Corriere piccolo

domenica 16 dicembre 2012

A tutti gli Amici







Buone Feste

Nou






Carissimi


Ho ricevuto un grande regalo per Natale  da Riccardo Uccheddu. Ha dedicato un post (Qui) alla raccolta dei miei racconti brevi, anzi brevissimi “Quelli di Borgo Polesinino” (editi in proprio), racconti che ho avuto voglia di inviargli  per Natale dell’anno scorso, ma che fra varie titubanze  sono stati spediti all’inizio della Primavera. Mi è stato dedicato questo meraviglioso post in cui posso capire aspetti del mio raccontare di cui non ero consapevole. Soprattutto mi ha colpita la frase “[…] questo sentimento di umanità e di giustizia che rifugge dalla retorica, dalla violenza e dall’inganno perché si desidera ardentemente un mondo più giusto”…
Posso affermare che più di ogni altro insegnamento sia valso l’approccio al vivere che gli ultraottantenni di oggi hanno saputo esprimere con il loro esempio agli ultrasessantenni di oggi i quali, al tempo delle prime vicende che si consumavano a Borgo Polesinino, erano bambini .   E’ un mondo scomparso, quello che racconto. Molti dettagli si potrebbero aggiungere, ma Riccardo ha tratto una sintesi che rende pienamente leggibile l’atmosfera e la realtà del tempo e dei fatti narrati.

Non potevo limitarmi al semplice augurio di Buone Feste agli Amici dopo una così grande attestazione di amicizia e generosità da parte di Riccardo. Per questo credo  sia giusto oltre che piacevole per me togliere il riserbo e pubblicare la Raccolta per intero. Alcuni testi sono già presenti in qualche mio precedente post.

E’ il mio regalo di Natale per tutti Voi ed il mio GRAZIE a Riccardo Uccheddu.
  
