai perdonata di trovarmi dal parrucchiere mentre lei ci lasciava! Anche se lei avrebbe capito e mi piace ricordarla così, due anni prima nel giorno del suo centenario, mentre parla al telefono.



8 commenti:

  1. Le mie più sentite condoglianze. Quando è morta mia mamma non c'ero, ero distante 1500 km, non stava benissimo, ma non eravamo in particolare allarme per la sua vita, è successo di notte, dev'essere stato un attimo, proprio come lei avrebbe desiderato. Con mio padre è stato diverso, circa un mese e mezzo di agonia, una notte che ero da solo con lui non sapevo proprio più cosa fare, continuava a dirmi: "Brucio, brucio!" e "Mi sento morire", gli ho stretto forte la mano ed è riuscito a vedere la luce del giorno. Solo tre giorni dopo è morto, soffocato, è stato terribile assistere un padre che non riesce a respirare e tu non puoi far niente per aiutarlo. Era a casa, la sua casa, e non in un letto d'ospedale, lui li odiava. Chiamare un'ambulanza? A giudicare da quanto è stato breve il trapasso non sarebbe mai arrivata in tempo, e anche se fossero stati velocissimi, per cosa? Per prolungare l'agonia e la sofferenza? La morte appartiene alla vita, nasciamo mortali e abbiamo in noi fin dalla nascita il germe che ci condurrà alla morte. Si spera che questa consapevolezza ci aiuti a vivere meglio, a dare più valore alla nostra vita e a quella altrui.
    Un grande abbraccio anche da parte mia.

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    1. Caro Garbo,
      per mia mamma il personale temeva molto il decesso per soffocamento. Così non è stato, fortunatamente.
      18 anni fa sono stata salvata da embolia polmonare. mi sono spesso chiesta perchè ero rimasta ancora qui. Forse perchè la mia famiglia aveva ancora bisogno di me e io di loro. Queste prove sono valicamenti in cui possiamo ritrovarci più uniti nel ricordo o, anche, più maturi e più forti come persone, in un mutuo soccorso della nostra esistenza.
      Mi capita di dire ai figli, soprattutto quando siamo in viaggio e si stizziscono del comportamento degli automobilisti compagni di strada, che ognuno al volante si porta dietro tutta la sua vita, anche se in quel momento non ci pensa, e bisogna aver pazienza e soprattutto rispetto, molto rispetto per quanto ognuno di noi si porta dentro.
      Un abbraccio, Nou.
      Grazie!

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  2. Con troppo ritardo passo da te e leggo di tua madre.Hai scritto con tanta tenerezza e tanto amore dei suoi ultimi momenti.Si torna figli,anche se si è madri,tornano legami ancestrali in questi momenti.Per mia madre ho fatto 1500 km.sperando di trovarla ancora in vita,di farle sapere che c'ero:Mi ha aspettata questo ha reso meno traumatico il distacco.Ti abbraccio,Nou.

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    1. Cara Chicchina, grazie delle tue parole. E' un grande conforto la presenza per noi e per le nostre mamme che sicuramente avranno trovato forza nella nostra vicinanza e affrontato così con più accettazione il trapasso. Mia mamma era credente e forse anche questo le è stato di aiuto. Chi può mai dirlo? Sono supposizioni. Di fatto io ho avuto l'impressione che i toni calmi e rassicuranti della parole che le si rivolgeva e soprattutto il contatto delle nostre mani e le carezze sul volto abbiano fatto molto. Ancora oggi mi sembra irreale e mi sento stupita ancor prima che addolorata. Pensavo che ce l'avrebbe fatta a trascorrere ancora un natale assieme. Ad ogni modo è sempre presente nei miei pensieri e sono certa che lei si senta orgoglosa e serena di avercela fatta a superare l'ultimo ostacolo. Era stanca e voleva liberarsi della sua infermità che la rendeva dipendente alle cure del personale. E' stata una donna che ha vissuto a lungo da sola e amava la sua indipendenza.
      Ti ringrazio ancora e, con la vicinaza del Natale, colgo l'occasione per augurarti buoni e sereni giorni.
      Un abbraccio
      Nou

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