***
Quelli di Borgo Polesinino
Ricordi di vita dal Delta del Po



« Tonino e la Rosa si sposeranno il mese prossimo », annuncia Antonia alle comari, « novembre non è poi un granché come mese. Pioverà in continuazione. Le strade diventeranno fangose, piene di pozzanghere. Non possono rinviare la data perché Rosa è al sesto mese di gravidanza e tutta la famiglia vuole che la situazione venga regolarizzata prima della nascita della creatura ».
La madre di Tonino concorda sulla data ma per lei la questione non è di forma ma piuttosto di morale, di onorabilità.
« I ragazzi hanno fatto lo sbaglio, pazienza! », si confida con le comari, « il figlio di mio figlio dovrà nascere nella casa del padre: non si può rinviare il matrimonio ad una stagione migliore! ».
La madre di Tonino è una brava donna, educata secondo gli schemi etici d’inizio Novecento. La sua è stata  un’infanzia infelice per la morte della madre di spagnola, l’influenza mortale che falcidiò la popolazione subito dopo la prima guerra mondiale. Allevata dal padre e dalle cognate, nella numerosa famiglia patriarcale, la sua vita ha avuto un regime di essenzialità che le ha permesso di elaborare  sani e saldi principi.
« Il bambino, sentenzia quasi, deve nascere nella casa in cui poi crescerà, per non creargli troppa confusione ».
Le famiglie patriarcali, a quel tempo, avevano chiare regole che davano ordine al gruppo familiare. La regola fondamentale consisteva nell’equilibrare le risorse.  Risorse di ordine economico, abitativo, affettivo. Un nuovo membro si sarebbe aggiunto, sottraendone una parte per poter crescere. Da grande, a sua volta, avrebbe provveduto a reintegrarle con il suo lavoro e la dedizione alla grande famiglia.
« Se non potessimo maritarli per mancanza di soldi, come succede in molti casi, ci dovremmo rassegnare. Ma, dato che  il Signore ci ha mantenuti in buona salute e possiamo guadagnarci la giornata, sarà bene che i ragazzi accettino il matrimonio ora, anche se purtroppo siamo quasi in inverno. D’altra parte, in ogni situazione ci sono i pro e i contro. Per  il mio Tonino e la Rosa, il vantaggio sarà di aggiungere al corredo un bel cappotto nuovo, rispetto a chi sposa nella stagione calda ».
Così la madre cercava di sottolineare un aspetto positivo della vicenda d’amore e trasgressione. In effetti, i matrimoni venivano celebrati all’inizio dell’estate perché si potesse pranzare all’aperto sotto un pergolato o, per i più fortunati, al riparo di un porticato.
Le comari trovano ragionevoli le argomentazioni della loro amica forse pensando che anch’esse, avendo  prole, prima o poi,  potrebbero trovarsi in una situazione analoga.
Ogni madre sperava che la propria figlia giungesse all’altare con l’abito bianco e i fiori d’arancio, segno distintivo d’ illibatezza, come suggeriva la morale di quei tempi e come la Chiesa pretendeva.
Era volontà del clero che le cose seguissero quell’indirizzo.
Per chi disobbediva alle norme che regolavano l’assunzione dei sacramenti vi era la scomunica; anche Rosa l’avrebbe rischiata se non avesse rivelato al parroco il suo stato per evitare le “giuste” conseguenze.
Per lei, con un figlio in grembo, l’abito bianco era escluso. Doveva essere ritenuto il giusto prezzo da pagare per non aver aspettato che la Chiesa desse il consenso all’unione carnale con il suo Tonino: era la penitenza da subire per la fornicazione commessa.
Rosa era una buona ragazza, lavoratrice e timorata di Dio. Non aveva ancora vent’anni e amava Tonino già da parecchio tempo.
Interrogata dalla madre su ciò che era accaduto, si difese adducendo, con tanta vergogna, la scusa che lei non avrebbe voluto, ma che era stato Tonino ad insistere troppo.
Tonino, dal canto suo, superava l’imbarazzo aiutato dall’orgoglio maschile che lo rendeva fiero di essere in grado di amare la sua Rosa e di procreare.
La ragazza si sentiva pronta alla rinuncia. In fondo, non avrebbe avuto l’abito bianco, una giornata assolata, una cerimonia in orario centrale, però, aveva già il suo bimbo dentro di sé, il suo Tonino che mordeva il freno e trovava tutto ciò pienamente gratificante.
Il ragazzo accettava ogni cosa di buon grado. D’altronde per lui non si profilavano grossi cambiamenti, avrebbe continuato a vivere nella casa paterna, con le abitudini di sempre. Era Rosa a subire il vero cambiamento e ciò che ne conseguiva.
Tonino si rendeva conto che avrebbe semplicemente dovuto lavorare di più, ora che la famiglia sarebbe aumentata, non tanto per Rosa, che lei si manteneva da sola, ma per il figlio che sarebbe nato dopo qualche mese.
Lui faceva il muratore, però non sempre c’erano case da costruire o da riparare. Doveva perciò adattarsi a lavori di ogni genere. In questo era affiancato da Guido, suo grande amico e compagno di lavoro.
Per arrotondare le magre risorse, facevano delle intere nottate di pesca, come quella memorabile in cui si avventurarono in Valle Ravagnan, dove riempirono di rombi, sogliole  e passere le loro barche.
Erano partiti, subito dopo cena, assieme ad un pescatore esperto, conoscitore della valle, disposto ad aggirare la sorveglianza del custode.
La valle era molto estesa, ma il pescatore conosceva i possibili percorsi del guardiano.
Fra i canneti, le barche, strusciavano lievi. Lì, bastava staccare il remo dalla forcola e affondarlo di fianco od a poppa, sul fondo melmoso, per avanzare.
Le anatre, nei loro anfratti, starnazzavano indispettite al loro passare. Attraversarono un dedalo di piccoli canali che si allargavano qua e là in anse e laghetti, per poi sfociare in acque aperte come quelle del mare, ma che, a differenza di quelle, si presentavano molto più quiete e leggere.
Tutta la valle si cullava stretta nell’abbraccio della notte rilucente di stelle. La luna piena ammiccava sorniona, presagendo la buona sorte ai tre uomini che, ognuno sulla sua barca, remavano verso la meta prestabilita.
Vi giunsero dopo un’ora di voga che sommata alle due ore di bici, faceva una bella sfacchinata. Ma erano giovani e  l’entusiasmo neutralizzava lo sforzo.
Tutto sembrava irreale, magico, in quella notte.
La condizione era propizia, ai pescatori di frodo: il guardiano era stato evitato ed  i pesci erano così numerosi che non usarono i consueti arnesi,  ma si calarono direttamente in acqua muniti dei retini.
In un momento la quiete si trasformò in tumulto: i pesci si divincolavano fra le maglie, dando forti strattoni con le pinne caudali, agitando le acque. Ma, le reti furono trattenute da mani ferme e, in men che non si dica, gli uomini, riempirono le barche di ogni ben di Dio.
Il pescatore veterano,  ebbe paura che il guardiano sopraggiungesse richiamato da tutto quel trambusto.
« Presto! », esortava, e poi « zitti! », intimava; non si sa bene se ai ragazzi o ai pesci.
Le anatre, impaurite, presero a strepitare in coro. Le garzette a volteggiare attorno alla chioma dei salici. La  civetta cambiò di trespolo.
Il veterano, a quel punto, ordinò a Guido di sospendere la pesca poiché si capiva chiaramente che non aveva alcuna intenzione di mollare le prede che gli saltellavano attorno, in una  provocazione insostenibile.
« Non vedi che la tua barca è stracolma?, vuoi forse affondare tornando? », intervenne Tonino. Allora Guido si convinse, anche se a malincuore, a prendere la via del ritorno. Lui voleva racimolare un grosso bottino per la consuetudine, che animava gli uomini del borgo, di dividere il prodotto delle razzie notturne fra tutti; così facendo – pensava - se ne sarebbe fatta una scorpacciata da ricordare per un bel po’.
Ormeggiate le barche vicino all’argine di valle, inforcarono le bici e, sotto il peso dei cesti ricolmi, pedalarono verso casa.
Il ritorno fu più lungo e faticoso, sia per il maggior carico, sia per la stanchezza avvertita ormai in ogni fibra muscolare. Il fisico era provato, ma il morale si manteneva alto, sostenuto da un indomabile entusiasmo.
Il bello, la soddisfazione più grande doveva ancora arrivare. Si prefiguravano già il volto dei loro parenti, amici, conoscenti, alla vista del pesce.
Già lo sapevano che ci sarebbe stato un viavai di donne e uomini con i propri panieri sottobraccio, approvvigionati della quantità sufficiente a riempire le pance dell’intera famiglia. Si sarebbero visti i loro volti rilassarsi e pian piano illuminarsi di gioiosa gratitudine.
Tonino e Guido non avrebbero preteso compensi. Vigeva la cultura dello scambio a Borgo Polesinino. Chi aveva di più, dava a chi aveva di meno e la Provvidenza avrebbe mosso, sapientemente, le pedine necessarie ai bisogni dei pochi abitanti.
Non vi sarebbe stata ombra di rimprovero per la frode perpetrata dai giovani, perché le scorribande erano  giustificate dalla durezza della vita che non sempre offriva un buon pasto da consumare.
All’arrivo dei due amici, iniziò subito un passaparola con i ragazzini come messaggeri e, in un battibaleno, tutti seppero dell’avvenimento. Incominciò un gran lavorio. Quel giorno il paesino profumò di buono e, sia a pranzo che a cena, si diffuse un vasto profumo di polenta che accompagnava i piatti di fritto e di arrosto alla brace.
« Senti Guido, che profumo nell’aria! ».
« Sento, sento! », rispondeva Guido, « se fosse stato per me, avrei svuotato la valle! ».
« Non ti accontenti mai! », lo rimproverava Tonino,  « assapora il momento di grazia e sentirai la gioia inondare l’anima! ».
 A queste disquisizioni romantiche Guido rispondeva sempre con petulanza.
« Mah!, valà! Bello, valà! Che queste son tutte “monade”! », te lo dico io, ché son concreto, che quando è il momento…, è ben quello il momento di…,  approfittarne! ».
« Ne abbiamo approfittato infatti!, ma devi tener conto del detto “chi troppo vuole, nulla stringe!”, il quale è una massima sacrosanta! », osservava prudentemente Tonino.
« Ma lascia perdere, ti dico!, tu metti sempre la paura davanti al coraggio e viaggi sottobraccio alla prudenza! ». « Lasciati dire “chi non risica, non rosica!”, bisogna che tu te ne renda conto », incalzava Guido.
« Mi rendo conto che non bisogna mai esagerare! », ribadiva convinto l’amico.
Tonino era riflessivo, cercava sempre l’equilibrio nelle cose. Guido, al contrario, era impulsivo e impetuoso, agiva prima di riflettere.
Anche nello svolgimento del loro lavoro di muratori, la diversità d’indole risaltava. Tonino impiegava più tempo ma la sua costruzione risultava sempre ben rifinita ed estremamente solida, poiché  nel preparare l’impasto di cemento, di calcestruzzo, per le intelaiature, le gabbie di ferro, rifaceva due volte i calcoli e, nel dubbio, metteva un ferro od una cazzuola di cemento in più. Nel misurare i fori nel muro perimetrale non gli succedeva mai che uno fosse di dimensioni  non prestabilite.
Guido allineava mattone su mattone con sufficiente perizia e vigore, ma senza troppe misurazioni, affidandosi al “colpo d’occhio” ovvero all’esperienza. Gli bastava sovrapporre i materiali per poi avere il risultato di una casa completata.
Per questo motivo avevano spesso vivaci discussioni, durante il lavoro e qualche parola di troppo sfuggiva dalle loro bocche, ma erano animati da una salda amicizia e gli occasionali diverbi si dissolvevano nell’aria senza lasciare traccia.
Rosa, assieme alla madre, si occupava della lista degli invitati. Quasi tutti gli abitanti di Polesinino vi erano elencati. Ai primi posti figuravano i “compari d’anello” ossia i testimoni e poi, via via, tutti gli zii, i cugini in primo e secondo grado, gli amici e vari conoscenti. Naturalmente non poteva mancare Bociacia con la sua fisarmonica, né Gigifèro per le sue scenette comiche che avrebbero rallegrato i convitati fra una portata e l’altra. In base alla lista finale, ci si doveva regolare sul numero dei capi di pollame, dei chili di manzo, di quanti pentoloni chiedere in prestito, di prenotare il forno del panificio per cucinare gli arrosti. Erano tante le cose di cui tener conto. Rosa era ansiosa di sottoporre la lista dei nomi a Tonino affinché egli aggiungesse i suoi ed incominciare così, senza indugio, i reali preparativi.
Per fortuna che ai bolliti ci pensava Marina, che tutti chiamavano affettuosamente Mari, con il ruolo di cuoca incaricata speciale di tutti i banchetti nuziali, in quanto provvista di lunga esperienza nell’ organizzare convivi per ogni circostanza, presso i notabili di zona.
Prestava la sua opera gratuitamente, era il suo regalo agli sposi, soleva affermare.
In realtà amava molto prestarsi per i pranzi di matrimonio. Non avendo mai potuto realizzare il proprio, godeva nel vedere tante giovani coppie poterlo fare.
Tutti sapevano della sua storia d’amore con Cesare Barbana,  proprietario terriero, per il quale s’impratichì nell’arte culinaria e nella conduzione domestica della casa padronale.
Lo amò per diciotto lunghissimi anni. La storia incominciò quando era ancora adolescente, giovane donna quindicenne. Il signorotto era allora trentenne, figlio unico. I genitori avevano riposto grosse aspettative sul suo avvenire ed erano, perciò, ostili alla scelta del figlio a causa delle umili origini della ragazza. Contrari erano pure i genitori di Mari perché temevano, giustamente, che nessuno sbocco positivo si profilasse per la propria figlia.
Ma Mari era innamorata e a nulla valsero le proibizioni dei suoi. Per raggiungere il suo amato lasciava, di soppiatto, a notte alta la propria casa, per raggiungere quella di lui sebbene dovesse attraversare a nuoto un canale.
Erano notti estive quelle in cui, quatta quatta, sgattaiolava attraverso i campi fino al canale. Preferiva le notti buie di novilunio, per non essere intravista da qualche pescatore notturno o da qualche nottambulo.
Si guardava attorno con circospezione, soprattutto quando giungeva al punto di attraversamento dove si svestiva per non bagnare gli indumenti. Li raccoglieva in un fagotto che teneva alto sopra il capo, mentre con l’altro braccio nuotava per guadagnare la riva opposta, qualche metro più in là.
Il silenzio era rotto solo dal fruscio di lepri rincorse dalle faine o dal tuffo delle rane spaventate che si immergevano fra la vegetazione palustre.
Nelle notti illuminate dalla luna, si sentiva molto più brulichio, appena interrotto, o anche, intensificato, al suo passaggio.
Era piacevole quel bagno notturno che le rinfrescava la pelle e le toglieva ogni stanchezza, ogni incertezza. Qualche brivido di paura poteva attraversarle la schiena, quando temeva di essere sorpresa e quindi scoperta del suo segreto.
« Ciao la mia bella! », fu il saluto affettuoso di Mari per Rosa.
« Mi ha detto tua mamma che ti dobbiamo preparare il pranzo di nozze! », così dicendo Mari abbracciò la ragazza, dandole due baci di buon augurio.
« Sì, Mari, la ringrazio! », rispose Rosa riconoscente.
« Avrà saputo che sono in attesa? », si affrettò subito a dire, accennando così all’argomento che l’affliggeva e che, senza dubbio, era già risaputo, essendo il suo stato abbastanza evidente.
« Sai, Rosa, che le voci corrono, non te ne devi preoccupare!, anzi devi ricordare, sempre, che i bambini sono una benedizione del Signore ».
Così era Mari, affettuosa e generosa, sapeva sempre dirti una parola di conforto. Rosa si soffermò per un attimo a riflettere su come poté essere stata la giovinezza di quella donna, ora di aspetto maturo, negli anni trascorsi alla “corte”, ossia presso la tenuta dei Barbana.
L’azienda occupava quasi tutti i braccianti della zona, era un possedimento molto vasto.  Vi coltivavano cereali, barbabietole da zucchero e  vi allevavano numerosi bovini.
Mari, al principio non si rendeva conto della sua posizione, era semplicemente ed esclusivamente una ragazza innamorata, che sfidava ogni difficoltà non senza una certa dose di incoscienza.
Fino a quando il suo uomo visse con i genitori, i loro incontri erano sporadici e segreti. Dopo la morte dei suoi,  Cesare, il signorino, si trovò disorientato, soprattutto senza la madre che si era sempre occupata del buon andamento della casa e si appoggiò sempre di più a Mari. La convinse a trasferirsi alla Tenuta. La giovane donna rispose con la sua consueta e generosa disponibilità. Lo amava troppo per negargli qualsiasi cosa.
Così Mari si ritrovò immersa nella nuova vita.
Con il tempo si rese conto che non poteva sottrarsi dall’assumere un proprio ruolo. La piccola comunità, che non era certo bigotta ma che aveva un suo codice etico, lo richiedeva e, in fondo, anche il suo amor proprio lo esigeva. Non si poteva ignorare la legge morale a cui tutti si attenevano. Legge in uso in quelle zone agricole e vallive, per la quale si dovevano rendere palesi le scelte che avevano un’implicazione sociale. Il tacito benestare dei compaesani valeva ancor più del consenso ecclesiale.
Così si calò in quello della “Signora”, pseudo moglie. Si ripromise che tale impegno sarebbe durato finché il rampollo Barbana non l’avesse rispettata  in quella veste, dato che di matrimonio non ne voleva sentir parlare. L’uomo voleva conservare la sua libertà, la ragazza lo capiva a malincuore, ma avrebbe vigilato e non gli avrebbe mai permesso di abusarne coltivando altre avventure amorose.
Si occupava della casa padronale con molta perizia, onestà e diligenza; si comportava come fosse la sua vera casa, fino al punto di affezionarvisi.
Rinfrescava la biancheria con frequenti lavaggi; riordinava gli armadi; lucidava a specchio mobili e pavimenti. Traeva una sensazione di appagamento mentre passava in rassegna le varie stanze, notando ogni oggetto al suo posto e nell’ odorare il profumo di lavanda dei sacchettini di lino, da lei stessa ricamati,  appoggiati qua e là, diffondersi nell’ambiente: fragranza delicata e fresca.
Ora tutti conoscevano il suo ruolo che, seppur precario e molto di comodo per Cesare Barbana, aveva il pregio della trasparenza. Era apprezzata per questo, e per il rigore che caratterizzava la sua vita domestica: ora tutti  le portavano rispetto.
Il Barbana sapeva di avere a che fare con una donna dignitosa: « Molto più dignitosa di me! »,  spesso pensava.
Lui era un gaudente, superficiale, di labili sentimenti e tralasciava ogni buon proposito subito dopo averlo formulato.
Amava troppo la bella vita: spendeva e spandeva! Vale a dire che il suo agire era un compendio di esagerazioni. Ma era bello! Davvero un bell’ uomo! Il suo sguardo accattivante incantava le donne.
Mari non sapeva resistergli: era quella la sua debolezza! Avrebbe dovuto maltrattarlo, a volte, rifiutarlo, invece, sempre lo accoglieva fra le bianche lenzuola di lino fresche di bucato.
Lui le si avvicinava cosciente del suo fascino. Con l’espressione ruffiana di chi ha molto da farsi perdonare e consapevole già del perdono che Mari non avrebbe saputo negare.
Sapeva chiaramente di essere per lei tutto il bene della vita, ma giocava con la debolezza del suo cuore, dei suoi sensi: «Senza di te non saprei vivere… »,  le sussurrava insinuante.
Nell’udire quelle parole, Mari, perdeva ogni difesa. In fondo all’anima ne percepiva la falsità, ma non poteva lasciar emergere quella percezione. Con un profondo sospiro di accettazione socchiudeva gli occhi ricambiando l’abbraccio con le sue forti braccia divenute, improvvisamente, docili e molli attorno alle spalle di lui.
Mari  vedendo Rosa pensierosa volle distrarla raccontandole un suo antico desiderio.
« Magari avessi avuto anch’io dei figli durante la convivenza con Cesare Barbana! », le disse, «se questo fosse accaduto forse oggi sarei una donna sposata, avrei la mia famiglia. Ma figli non ne sono arrivati! Il Signore, a me, non li ha voluti mandare… ».
« Ti ripeto di non badare alle chiacchiere, esse sono inevitabili! ».
« Pensa a quanto non avranno spettegolato su di me, quando il Barbana si è messo con la Maestra!, d’altronde io sono stata coerente con me stessa e, quando ho finito di essere l’unica donna per lui, me ne sono andata lasciandolo definitivamente! Ho dovuto dare un taglio netto! Non è stato facile! Con lui ho vissuto gli anni migliori, i più importanti della mia giovinezza. Con lui ho conosciuto la gioia ed il dolore ma, soprattutto, ho vissuto l’amore: uno sconfinato amore! Ma allorché una storia d’amore finisce, non resta che prenderne atto e rassegnarsi! », disse Mari con distacco.
Rosa, nell’ascoltare la donna, assunse  un’espressione triste e un po’ imbarazzata. A quelle confidenze, che  avevano il solo scopo di confortarla e dimostrarle comprensione, non seppe trovare parole adeguate. Ma Mari era loquace e istintivamente la tolse dall’impaccio:
« Io non rimpiango, né rinvango il passato! », proseguì,  « si vede che così era destino per me! Non mi resta che accettare il volere di Dio nel quale confido e credo: ho tanta fede in Lui! », concluse.
Poi proseguirono la conversazione concentrandosi su argomenti pratici, soppesandoli nei minimi dettagli. Quando sembrò loro che le varie fasi del ricevimento avessero preso forma, Rosa si riservò di fornire il numero esatto dei partecipanti, dopo aver consultato Tonino.
Il ragazzo poteva recarsi dalla fidanzata in una di quelle sere denominate “di morosa”, visite permesse di solito il giovedì e la domenica sera dalle famiglie perché, prevedendo l’incontro, si sarebbero organizzate meglio per il filò dei fidanzati.
Quel giovedì, Rosa aspettò con impazienza l’arrivo di Tonino. Indossava un vestitino di flanella marrone con il corpetto che tratteneva due profonde pieghe sul davanti, cucite appena sotto la linea del seno, che ricadevano aprendosi leggermente lungo i fianchi. Un collettino di piquet beige ricamato a punto intaglio dava risalto al suo viso dalla pelle ambrata.
Quella sera Tonino fu particolarmente colpito dalla bellezza  di Rosa, forse perché la gestazione le aveva addolcito i lineamenti o forse per la passione con cui viveva l’attesa. Fu ancor più colpito rispetto alla sera in cui, al loro primo ballo, si guardarono scoprendosi innamorati.
Aveva solo sedici anni quando al dancing Esperia di Ocamarina la vide, come se fosse stata la prima volta, seduta al tavolo vicino alla madre ed alcune amiche.
Rosa festeggiava il suo quattordicesimo compleanno. Era raggiante di felicità, per trovarsi lì, con il suo vestitino nuovo, con l’orchestrina che suonava motivetti che aveva sentito solo per radio.
« Permette questo ballo,  signorina? », le chiese Tonino, inchinandosi leggermente verso di lei.
« Si, con piacere! », gli rispose Rosa, alzandosi e andandogli incontro, emozionata e sorpresa.
« Tonino, mi hai dato del lei!» , sgranò gli occhi divertita.
« Ci conosciamo da sempre e mi hai dato del lei, devo fare altrettanto? ».
« Ma no! Certo che no! E’ la formula d’invito che lo richiede, una semplice frase di cortesia! »,  rispose Tonino cercando di darsi un certo contegno, da uomo mondano, ma avvampando dalla fronte al collo, fino all’orlo della camicia. Gli occhi di Rosa s’inumidirono di gioia intensa nel sentirsi cinta amorevolmente nella danza: il bel castano dell’iride punteggiato di pagliuzze dorate si velò nell’espandersi di quell’emozione. Compresero che non erano più i compagni di sempre. Lei chiuse gli occhi e si lasciò trasportare leggera come una nube sospinta dal vento.
Così la rivede Tonino mentre Rosa gli sottopone la lista degli invitati: emozionato, ora.
Quasi tutti gli abitanti di Polesinino erano elencati. Prima i “compari d’anello” e poi via via tutti gli zii i cugini di primo e secondo grado, gli amici e conoscenti vari.
Naturalmente non dovevano mancare Bociacia con la sua fisarmonica per accompagnare le danze e Gigifèro per le scenette comiche che sapeva improvvisare.
Bice aveva sognato per la figlia ben altra cerimonia. Ma già sapeva che il Parroco era di carattere rigido: applicava alla lettera ogni direttiva vescovile. Però a  Bice sembrava che i provvedimenti, che la comunità parrocchiale doveva subire, senza possibilità di verificarne la legittimità, fossero troppo severi.
« Se almeno riuscissi ad ottenere un orario decente per la Messa? », si chiedeva speranzosa.
Cercò di parlarne con Don Mario, un giorno, dopo una delle celebrazioni quotidiane.
« Don Mario, lei sa bene che la mia Rosa è una brava ragazza! »,  esordì la donna. Ma Don Mario, da prete navigato com’era, capì subito dove la madre voleva parare, per cui la interruppe prontamente:
« Gentile signora, io non lo metto in dubbio! », e colpendo subito nel segno continuò:
« Sua figlia non ha osservato uno dei dieci comandamenti ed è in peccato mortale! ».
« C’è la confessione per questo e mia figlia è veramente pentita! », incalzò a sua volta la donna, per niente intimorita.
Il prete intuendo la forte carica emotiva della madre, assunse  un tono più conciliante e quasi lamentevole:
« Non basta! Lo sapete bene benedetti cristiani! Oltre al sacramento della confessione ed al giusto pentimento, senza il quale la confessione non avrebbe valore, ci vuole la penitenza! ».
Bice era forte della sua buona coscienza e, in qualche modo, si sentiva garante anche per quella della figlia, ma quel prete così distante dal loro problema le provocava sdegno.
« Non le sembra che i ragazzi ne troveranno, in futuro, di penitenza da scontare con presto una famiglia sulle spalle?, o crede, lei, che solo gioie ci siano in serbo per loro? », disse tutto d’un fiato.
Il tono di Bice era stato aspro e quasi di sfida verso l’uomo di condizione privilegiata che, come uomo di Dio, avrebbe dovuto essere umanamente vicino alla povera gente, ma che sembrava contro di loro, in quanto rappresentante della Chiesa.
« Non so cosa risponderle, cara signora Bice, e neppure cos’altro fare perché sono stati i ragazzi a mettersi nei pasticci! », disse il prete, e se ne lavò le mani come Ponzio Pilato.
« Certo che il pasticcio è stato combinato dai ragazzi, comunque noi siamo abbastanza grandi per sapere che tutto questo peccato non c’è. Hanno seguito una legge naturale: che male c’è in tutto questo? Il vero matrimonio è la coppia che lo celebra, lo dite anche voi, e la Chiesa serve solo a sancirlo, a prenderne atto. Dovrebbe premiare la Chiesa, non punire, differenziando il trattamento fra quelli che fanno i “furbi”, sa bene a cosa mi   riferisco, e quelli che agiscono senza malizie; sappiamo bene come gira il mondo, non le pare don Mario? », lo interrogò la donna.
Don Mario indugiò,  perplesso, poi si trincerò in un muto silenzio, nel quale Bice cercò di penetrare, cambiando registro, quasi pregando:
« Non pretendiamo una messa solenne, ma almeno, potrebbe fissare l’orario della cerimonia alle dieci anziché alle otto del mattino, data la stagione pressoché invernale? », domandò in extremis la madre, già con il sapore amaro della sconfitta in bocca.
Il prete fu irremovibile, forse a causa del moto di ribellione della donna malamente celato, o, più semplicemente, perché non voleva rischiare la sua tranquillità pastorale.
Bice si avviò verso casa amareggiata ed anche risentita con  quel prete esecutore burocratico e senza cuore per loro.
Non ne fece parola con nessuno, per non esacerbare gli animi, ma per diversi giorni rimuginò su quel colloquio.
« Se fossimo dei ruffiani, dei maldicenti, come tanti sempre là, da lui, a raccontare i fatti altrui, forse la sua severità si ammorbidirebbe. Se gli avessimo sempre regalato una bella “sopressa” per Natale, ora ci terrebbe di più in conto. Se avessimo qualche importante conoscenza, sicuramente la mia Rosa non verrebbe messa così alla gogna: cerimonia alle otto del mattino! Neanche si fosse noi dei delinquenti! ».
Questi erano i pensieri carichi di tensione, che Bice non riusciva più a dissimulare, fino al punto che anche Gildo, suo marito, ne ebbe sentore.
« Bice, da qualche giorno ti vedo preoccupata e nervosa, cosa ti succede mai? », si risolse a chiedere Gildo.
«Nulla, nulla di grave, stai tranquillo!, solamente non mi so dare pace del fatto che la nostra Rosa non debba avere una cerimonia di nozze degna di lei.
Bice non aggiunse altro ma nella sua mente proseguì con l’espressione: « Per colpa di quel fetente del prete!, quel don Abbondio e Ponzio Pilato messi assieme! ». 
Non riferì nulla del suo tentativo fallito per non umiliarsi ulteriormente, ma soprattutto per non angustiare il marito.
Gildo era mite d’indole, come la figlia che in questo gli assomigliava molto. Pregò la moglie di non prendersela così tanto a cuore.
« I ragazzi non fanno caso  a queste piccolezze! », asserì l’uomo, « e gli invitati non se ne ricorderanno a lungo, perché il ricevimento sarà memorabile. Il nostro buon vino metterà allegria ed esalterà l’eccellente pranzo che Mari avrà organizzato. Vedrai che bella festa ne uscirà! Resterai sorpresa tu stessa! », la rassicurò con entusiasmo il marito.
Gildo vedeva le cose dal lato pratico e con una certa dose di ottimismo. Aveva sopportato anni di guerra e di prigionia, non si scoraggiava certo per una avversità di tal sorta.
E così fu.
Gli invitati arrivarono tutti per tempo. Gli uomini con il cappello e le donne con un foulard di lana colorato annodato stretto sotto il mento. Gli uomini con i confetti in tasca e le donne nelle borsette.
Don Mario pronto in chiesa a celebrare.
La Rosa e Tonino con l’espressione magnifica della felicità.
I bambini della scuola elementare fuori sul sagrato dirimpetto l’argine del Po, in attesa degli sposi e dei confetti che sarebbero stati lanciati per aria, all’uscita di chiesa.
Mari fra i pentoloni e tutte le vivande.
Le comari a preparare la tavola all’osteria che quel giorno era adibita a ristorante.
Bociacia che all’arrivo della coppia avrebbe intonato l’Ave Maria di Schubert, perché in chiesa il prete non lo aveva voluto: troppo gaudio!
Gigifèro di già  in combriccola con i compari si ripassava mentalmente le varie scenette comiche da recitare negli intervalli delle portate e più tardi, dopo il pranzo, fra un valzer e una mazurka
I genitori degli sposi con qualche lacrimuccia di commozione.
Non mancò nulla in quel giorno di matrimonio, come Gildo aveva previsto e la Bice, risollevata, ammiccando con la consuocera Antonia  un gesto di felice complicità fra famiglie… « Evviva gli sposi! »,  ha gridato spesso fra gli applausi  di buon augurio e allegria di tutti gli intervenuti.
Gildo si sentiva beato nel vedere la sua Rosa ancor più bella di una rosa, con quella tenera rotondità del grembo, vicina al suo amato Tonino e si sentiva addosso la fretta di diventare nonno.
« Speriamo sia  femmina! », si augurò.



Tempo d’Estate

L’estate era una grande stagione in quel di Borgo Polesinino.
Ancora oggi, se Nara chiude gli occhi e lascia andare la memoria a quel tempo, può riprovare le stesse sensazioni ed emozioni delle corse sfrenate, le grida risuonanti nell’aia, fra la casa e la barchessa.
Ricorda il profumo del grano maturo della campagna coltivata, avvolgere le case, i cortili, entrare nelle cucine, nella penombra delle camere da letto. Una calura languida intorpidiva i sensi e la volontà nelle assolate ore pomeridiane. La polvere del suolo appariva candida trafitta dal bagliore solare. Di paglia sembrava il tappeto d’erba sulla sponda dell’argine dalla terra arsa. Solo la fila di querce che delimitava la Calà del Mulin marcava di un verde intenso l’orizzonte.
Di tanto in tanto un soffio di leggera brezza marina, che puntualmente ogni  pomeriggio si levava, giungeva lieve, carezzevole.
Nara, custode della grande casa, nelle prime ore pomeridiane dedicate al riposo, sentiva la vita vibrare nell’apparente immobilità. La sua innocenza non era incosciente.
Le coppie nell’intimità della loro camera forse stavano preparando un nuovo bambino. Le ragazze ed i ragazzi a ridosso dei muri ombreggianti, forse, progettavano l’indomani. Qualcuno, dopo l’abbondante pasto, dormiva: dovevano essere gli anziani,  perché il loro ronf ronf echeggiava fra le mura di casa, raggiungendo  il cortile, attraverso le finestre socchiuse.
Chi non si ritirava aveva il compito di dare la sveglia all’ora stabilita, ed era lei, Nara, che soleva destarli.
Aveva qualche faccenda domestica da sbrigare prima di potersi dedicare ad un qualsiasi passatempo.
Fra le diverse incombenze c’era quella di liberare la casa e l’adiacente bottega dalle mosche che odiava. Ce n’erano molte a causa della vicina stalla dei Bardin.
Succube della forte avversione, Nara perpetrava una sadica vendetta sugli insopportabili insetti. Essi sapevano essere così noiosi ed insistenti nelle loro molestie che  nella sua mente infantile, non ancora avvezza ai compromessi ed alla tolleranza, c’era solo un esasperato senso di giustizia. Le mosche trasmettevano sporcizia e malattia e non cessavano di posarsi ovunque: dovevano morire! Per le mosche collocava trappole in ogni angolo. Nastri di colla pendevano dal soffitto, ciotole di acqua zuccherata posate sui mobili.
Una pompetta per il flit le fu data in dotazione: arma letale di uno 007 con licenza di uccidere.
Irrorava il negozio e la cucina del gas mortale così che quelle stramazzassero al suolo, sui banchi , sugli scaffali. Dopo qualche minuto e prima di fare la stessa fine, Nara riapriva le imposte e cominciava un’accurata pulizia dei locali.
Le più forti sopravvivevano e beffarde sfidavano la carnefice posandosi sulla sua fronte, sul collo, sulle braccia, sfuggendo ad ogni smanacciata. Quando raggiungeva il limite della sopportazione, Nara tendeva il suo tranello mortale per prevalere su quelle bestiacce mille occhi.
Un po’ di zucchero bagnato sul tavolo e, zacchete!, la mosca che si tuffava sull’irresistibile leccornia, veniva inesorabilmente incapsulata dentro un bicchiere capovolto.
Per far capire alla mosca che poi tanto furba non era, Nara la spaventava battendo forte un cucchiaino sul vetro. Per un po’ la mosca volava disorientata alla ricerca di una via di fuga, poi diventava rabbiosa e voleva sfondare la parete trasparente con delle capocciate che la tramortivano. Tentava una rimonta, vibrando le piccole ali  fino all’inverosimile, ricapitolando, subito dopo l’immane sforzo, esausta. A volte, la ragazzina si muoveva a compassione e liberava la povera martire, altre volte, ahimè!, l’insetto soccombeva.
Da adulta, Nara si è ritrovata spesse volte a ripensare alla ferocia riversata sugli insetti che non facevano altro se non essere se stessi, se non di esprimere la loro totale ed intima essenza.
Nessuno si era mai curato della vita o della morte di una mosca, né di un ragno, di un gatto o di un cane. Al cane veniva gettato qualche scarto di cibo, ma che si arrangiasse a trovare riparo sotto una tettoia od un  anfratto naturale; al gatto niente scarti, perché doveva sfamarsi cacciando i topi che si annidavano vicino alle abitazioni. A loro ci pensava l’ingenua sensibilità dei bambini che, trasgredendo, accudivano di nascosto le bestiole.

Lungo l’argine

Due frasi del romanzo Scano Boa, affiorano alla mente di Nara osservando la corrente del fiume, durante le sue frequenti corse in bici lungo l’argine del Po.
“La giornata era limpida e la terra odorava spossata dalla furia del temporale, che aveva reso ancor più torbida e gialla l’acqua del fiume. Il mare in lontananza sembrava d’oro e palpitava fra la nebbia che si dissolveva leggera, mentre la corrente schiumava in bocca dalla rabbia.”
Per Nara sono le righe più poetiche e piena di forza a rappresentare il grande fiume: amato e temuto. Presenza inconsapevole di ogni espressione degli abitanti di Polesinino.
Dalla lettura del romanzo ambientato nell’estremo lembo del Delta, le risuonano i racconti degli anziani del luogo e rivede l’osteria di nonno Duilio, dove un bancone e pochi tavoli riempivano il locale.
Alle pareti incalcinate due attaccapanni appesi.
La solitaria immagine di Cristo, nel quadro appeso sopra il bancone, di fronte all’entrata: mostra il cuore sanguinante in petto sorretto dalla Sua mano.
Il nonno stesso, le ricorda l’oste incontrato da Sospiro, il protagonista del romanzo di Gian Antonio Cibotto. Gli è, in qualche modo, somigliante: sia per il mestiere; sia per i tratti somatici comuni; sia perché entrambi pativano l’asprezza dell’ambiente avaro di risorse, la durezza del vivere. Il loro volto era contrassegnato da una rete di venuzze bluastre, sostenute dalle gote paffute, che mettevano in risalto gli occhi verdi d’acqua palustre.
Come i due osti, molte persone soffrivano di capillari congestionati a causa degli sbalzi di temperatura cui erano soggette: il riscaldamento era limitato alla cucina. E dal bere quel bicchiere di vino che dava calore e forza e un po’ di euforia. Qualche abitudine discutibile le caratterizzava, come lo sputare per terra.
Il pavimento in cotto dell’osteria del nonno Duilio, mattoni della fornace di Contarina, era pieno di scarcai, dense espettorazioni, vicino agli angoli dei tavoli a cui solevano sedere gli avventori per giocare a madrasso, tresette o briscola. E c’è da aggiungere che bestemmiavano. Non sempre l’animo era coraggioso. Quando i periodi difficili duravano troppo a lungo, le persone reagivano con violenza e, non vedendo che esseri inermi e situazioni irrisolvibili attorno a loro, se la prendevano con il Padre Eterno, padrone degli eventi.
Sovente si lasciavano trascinare dall’ira, cadendo in fantasiose imprecazioni definite dalla Chiesa bestemmie.
Tutti bestemmiavano! Anche il nonno, il padre, gli zii, in breve tutta la popolazione maschile di Polesinino, incluse alcune donne, anch’esse bestemmiatrici contro la sorte, indirizzando le ingiurie verso il Signore, Cristo, Dio.
Nel tempo si radicò, così a fondo, questa pratica che diventò consuetudine; anche se avessero saputo con chi prendersela, Dio rimaneva il referente privilegiato di un irrispettoso intercalare. Fra una proposizione e l’altra, il suo nome non veniva mai lasciato da solo; egli era, secondo la circostanza, accompagnato da buono, caro, santo, benedetto, bello, bambino, vecchio, bestia, cane, “bosgato” e via di seguito. La bestemmia che più spaventava Nara, era quella accompagnata dall’aggettivo “ludro”, che più tardi nel tempo, scoprì significasse “maiale imbrattato di escrementi”, proprio la peggiore di tutte. Questi intercalari erano entrati nella mente della ragazzina  e frullavano, frullavano… Lei non voleva ricordarli, ma più cercava di scacciarli, più loro la disturbavano specialmente nel periodo della preparazione ai sacramenti della Comunione e della Cresima. Era uno dei dilemmi che non era riuscita a risolvere riguardo alla Confessione: il fatto che li pensasse era un peccato o non ne aveva nessuna colpa. Don Ermenegildo diceva che anche con il pensiero si commetteva peccato. Di questo aveva cercato il parere dei parenti che stufi di tutto il daffare quotidiano le avevano risposto: “ Mah! Sacramento! Non hai altro a cui pensare?”  Infatti  Nara voleva pensare ad altro, ma sempre quello le ritornava alla mente.
All’osteria, dove gli uomini si soffermavano a lungo per giocare a carte, fumare e a bere, spesso motivavano i brindisi come augurio per la salute della moglie o, in generale, delle donne che erano a casa ad aspettarli, non potendo esse stesse dissipare i pochi denari. Era, forse, un modo di omaggiare le donne a loro insaputa; oppure volevano alleggerire il senso di colpa per lo spreco perpetrato a loro danno; forse era semplicemente una forma di rivalsa ed una complicità tutta maschile quella che il loro bere avrebbe giovato la salute delle proprie donne. Un modo per rientrare nelle anguste abitazioni ringalluzziti e non vedere la miseria che avrebbe smorzato la fantasia dell’eros.
Le donne non si impressionavano degli effetti dell’alcol e zittivano i consorti affinché non disturbassero i bambini che dormivano lì accanto.
Borgo Polesinino era una località sperduta, un gruppuscolo di case. Per ritrovarsi in una piazza, bisognava recarsi a Cà Tiepolo, in Piazza Ciceruacchio. Piazza Ciceruacchio: perché quel nome? – Nara ed i compagni si chiedevano - Le maestre, uniche portatrici di un minimo d’istruzione non si curavano di uscire dal programma prestabilito. Il loro insegnamento era finalizzato a rendere capace, la nuova generazione, a scrivere una lettera ed a saper far di conto, a che sarebbero servite troppe nozioni? La storia del Delta del Po ad esempio, sarebbe stata un fatto eccessivo, uno spreco.
Certamente ci sarà stato qualcuno a conoscenza della vicenda di Ciceruacchio, ma le mamme di Borgo Polesinino rispondevano:  “Non era uno dei nostri, era un foresto.” I bambini non credevano che quel nome buffo si riferisse veramente ad una persona e pensavano che i “caciepolanti” fossero dei buontemponi per denominare una piazza, l’unica piazza, in quel modo.
La situazione di arretratezza in cui la popolazione versava, e della quale nessuno si curava, era anacronistica.
Quando a  “Polesnin”,  così era chiamato il borgo per semplificare, l’elettricista Gianetto stendeva matasse di fili di rame nelle case per l’illuminazione elettrica, nei centri urbani più importanti del Norditalia esplodeva il miracolo economico.
James Watson e Francis Crick scoprivano la struttura a doppia elica del DNA.
Edmund Hillary e Tenzing Norkay conquistavano l’Everest.
A Roma e a Milano esponevano un’antologia delle opere di Picasso, il maestro del Cubismo che aveva superato la visione prospettica della pittura figurativa, volendo condensare il tutto ciò che si vede e ciò che non si vede allo stesso tempo, su un unico piano. Uno sconvolgimento rappresentativo.
I bimbi di Polesnin viaggiavano ancora nel fango dei sentieri di campagna e crescevano con la convinzione di non aver avuto storia, di essere nati in un luogo sorto dal nulla, vicino al Po e al mare. Fiume e mare che avevano ceduto al territorio detriti e fondali lasciandoli emergere , ma che potevano riprenderseli  con un improvviso burrascoso capriccio.
Un fatto li sorprese molto dando loro una sorta di sicurezza. Durante una lezione di geografia politica, cioè sulla carta contrassegnata da linee rosse, bianche, blu e arancioni, con parole che indicavano i capoluoghi di provincia ed i centri abitati più importanti, la maestra segnalò la propaggine del Delta del Po. Fu allora che si resero conto di quanto fossero vicini al mare Adriatico, e che attaccata a loro c’era anche tutto il resto dell’Italia. Fu una presa di coscienza straordinaria. Da quel momento avrebbero potuto coltivare un sogno, visto che pure loro erano italiani: da grandi avrebbero potuto, a pieno titolo, andare a Roma, nella città capitale d’Italia e, a detta della maestra, la più bella e antica città del mondo: la città eterna.
Così era nei racconti ascoltati dagli anziani e così era ed è nei ricordi di Nara, che si susseguono incalzanti al ritmo dei pedali,  mentre corre leggera lungo il Po.


Tenuta Bardin

Rientrando a casa dopo la scuola, del turno pomeridiano, Nara passava dalla tenuta Bardin per approvvigionarsi del latte appena munto. A quell’ora il sole caldo era già sceso dietro la stalla dei Bardin e una nuvola rossa si attardava per l’ultimo saluto al giorno.
La gente del piccolo borgo si inebriava degli umori effusi dalla terra all’imbrunire, olezzanti di composti minerali, di germogli di fresche piantine, di erbe e di spighe, del lavoro di ognuno e si predisponeva al quieto riposo. E, via via cessavano tutte le attività. Ogni arnese veniva riposto. Ogni animale condotto al suo stallo.
Della vendita del latte se ne occupava Luisa la moglie del figlio maggiore del patriarca Mario Bardin.
Luisa era una giovane donna alta, bruna. Portava un foulard di batista colorato annodato dietro la nuca, vestitini di fresco cotone che mettevano in risalto la figura slanciata, l’andatura flessuosa.
Era frequente trovarla con la sacca del becchime in mezzo ad uno stormo di anatre, oche, faraone, tacchini e polli di ogni varietà conosciuta, che, per ingordigia, spiccavano voli tutt’attorno al fine di arrivare primi alle granaglie. Luisa era avvezza a quegli svolazzi perciò non li temeva. “Queste bestiacce non mi danno tregua!” Si lamentava. In effetti spesso era seguita nei suoi spostamenti nell’ aia da gruppetti di queste.
Gli zigomi sporgenti e una fronte spaziosa incorniciavano i begli occhi scuri e penetranti di Luisa.
Il suo viso esprimeva fierezza, le movenze regalità; osservare il suo incedere, in quella cornice agreste, era come vedere il cigno reale aggirarsi lesto ed assorto  in un’ansa del fiume.
Aveva una personalità che colpiva la fantasia popolare, cosi da essere spesso oggetto delle fantasticherie di qualcuno.
Si racconta che molti ragazzi si fossero invaghiti di lei senza riuscire ad avere credito, non per motivi sentimentali, romantici, e nemmeno economici.
Sembrava che la scelta dipendesse da una ragion di Stato, per cui il ragazzo non avrebbe potuto che essere: forte, risoluto, vigoroso ed assicurare prole alla famiglia come da visione mussoliniana condivisa, del resto, dal vecio Zanen, padre di Luisa.
L’unico candidato plausibile si rivelò Berto Bardin, il quale non mancava certo di prestanza fisica, ma sicuramente di  bellezza. Sembrava un torello inferocito.
Dopo il matrimonio le voci dell’immaginario collettivo si assopirono, tranne che per qualche breve sussulto.
Pareva che ci fosse stato un antico amore mai definitivamente dissolto verso un giovane del paese. Taluni asserivano di averli sorpresi in languidi sguardi durante la messa domenicale.
E’ risaputo che dai languidi sguardi al riconoscere due figure che si stagliano al chiaro di luna nei pressi di un pagliaio, il passo è breve! Anzi, inevitabile!
Nella percezione della gente del Po, avveniva spesso una dilatazione della realtà.
Così come uno sparo di cacciatore poteva sembrare un tonfo in una brumosa alba di valle, lo svolazzare di panni dimenticati stesi, sagome umane. Una parola ed uno sguardo fraintesi, potevano diventare pretesto di una storia infinita.
E’ probabile, conoscendo la psicologia dei polesinini, ipotizzare una romantica storia in cui Luisa fosse la vittima del burbero Zanen, che l’avrebbe costretta al matrimonio di convenienza con il benestante, prestante, ma poco avvenente Berto che, per giunta era burbero quanto suo suocero, se non di più. Nella nuova famiglia Luisa avrebbe trovato un atteggiamento a lei ben conosciuto. Ma ora si sentiva in posizione vantaggiosa, poteva difendersi con l’arma della seduzione, verso il suo uomo.
Dalle chiacchiere non era emerso con esattezza quale fosse il tenore degli sguardi intercorsi fra i due giovani. C’è chi sostiene fossero nostalgici, altri, i malevoli, li giudicarono sguardi d’intesa al fine di un incontro segreto; altri ancora, che si trattasse di sguardi rassegnati.
Seguirono messe domenicali, funzioni vespertine, rosari nei mesi mariani e processioni. Una comunità impegnata furtivamente e maliziosamente al controllo dei dardi che potevano ancora colpire i due presunti ex innamorati. Ma i loro volti si incontravano impassibili come protetti da maschere di cartapesta e non di un solo dardo colpì il loro sguardo Cupido. Nella gente forse c’era il bisogno di trasferire aspettative legate alla vita, su chi si sperava le stesse realizzando o, quantomeno, avesse il coraggio di farlo per poi seguirne la scia. E… si imbastivano delle vere commedie e, in vari casi, drammi a danno di alcuni.
Luisa e Berto attraversarono tutto ciò incolumi: da loro nacque Paolo, bello come un raggio di sole.
Per anni si susseguirono tramonti, giorno dopo giorno, nella rassicurante quotidianità della vita. Finché Berto prendeva di petto ogni problema,  Luisa continuava ad aggirarsi, sovrana, attraverso la proprietà.

Inseguendo un toast

Le settimane passavano svelte da quando era pensionante al collegio delle Madri Canossiane di Adria. Ora, con grande sollievo, Nara frequentava una scuola statale esterna all’Istituto. Ogni sabato, al termine delle lezioni, prendeva la corriera che le permetteva di essere a casa già alle tre e mezza del pomeriggio. Trovava la famiglia immersa in un’atmosfera operosa. La madre indaffarata in faccende domestiche, il padre dietro il banco del suo negozio di alimentari, attiguo all’abitazione, intento a servire le clienti. Il negozio comunicava con l’abitazione attraverso una porta interna. Appena a casa Nara si avvicinava alla porta, sollevava un lembo della tendina e tamburellava il vetro con le dita per attirare l’attenzione del papà, il quale richiamato dal tintinnio, si accorgeva della figlia e dei cenni di saluto. Quel gesto era molto gradito all’uomo perché il suo viso assumeva un’espressione gioiosa.
Il pomeriggio scorreva in un lampo per Nara subito presa dalle occupazioni casalinghe.
Qualche sabato sera si dava appuntamento con gli amici alla sala da ballo, luogo d’incontro, per tradizione, di tutta la popolazione giovane del luogo.
Un’orchestrina suonava musica leggera. Gli amplificatori propagavano frequenze acustiche compatibili con la chiacchierata sommessa.
La domenica era dedicata allo studio e, spesse volte, al rientro in collegio durante il pomeriggio stesso.
A tutte le pensionanti era permesso trascorrere il fine settimana in famiglia.
Ogni lunedì era caratterizzato da una fitta rete di fresche notizie. Il cicaleccio era trattenuto durante l’orario di studio ma raggiungeva la sua massima intensità nell’ora dell’intervallo dedicato allo spuntino pomeridiano. Il lunedì non si faceva merenda, la sosta era completamente assorbita dall’aggiornamento sulle vicende comuni che potevano riguardare i rispettivi corteggiatori, le gite domenicali, i locali considerati alla moda.
Si parlava anche dei diversi prodotti stranieri che cominciavano ad essere comunemente consumati. Le ragazze ci tenevano a conoscere tutte le novità, così da non sembrare delle provinciali sprovvedute.
Parole di lingue diverse erano inserite qua e là con una certa noncuranza, nonchalance appunto, da persone ricercate nei loro discorsi. Vocaboli come cocktail, sandwich, yogurt, passe-partout, réception, suite, knock out ed altri ancora, venivano usati a profusione.
Una di queste parole colpiva molto Nara, una parola impenetrabile, forte, sicura, risolutiva, una parola dalla tonalità vincente che risuonava più o meno così: “ toast...oast...oast! ”
Si deve sapere che la ragazza più snob del gruppo, colei che vestiva abbigliamento di boutique, usava maquillage Òrlâne e parfum Chanel, spesso raccontava di essersi recata, in compagnia di amici al caffè Pedrocchi di Padova a degustare un toast. Questa ghiottoneria permaneva sconosciuta nel mondo di Nara e delle compagne. Quando la disdegnosa delle comuni mortali si appartava, il gruppetto, di nascosto, spettegolava un po’ su di lei, ma poi si riprometteva di procedere alla scoperta del misterioso alimento.
Una ragazza del quinto anno di ragioneria scoprì che era una specie di sandwich cioè un tramezzino che veniva scaldato. Quella che frequentava la quinta ginnasio e che aveva un fidanzatino diplomato cameriere, seppe, da lui, che era fatto di due fette di pane imbottite di prosciutto ma che, purtroppo, non lo aveva mai servito. Nara, al primo anno di computisteria, aveva una compagna di classe adriese, quindi cittadina, che frequentava gli ambienti “In”. Infatti da lei si seppe esattamente come doveva essere un toast: due fette di pane a cassetta, misura adatta per il tostapane dove veniva abbrustolito, dopo essere stato riempito di formaggio a fette e prosciutto cotto. Finalmente l’indagine era giunta a conclusione.
- Non mi entusiasma più di tanto - Aggiunse la ragazza adriese - ma se volete togliervi lo sfizio, lo fanno anche al bar Centrale -
Al bar Centrale le ragazze non lo chiesero mai, per paura di non essere all’altezza della consumazione e fare brutta figura.
Dopo aver conseguito il diploma di computista commerciale, Nara ebbe in regalo dal padre, un viaggio di piacere da intraprendere con sua sorella. Si sarebbero recate, da una vecchia amica, in Valtellina.
Alla stazione centrale di Milano il primo treno in coincidenza per Sondrio sarebbe partito dopo circa tre ore.
Per non annoiarsi troppo dentro la deprimente stazione ferroviaria, Nara ebbe un’idea geniale:
Siamo a Milano! – disse, rivolta alla sorella – E’ l’occasione buona per farci un giro e, perché no?, quella di prenderci un toast! –
Cecilia, la sorella, era sempre d’accordo, anzi acconsentì con entusiasmo provando un certo languorino.
Era il Settembre del 1964. Una giornata assolata ed afosa. Il cielo trasparente attraverso una cortina impalpabile di vapore come solo si può osservare nel capoluogo lombardo.
Incamminandosi verso l’uscita, dopo aver depositato la valigia in custodia, Nara provò una certa inquietudine perché aveva promesso ai genitori di seguire esclusivamente l’itinerario prestabilito.
Osservò con attenzione la strada ed i passanti, le sembrò che nessun pericolo fosse in agguato, anzi, alzando lo sguardo verso la sommità di un palazzo, scorse, con vivo compiacimento, una gigantesca insegna bianca con la parola “ T O A S T ” scritta a caratteri cubitali.
Guarda Cecilia! - Indicò con l’indice puntato – E’ il segno del destino! – La sorella era felice, così, finalmente, avrebbe placato l’appetito che si faceva prepotente.
Individuarono un tavolo libero, sotto il pergolato d’edera di un bar e si sedettero.
« Oh! Finalmente! »,  esclamò soddisfatta Nara, inarcando il busto ed alzando un po’ il mento.
« Se tanto mi dà tanto, con l’insegna che ci ritroviamo qui sopra, mi sa che siamo capitate nel centro di produzione dei toast! ».
Nara era appagata solo per aver carpita l’insperata opportunità.
Cecilia non si lasciava distrarre da soddisfazioni astratte. Con concretezza, adocchiò un cameriere e, con lo sguardo, non lo mollò un attimo. Infatti, poco dopo, l'uomo arrivò con il suo taccuino per la comanda.
« Vorremmo due toast »,  disse Nara.
Il cameriere guardava le due ragazze con aria indolente, come se avessero fatto una richiesta astrusa.
« Non mi dica che non ne avete! »,  sbottò Nara con ansia ed anche un po’ spazientita, visto che l’uomo reagiva con lentezza. «Va a finire che anche questa volta si salta! », fu il suo pensiero sfiduciato.
Invece di rispondere, il cameriere con la sua giacca bianca di cotone ed un fazzoletto di seta, rosso bordeaux, annodato attorno al collo, come spronato, cominciò a scrivere solertemente:
«Due toast! », annotò. « Come li volete? », s’ informò.
Nara guardò la sorella con occhi smarriti ed interrogativi allo stesso tempo: « Cosa vorrà mai ulteriormente sapere, costui? », ed ancora: « Come li vorrà la gente di Milano? », sembrava dire lo sguardo di Nara.
Cecilia, ascoltando il suo stomaco senza perdersi in ciance, aggirò subito l’ostacolo e rilanciò:
«A me andrebbe bene anche un panino! ».
 A quel punto il cameriere sospese di scrivere ed attese con la matita a mezz’aria.
« Assolutamente no! », riprese Nara con forza, vedendo alienarsi la prospettiva da tempo agognata. « Siamo qui per due toasts e quelli prenderemo! ».
Allora il cameriere usci dal suo riserbo facendo una domanda che implicava un suggerimento:
« Li volete farciti? ».
F A R C I T O... termine sconosciuto! I nervi di Nara, messi a tiro dalla prova inusitata, vibravano
« Si, faccia lei! », riuscì appena ad articolare con fastidio soffocato.
Casualmente Nara doveva aver dato la risposta che il cameriere s’aspettava, perché se n’andò ritenutosi dispensato dal precisare il tipo di farcitura.
E’ inutile dire che, a quel punto, la giovane tirò un profondo sospiro di sollievo. I toast arrivarono ben cotti assieme alle coca cola in bottiglia ed al cerimonioso servizio del cameriere. Contrariamente alla sue abitudini, Nara lasciò un pourboire

Viaggio a Roma

Era un pomeriggio inoltrato di un giorno di Febbraio del 1965. Faceva buio pesto quando, con la solita valigia, modello emigrante, Nara scese dall’autobus in Via Appia Nuova. In realtà doveva recarsi sulla parallela Via Appia Antica dove a quell’ora i mezzi pubblici avevano cessato di circolare. Prima di scendere il conducente l’aveva informata, con riluttanza, che poco oltre un sentiero sterrato l’ avrebbe portata sull’Appia Antica, se proprio voleva.. avventurarcisi, sottolineò.
Non aveva scelta. Si avventurò. Percorse a fatica, appesantita dal bagaglio,  i trecento metri di leggera salita prima di incrociare il sentiero che l’ avrebbe portata a destinazione.
Una vettura con dei giovinastri a bordo rallentò la corsa ed uno di loro insisté affinché accettasse un passaggio. Ebbe una paura folle. Con il cuore a mille raggiunse la stradicciola laterale e si precipitò giù per la discesa.
Il posto sembrava disabitato. Solo qualche segno d’illuminazione qua e là.
Trascinata dal peso della valigia ruzzolò fino in fondo alla scarpata. All’improvviso un gruppetto di bambini di varie età arrivò alla spicciolata e si parò davanti a lei. Avevano espressioni incuriosite e ridanciane: erano sfacciati.
“Sono comunque bambini!” Pensò.
Si tranquillizzò, ricordando i giovinastri di poco prima.
“Da dove sbucate?” Chiese.
“De qua, de là!” Le fecero segno.
“Non riesco a vedere le vostre case!” Osservò perplessa quello che appariva come una finestra illuminata in lontananza.
“Ce stanno, ce stanno” l’ assicurarono ammiccanti e complici fra di loro.
Dal nulla altri ragazzini sbucarono probabilmente attirati dall’insolito strepitio. Volevano trasportare la valigia. Disse loro che lei era grande e quindi più forte, di lasciarla a lei. Non si fidava. Ma loro erano un gruppo che aveva voglia di giocare. Giocarono. Le strapparono la valigia mentre tentò di cambiarla di mano e la sballottarono, la fecero rimbalzare lungo il sentiero. Non si apri. Stoicamente sopportò ogni colpo.
“An vedi er bagaglio! Mejo d’ er coccio!” Buffoneggiarono.
La sua meta non era così vicina. Ebbero modo di spassarsela.
Strada facendo capi che le loro intenzioni non erano troppo malevoli: era semplicemente un’intrusa. Abbandonò la sua diffidenza. Comprese che poteva fidarsi e loro compresero che avevano l’opportunità di aiutare una ragazza in difficoltà. Fu scortata fino a destinazione,  in Via Appia Antica, dove la stavano aspettando.
Erano i ragazzini delle borgate: vivaci, belli e scaltri. Pieni di genuina vitalità, di un’umanità immediata, spontanea, animalesca. La percezione della loro supremazia fu per lei istintiva: conoscevano il territorio, e lei era sperduta. Fiutarono la sua sottomissione che produsse un sentimento di complicità. Avrebbero potuto derubarla, o anche colpirla, e abbandonarla lì, invece giocarono con lei e Nara si rallegrò della cosa, noncurante della sorte brutale incorsa alla valigia.
Così come erano emersi dal buio della sera, in un nonnulla scomparirono.

Ragazza alla pari

« E’ fortunata Nara!, proprio quest’anno inizia Europalia il  festival della cultura europea . E’ l’Italia ad aprire la rassegna dei paesi che di anno in anno si avvicenderanno. Al Palais des Beaux-Arts hanno esposto gli affreschi salvati dall’alluvione di Firenze ». Di questo Madame Dumais informa la sua ragazza alla pari italiana.
« Sono stati programmati molti spettacoli in lingua italiana: vous en avez de chance! », esclama con enfasi.
« Si ricorda dell’alluvione, vero? ».
« Me lo ricordo ».
Come potrebbe Nara non ricordarsene? Il quattro novembre l’Arno si riversò su Firenze e il giorno stesso, il mare sommerse parte del comune di Porto Tolle e lei perse l’impiego, iniziato pochi mesi prima a Cà Tiepolo.
Nara si concentra sulla sua fortuna che sta tutta nella fruizione di spettacoli ed esposizioni di opere d’arte della sua madre patria: circostanza apprezzabile.
Ha una vaga idea di che cosa sia un affresco,  ma giustamente pensa si tratti d’un genere non trasportabile ed è molto incuriosita.
Il primo pomeriggio libero si reca alla mostra. Le sale hanno numerose lastre di intonaco affrescate affisse alle pareti, frammenti del grande patrimonio artistico della città medicea restaurati dopo l’alluvione e prestati alla città di Bruxelles, prima di essere ricollocate definitivamente nei siti di provenienza.
Sono dipinti raffiguranti episodi di storia sacra ben leggibili nonostante i colori tenui. Piacciono molto alla ragazza che si sofferma a guardarli a lungo.
« Come avranno fatto a dipingere l’intonaco? », si domanda?
Non ha mai studiato storia dell’arte, e non conosce le tecniche pittoriche, ma è affascinata dalle opere esposte e si ripromette di rivisitarle nella loro sede originaria al rientro in Italia.
« Madame Dumais lo saprà senz’altro », pensa, ma non vuole infastidirla nel porle troppe domande;  già si presta a darle due lezioni di francese la settimana oltre alla normale conversazione quotidiana.
Non che a lei riesca di sostenere una vera conversazione al momento. Può formulare qualche frase, le più necessarie, per il resto impara ascoltando.  
Avrebbe voluto raccontare a M.me Dumais cosa costò l’alluvione al territorio ed agli abitanti di Porto Tolle, ma avrebbe dovuto studiare il francese per mesi prima di riuscirci.
Lei non la subì direttamente, a parte la perdita del lavoro, perché abitava in sponda destra del Po della Donzella. Come fare a spiegare alla donna belga, il labirinto di corsi d’acqua del Delta del Po. Per Nara stessa era difficile capirci. Ci voleva un conoscitore come Marino Cacciatori, detto Caparin, che li navigava tutti i giorni.
Del quattro novembre  Caparin raccontava: « Le onde del mare erano alte come case a due piani, e il vento di scirocco tirava rabbioso. Puntava dritto su Marina Settanta e là ha mandato tutta la sua furia in un’ondata…, gente!, un’ondata che si è allargata sull’intera isola della Donzella. Di quell’onda, sono rimasti due metri d’acqua salmastra che ha sommerso la campagna e le case, per centotrentanove chilometri quadrati. Tutto ha inondato, dal Po di Tolle al Po della Donzella: un disastro! ».
Nara lascia il Palais des Beaux-Arts sommando alle immagini degli affreschi fiorentini, l’immagine della sua terra. Una stretta emotiva le serra la gola, un’onda anomala chiusa in petto che vuole e deve comprimere. Il suo scopo principale è imparare il francese: si trova a Bruxelles per questo!
E’ già l’imbrunire quando esce dal museo. Potrebbe fare un giro alla Grand Place prima di riprendere l’autobus verso casa.  La Grand Place è sempre brulicante di vita. I plateatici a ridosso dei caffè  sono affollati di gente in conversazione. Un’aiuola di venditori di azalee e tulipani nel mezzo della piazza è rutilante di colori. Si gode un’atmosfera raffinata, rilassata, sotto lo sguardo delle facciate gotiche dei palazzi che la cingono. Le case delle corporazioni appaiono al contempo austere e timide, sapienti e sobrie: sono espressione di intimità agli occhi di Nara. Per quel giorno rinuncia. L’autobus ci impiega quasi un’ora, non le va di ritardare. E’ molto scrupolosa nell’assolvere i suoi compiti. Non vuole percepire biasimo nella voce dei suoi ospiti, soprattutto mentre è preda della nostalgia del mondo che ha lasciato: le sarebbe insopportabile.
I Dumais non rimproverano apertamente, appartengono al ceto aristocratico e la loro educazione è improntata alla civiltà dei rapporti, come noblesse oblige. Così la ragazza bassopolesana non solo ha da imparare la lingua, ma anche molte regole di politesse, buone maniere, da essi adottate. Erano sembrate numerose, in realtà tutte facevano capo ad una soltanto e sola essenziale regola: stare elegantemente ognuno al proprio posto. Nara scopre velocemente i confini dei suoi ambiti e non li varca, né permette intromissioni. La famiglia belga, dopo qualche tentativo, capisce che la ragazza ha una personalità definita e matura e che con lei non si gioca al predominio. Questo ha permesso una buona  collaborazione e una reciproca stima. Non poteva essere altrimenti dato che Nara si occupava del piccolo Joseph.
« Joseph, ti tiè el me amore! (sei l’amore mio!), el putin più belo al mondo! (Il bambino più bello del mondo!) », gli sussurrava in dialetto quando, adagiato sul fasciatoio, scalpitava le gambette e con le mani cercava d’afferrarle i capelli e la bocca. Lui capiva il dialetto di Nara e le sorrideva felice.
Alla ragazza era vietato viziare il bebé alla moda italiana. Poche coccole, per non farlo crescere sdolcinato. La madre stessa vi si atteneva.
Scorrazzava il bambino in lunghe passeggiate nel parco di Woluwe Saint-Pierre o verso Boulevard Saint-Michel se doveva fare qualche acquisto. Le ruote del passeggino, giravano frenetiche sotto la sua energica spinta e le gomme, a fronte del gran camminare, di giorno in giorno sempre più lise. Uscivano con il bello o cattivo tempo, due ore al mattino e due al pomeriggio perché lo stare all’aperto era considerata la condizione di vita ottimale per i bambini. Ed era sicuramente vero, perché Joseph cresceva bene senza mai un raffreddore o un mal di gola.
« Sono riuscita a prendere un biglietto per la prima del Rigoletto anche per lei Nara! », M.me Dumais annunciava con voce allegra, dopo essere stata in centro città. « Vedrà il nostro Théâtre de la Monnaie! ». « Alla prima, sicuramente, ci saranno il re e la regina! ».
Era un posto di un palchetto al livello superiore rispetto al palchetto riservato ai Reali. Nara non ci credeva di poter vedere così da vicino Baldovino e Fabiola. Lui teneva teneramente la mano della sua sposa nella sua ed erano così spontanei e regali allo stesso tempo, che sembravano personaggi di una favola.
M.me Dumais viveva quell’avvenimento senza particolare emozione. Come aristocratica, una volta era stata designata damigella d’onore della regina durante una visita della Sovrana nella provincia belga.
« Nell’auto di rappresentanza sedevo accanto a lei », racconta la nobildonna. « Durante il percorso, mi ha confidato il suo dolore di non poter avere figli e di quanta infelicità questo le causasse! ».
« Non era imbarazzante per lei questo argomento, così delicato per una donna? ».
« No, non lo è stato! ». « Fabiola è molto semplice ed amabile, abbiamo conversato come tra sorelle, con confidenza ».
« E’ stata altre volte al seguito della Regina? ».
« Solo in quella circostanza. Mia madre, al contrario, fu più volte invitata a corte in occasioni ufficiali. Vede questo anello? », Nara lo vedeva bene: era un’enorme rosa di diamanti.
« I diamanti provengono dal diadema di mia madre! », disse, « lo indossava quando si recava a Palazzo Reale per la festa della corona. Ricorrenza abolita dopo la guerra ».
Nara , al loro posto, lo avrebbe conservato come cimelio di famiglia, ma la madre di M.me Dumais  ne fece degli anelli, regalo di nozze per le figlie e le nuore, impiego più saggio onde evitare diatribe tra i figli.
Erano realtà inconcepibili nella mente di Nara fino a qualche mese prima. Ma lei non si lasciava coinvolgere, ne rimaneva al di fuori, talmente al di fuori da sembrare una snob.
C’è da dire che la ragazza aveva un aspetto carino, mediterraneo, che colpiva i frequentatori della famiglia Dumais.
Un cugino ricominciò a frequentare la casa, dopo anni di lontananza.
« Non mi ricordavo più di questo cugino », ammette la donna, « è un lontano parente di cui ho vaghi ricordi: non mi spiego le sue improvvise e frequenti visite! ».
Poco prima che Nara concludesse il periodo di permanenza stabilito, M.me Dumais le offrì la possibilità di un impiego all’ambasciata italiana. Un impiego facile da ottenere tramite suo padre che aveva rapporti professionali con alcuni diplomatici. Nel contempo si seppe che il cugino misterioso era un uomo timido e solo, appena uscito da un periodo difficile della sua vita e pronto a formarsi una famiglia.
La ragazza bassopolesana si era guadagnata stima e fiducia presso la famiglia belga, tanto da volerla tenere a lungo presso di sé, come prima opportunità; trovarle una sistemazione definitiva a Bruxelles, come seconda. Il cugino timido ogni tanto riappariva.
« Che ne pensa del cugino Jean Louis? », le chiede infine M.me Dumais. I tempi stringevano.
« Non ho avuto modo di conoscerlo bene e,  come lei stessa lo ha definito,  penso sia timido ed introverso ». Risponde Nara prudentemente.
« Io credo, anzi sono quasi certa che, a parte la sua riservatezza, sia molto interessato a lei, Nara! ».
Nara tace. Avrebbe voluto rispondere che non le piacevano le persone che incaricano altri per le proprie faccende personali; che si poteva definire un bel giovane, ma che aveva un aspetto attaccaticcio, lo sguardo sfuggente di chi non ha l’animo tranquillo e i piedi …, i piedi  grandi e grossi dentro le scarpe nere appuntite: una misura che la inquietava. Ma di questo non proferì parola.
Continuò a rimuginare sull’opportunità di rimanere o meno a Bruxelles. Più rifletteva e maggiormente la relazione fra l’impiego all’ambasciata ed il cugino Jean Louis combaciava. E più le due cose combaciavano, ancor più Nara si sentiva oppressa.
« Ho conseguito un buon livello di conoscenza del francese parlato e scritto - si disse - non era forse questa la mia meta da raggiungere? », puntualizzò con se stessa.
L’unico legame da sciogliere riguardava l’affetto per Joseph.
Era cresciuto e stava imparando a dire piccole frasi.
« Attention! », andava ripetendo scorazzando sulla sua vettura a pedali lungo il marciapiede di Drève de Nivelles, la via sotto casa e fra il pianerottolo e le stanze del primo piano, quando pioveva. Fra la sua stanza e quella di Nara, lo spazio era limitato. Joseph doveva fare una curva molto stretta per evitare lo stipite della porta. Solitamente ci sbatteva contro, poi faceva retromarcia, infine s’infilava da Nara.
Un giorno, in seguito ad un ennesimo urto, una ruota si staccò e l’automobilina si arrestò. Pur di continuare a viaggiare il piccolo la sollevava fino alla vita e, con i ruoli invertiti, il gioco proseguiva.
« Arrêtes Joseph! Tu vas te faire du mal, comme ça! », gli diceva Nara, « Tu vois ? », e gli mostrava il moncone del semiasse e la ruota staccata, « Ton auto est cassée. Elle ne peut plus rouler ! ».
Ascoltava attento, Joseph . Il verbo rompere gli era ostico, non era mai riuscito a pronunciarlo.
« Auto Casssse… », sibilava con la boccuccia tutta nello sforzo delle labbra che non potevano accentare l’ultima sillaba.
« Oui, Bravo!, mon bebé! L’on dit : cassssée !, mon petit choux !», lo incoraggiava Nara.
L’automobile giocattolo fu infine portata a riparare. Joseph era troppo tenero nell’approccio a quel verbo impossibile e sia Nara che i genitori si divertivano a stuzzicarlo. « Qu’est-ce qu’elle a ton auto, Joseph? », e sempre: « Elle est casssse…», era la divertente risposta.
Il tempo di Nara come ragazza alla pari si era concluso. Non sarebbe andata a lavorare all’ambasciata e non avrebbe assecondato l’interesse di M.eur Jean Louis. Decise il rientro in Italia.
Per  non rattristare il bambino, il giorno della partenza fu portato dai nonni.
Sul treno che la riconduce a casa, Nara ha davanti agli occhi la testolina bionda e riccioluta di Joseph che si scompiglia mentre pedala nel vento della Drève de Nivelles.
Sorride nella corsa Joseph e grida al vento l’accento ritrovato:
« Cas-sée, Na-rà! Cas-sée! ».


Fendi 1976                                                                                                                                      

Nara sale sull’autobus con il respiro affannato. Il leggero ritardo   l’ha indotta ad una corsa sostenuta per raggiungere la fermata dell’automezzo in arrivo. L’autobus si ferma e Nara sale. Si appoggia un momento all’asta in cui è collocata l’obliteratrice, per prendere fiato. Sedato l’affanno,  estrae dalla borsa a tracolla il portafoglio “Fendi”  da poco ricevuto in regalo. Lo tiene in mano con dolcezza, quasi con tenerezza. Lo apre e sfila, da uno scomparto, un biglietto che timbra per pagare la sua corsa. Poi ripiega il portafoglio, quasi accarezzandolo, lo ripone nella borsa e si siede.
“Meno male che ho corso in tempo! - pensa con sollievo - sarebbe stata una bella seccatura arrivare in ufficio in ritardo!”
L’autobus è semivuoto. Solo alcuni giovani, due donne e tre uomini, si accalcano inspiegabilmente vicino all’uscita ostruendo il passaggio.
Nara è irritata nel constatare che   non prendono posto, perché di lì a poco, lo sa, la costringeranno ad imporsi per poter scendere.
“E’ gente cui manca un elementare senso di civismo!” Pensa, compiaciuta di sentirsi  superiore.
Poi passa ad altre riflessioni. E’ contenta quel giorno! I bambini hanno superato l’ennesima tonsillite ed hanno ripreso a frequentare l’asilo nido. Lei ha potuto dedicare un po’ di tempo a se stessa e si è preparata con cura prima di uscire. Si sente in forma e, notando la sua immagine riflessa sul vetro del finestrino vede, come Narciso nell’acqua dello stagno, il proprio volto. E’ il volto di una giovane donna carina, ben pettinata, ben truccata, con gli orecchini che scintillano. Intanto l’autobus, proseguendo il suo tragitto, giunge in prossimità dell’ufficio e Nara si appresta a scendere.
“Permesso!” Chiede ai giovani che ancora intralciano il corridoio. Questi sembrano non udire.
“Permesso!, devo scendere alla prossima!” Replica Nara con tono più marcato.
Due, dei tre uomini, le cedono il passo. Le due donne  si spostano appena oltre la porta centrale ed il terzo, un ragazzo alto due metri, si attarda davanti all’uscita finché l’autobus non si arresta, del tutto. La porta si apre e lo stangone rimane abbarbicato al corrimano. Ha il viso rivolto verso di lei, ma lo sguardo diretto oltre le sue spalle in un’espressione distaccata. Gli altri due erano dietro di lei.
Nara, ostacolata, perde la calma e, se non fosse così pressata dall’impegno di lavoro, senza tanti preamboli gli darebbe un calcio negli stinchi per riportarlo alla realtà contingente: “Costi quel che costi!”, diceva fra sé non potendo sopportare la gente maleducata. 
“Si rende o non si rende conto che devo scendere! Mi lascia passare:  sì o no?” 
La sua voce  risuona alterata, quasi stridula. Nello stesso istante viene spinta come se, alle sue spalle, qualcun altro dovesse guadagnare l’uscita. Nell’atto di scendere non può prestare attenzione a ciò che avviene intorno a lei. Teme di cadere.
Finalmente è in strada! Si gira  per vedere chi stesse scendendo dopo di lei, ma la porta si chiude e lei è l’unica passeggera scesa a quella fermata. L’autobus riparte, al suo interno non c’è più assembramento.
Nara, si avvia verso l’ufficio con una sensazione di sconcerto. Le rimane il tempo per un caffè ed entra in un bar. Alla cassa apre la borsa e cerca il suo nuovo e fiammante “Fendi”. Il portafoglio non c’è più benché si ostini a frugare spasmodicamente. Poi, in un lampo, tutto le è chiaro: alla fermata lei è scesa, mentre il suo Fendi  ha proseguito la corsa!

Pacchetto

Lo si vedeva spesso dal tabaccaio per i soliti pacchetti di sigarette. Amava acquistarne uno alla volta per potersi recare più volte al giorno, presso il bar di Ugo, che aveva anche la rivendita di tabacchi, e tenersi così occupato.
Entrava nel locale con fare circospetto; si portava al centro della sala; dopo aver ispezionato con lo sguardo l’ambiente, così da potersi rassicurare sul da farsi, ordinava con decisione: “Ugo! Un pacchetto!”
Gli altri frequentatori lo conoscevano bene. In Polesinino non esiste possibilità di rimanere sconosciuti. Quel suo continuo ordinare “un pacchetto” gli valse come appellativo. Infatti i più lo riconoscevano come Pacchetto e non con il suo vero nome di battesimo.
Con in mano le sigarette, andava a sedersi al suo solito tavolo e, dopo aver ordinato da bere, cominciava a degustare il tabacco.
Fra un bicchiere di vino e l’altro decorava con cerchi e spirali di fumo azzurrognolo il bar di Ugo.
Non sempre aveva denaro per pagare la consumazione ed allora intimava ad Ugo: “Ugo metti sul conto!”
Lui intimava ma nessuno si intimoriva, men che meno il barista.
“Bada, Pacchetto, che il conto s’ingrossa!” Gli ricordava spesso.
“Va be-ne, va be-ne!” Rispondeva strascicando le sillabe. “Non ti devi preoccupare! Non appena prendo la pensione te la porto tutta!”
Così passavano i giorni e così si trascinava la questione.
Del passato di Pacchetto non si conosceva un granché. Non aveva un lavoro fisso, forse percepiva abusivamente una pensione di invalidità assieme alla moglie, molto più anziana di lui, che era sicuramente invalida. Correva voce che la moglie di Pacchetto non fosse più in grado di badare a se stessa e che fosse l’uomo ad occuparsi sia di lei, che della casa. Ma erano solo voci perché nessuno, fra gli avventori, si era mai recato, una sola volta, a far loro visita.
Pacchetto fumava e beveva e beveva e fumava, ingrandendo così il debito con il barista che peraltro cercava di capire le sue vere intenzioni.
“Senti amico, ormai per saldare il tuo conto, una pensione non ti basta più! Vuoi spiegarmi che intenzioni hai?” Chiedeva Ugo.
Ma Pacchetto non aveva idea di sorta e si difendeva dicendo che comprendeva; comprendeva il suo punto di vista, ma, a sua volta Ugo avrebbe dovuto comprendere il suo: vale a dire che per vivere non disponeva che della pensione, la quale non bastava per tutto il necessario.
Il barista si rese conto che il suo credito era inesigibile. Cambiò tattica e disse: “D’ora in avanti quello che consumerai te lo dovrai prima guadagnare, altrimenti ti consiglio di cambiare aria!”
Il pover’uomo con l’animo risollevato dalla soluzione prospettata, non senza orgoglio rispose: “Hai ragione, Ugo! Io lavorerò, vedrai! Lavorerò e pagherò tutto!
A quell’epoca la dipendenza dal fumo e dall’alcol non era ancora troppo marcata e c’erano dei momenti in cui si sentiva pieno di forza e di capacità.
Fu così che incominciò il baratto: rasatura del prato, scavo del fosso, ripulitura del cortile dall’erba infestante contro vino e sigarette.
All’inizio tutto procedeva d’amore e d’accordo; ma con lo scorrere del tempo, l’intesa vacillava, perché Pacchetto non misurava più il valore del lavoro con criteri oggettivi, ma in base alla fatica fatta nell’eseguirlo. Più lui si sentiva stanco, maggiore quantità di roba pretendeva in cambio.
Per questo motivo volarono male parole fra lui ed il suo creditore nonché datore di lavoro.
Pacchetto però sapeva dimenticare.
Aveva un approccio alla vita come quello di un bambino. Era buono ed aveva voglia di gioire; lo si intuiva dal suo sguardo tenero e timido, ed allo stesso tempo, curioso e luminoso.
Quando la moglie si aggravò egli tentò di accudirla senza riuscirvi. Così cominciò a pensare al dopo! Fu in quest’ottica che un giorno si presentò a casa di Nara. Era a cavallo della sua bici, e dal manubrio penzolava una borsa di plastica dal contenuto pesante.
“Buongiorno Nara!” Salutò Pacchetto.
“Buongiorno Pacchetto!” Rispose Nara.
“Era da tempo che mi dicevo fra me e me - disse Paccheto - Perché non vai a vedere la nuova casa di Nara?”, ed eccomi qua!”
Per cortesia, la donna, lo fece entrare nella sala di soggiorno e velocemente lasciò che desse un’occhiata, poi lo invitò ad accomodarsi all’esterno. Era sola in casa ed è risaputo che una donna sola non deve ricevere uomini estranei alla sua famiglia.
Gli offrì una bevanda fresca che lui, avvezzo al vino, rifiutò decisamente.
Esaurito l’argomento sulla casa, Nara sperava che se ne andasse. Vide, però, che indugiava.
“Le devo parlare - infatti rivelò - come lei saprà, mia moglie è molto malata”
“Si, lo so! Mi dispiace molto!” Disse Nara.
“Per questo – continuò, come se la voce di Nara non si fosse udita, - Io devo pensare al dopo!”
Nara a questo punto è allarmata, ma interviene con decisione: “Cosa dice mai, Pacchetto!, questo è il momento di pensare a sua moglie ancora in vita e bisognosa più che mai di lei!”
Ma l’uomo, preso dal suo discorso, continua imperterrito: “Vede per il dopo io devo avvantaggiarmi. Non posso restare solo. Ho pensato proprio a lei!”
“Che c’entro io!?” Esclamò Nara con grande stupore.
“Lei è la donna adatta a me!” Disse sicuro.
“Saprà bene che io ho già un marito!” Disse Nara, non sapendo a che santo votarsi.
“Ma lui è lontano!” Incalzò Pacchetto, senza demordere.
Nara capì che, l’uomo, doveva essere completamente ubriaco. Comprese inoltre,che faceva sul serio, perché, a garanzia della sua proposta, Pacchetto, aveva portato un pegno.
“Ho qui una bella gallina da brodo: è una gallina nostrana che ho portato per lei.”
Nara intuì che accettare quel dono, rappresentava per l’uomo, una promessa di fidanzamento.
“No, la ringrazio, ma non uso preparare del brodo, ai miei non piace!” Disse risoluta.
Pacchetto si sentiva come sulle sabbie mobili.
“E’ una gran bella gallina!” Insistette, mentre il suo progetto sprofondava.
“No, davvero!” Incalzò Nara drasticamente.
A quel punto ci fu un lungo silenzio. Poi Pacchetto reagì orgogliosamente e, con tono asciutto, si accomiatò scusandosi per il disturbo.
Rimontò in sella e cercando di tener ben fermo il manubrio che pendeva dal lato della gallina, lasciò la casa.
In seguito, per alcuni giorni, passò ripetutamente nel tratto di strada adiacente al giardino della casa di Nara senza mai, nemmeno per una volta, girare il capo: pedalava dritto, a muso duro!


Comari

E’ stata lei, Fedora, la linguaccia, a mettere il malumore fra me e Arturo. Le ha riferito Arturo, che io lo spiavo. Difatti mi guardava con occhio torvo, senza che io riuscissi a capire il perché.
Che devo fare io, se il mio terreno confina con il suo? Io andavo fino in fondo, nella rimessa, a posteggiare il motorino. Mah!, dì un po’?, dovevo fare, come?, per riportare il mio motorino senza guardarlo, nel mentre lui era là in fondo al suo terreno confinante con il mio?
La linguaccia, non vive bene se non semina zizzania. E’ stata proprio lei che ha sparlato di Arturo, benché su di lui avesse qualche mira. Sparla di tutti, ce l’ha come vizio. L’ho sentita proprio io dire: “Roba da matti! Alla sua età el se ga messo in testa, de rimaridarse!”
Io non sparlo mai di nessuno, lo sai anche tu che mi conosci. Lavoro tutto il giorno, me ne mancherebbe proprio il tempo.
Te lo giuro, è stata lei a provocare tutta la confusione, e farme passar mi per la maldicente. Se mai, da parte mia, te lo confesso, le uniche parole che ho detto, le me xe scampae un giorno in bottega da Maggio, dove se gavemo trovae con la Marisa della Clelia, la Teresa della Inisse e con la Maria della Cioci da Basso.
Stavano parlando di Vanni Menegon, che ha quasi settant’anni, di Guido Bonasso che sarà attorno alla cinquantina e di Arturo, per l’appunto!, le diseva che i gaveva sa’ scumissià a vardarse attorno. Tanto cossa voto che i trova? Più de qualche galinassa vecia, gnanca più bona per el brodo, no ghe xe altro in giro! Ma questo lo digo solo in stò momento.
Te lo giuro, io non ho fiatato, salvo che per quelle due maledette parole che mi sono scappate ma che non ho paura di ripetere, le ripeterei anche davanti al prete, se fosse necessario.
Può o non può scappare di dire: "A quell’età cosa sarai più boni de fare … a letto!”
Cosa avrò detto di tanto strano? E’ la pura verità!; a parte Bonasso che è il più giovane e che, poi, ha il nome che lo aiuta, in fondo, a dubitare degli altri due, non ho ragione forse?
Ma te ga dito ben!, figurarse! Piuttosto i dovaria vergognarse! Tutti sti piplò e musi duri i xe proprio na roba in:  ec-ce-den-za!.
La Maria della Cioci, che sembra abbia messo gli occhi su Vanni Menegon, sentendo le me parole, con aria offesa la me ga risposto che, malgrado l’età, si può stare assieme anche solo per farsi compagnia e poi, vardandome con oci de sfida, ciòhò, la ga aggiunto:” Siccome, io, so come fare… a letto, non è detta l’ultima parola!”
Mi no go xontà altro. Però mi sono ripromessa di spiegare tutto alla Pasquina, che come sai è la figlia di Arturo, non appena l’avessi rivista.
Te ghe dirà tutto? Anche che i xe matti ad andare ancora in serca de done?
Si , proprio tutto, delle donne e del motorino e la go incontrà, difatti.
Ho spiegato alla Pasquina per più di un’ora, per filo e per segno, tutta la storia: di come la Fedora mette zizzania senza che io c’entri qualcosa, e anche di quelle due parole dette in presenza delle clienti di Maggio, del botegaro, per intenderse. Ho spiegato di quanto più mi interessi il buon vicinato che non le loro miserevoli storie di… letto.
E la Pasquina? Cossa gala dito?
La Pasquina la ga capìo e , per merito suo, anche Arturo me par rinsavìo.
Sul serio?
Sì, sul serio! Adesso Arturo, quando mi vede è sorridente e mi apostrofa con Giovanna di qua, Giovanna di là.
Oh ben! Finalmente, se ga risolto el malinteso! Te sarà soddisfatta!
Si, si! Più che soddisfatta! Basta che non si slarghi troppo, con la be-ne-vo-len-za, e che non pensi che io, a letto, sia come la Maria della Cioci da Basso.


Ognissanti

Il giorno di tutti i Santi mia madre ed io, siamo andate al cimitero. A dire il vero, ci andiamo quasi tutte le domeniche. Lei passa a salutare i suoi morti, ad uno ad uno, come se attraverso le lapidi le giungesse ancora un po’ di vita, come se la morte fosse una finzione.
Rassicura il suo “Vecchio” dicendogli affettuosamente: - Guarda Nino che io non ti dimentico un istante.- E vicino al figlio, con voce tremante, si chiede da un anno ormai: - Cosa avremmo potuto fare di più? – Poi rassegnata si sottomette alla sorte e vuole che anche il figlio la accetti: - Figlio mio, la malattia è stata troppo grande. – Gli sussurra.- Dal tono della voce sembra voglia dirgli che non è stata colpa sua se la morte ha avuto il sopravvento, che lui è stato un bravo figlio, che ha sopportato con coraggio e dignità la lunga sofferenza.
Poi segue il silenzio del dolore e della lacerazione di saperlo dietro la pietra.
Cerco di portarla alla realtà rammentandole che questo è un evento con il quale tutti ci imbatteremo e che, forse, ci condurrà ad una vita migliore di questa.
Tace, ma, dopo un po’, emette un profondo sospiro. Capisco che si sta riprendendo.
Il cimitero si riempie di visitatori. I familiari presidiano la tomba del proprio congiunto per ore: tengono compagnia al morto. C’è anche un andirivieni per i saluti vicendevoli perché in quel piccolo paese tutti si conoscono o si conoscevano. Si imbastiscono relazioni fra i viventi favorite dalla presenza dei defunti.
Incontro la Bianca, vestita a lutto benché sia vedova già da tanti anni. Ha il foulard annodato sotto il mento che incornicia il suo tondo viso polesano somigliante alla fertile luna d’agosto, indaffarata con i fiori. E’ sempre stata affezionata a me fin da quando ero bambina. Ci abbracciamo e ci informiamo riguardo la nostra salute. Lei deambula malamente perché ha sofferto di lussazione bilaterale dell’anca e dei relativi interventi chirurgici che purtroppo non hanno risolto il problema.
Osserva mia madre, poco distante, che con passo svelto si dirige verso un gruppetto di conoscenti.
- Varda to mama che drita c’la va –
- (Guarda tua mamma come cammina spedita)
Lo dice con una benevole punta di invidia.
- A la so età l’è ancora in gamba, gnint fa mi! – Sorride rassegnata.
- ‘era, Bianca, an ghe mina rimedi per le to gambe? – Chiedo.
- Tut quel c’a ghiera da fare a l’ho fato. – Mi risponde. Poi prosegue:
- T’sa bela, I m’a operà in tut’do le gambe. Prima la lanca drita e po’ quela sanca, ma an go mina avu risultato. A m’toca caminar col baston. In bicicleta no, però, in bicicleta a vag via come el treno. L’è quand c’am fermo ch’iè duluri. – Fa un gesto con la mano che significa: -Se tu sapessi com’è difficile tutto questo!
Intanto sopraggiunge la cognata che mi saluta amichevolmente appoggiandomi un braccio sulle spalle. Il suo è un viso conosciuto ma, ahimè, non ricordo il nome. Bianca mi salva dall’impaccio:
- T’sà che questa l’è la fiola d’la Maria d’Nin Fersiti? Chiede alla cognata.
- Certo che lo so, la sorella d’ Ergilio. Come mi potrei sbagliare? Guardare lei è come rivederlo.
Gli assomiglio molto, è vero. Non riesco a dire una parola: la gola si serra e gli occhi si riempiono di lacrime. Ma per fortuna lei continua, con quel modo affabile tipico della nostra gente, rivolgendosi a me come si fa con un familiare.
- E ti t’el sa chi c’a so mi? Mi chiede.
- Sì, c’al so!- Rispondo docilmente per compiacerla: -T’iè la fiola d’Quintilio.
A questo punto si accorge che non ricordo il suo nome e gentilmente ribatte: -Sì,brava, mi son la Guerrina. E prosegue: - A sem sempre sta d’fameia fin da ragasiti. To papà e to mama coi mii iè sempre sta in gran amicisia.-
- A m’ricordo, -le rispondo – e in particolare a m’ricordo quand c’a stivi in Polesnin, perché a’ vgnea a catarve quasi tuti i giurni e to mama, la Ida ,faccio sfoggio di ricordare questa volta, la m’dea sempre un toco d’pan biscoto bagnà in tl’acqua del secio e po’ tocià in tel sucaro: che bon ch’el  iera!...
Con un velo di malinconia ci siamo date un arrivederci.
Riaccompagno mia madre a casa, vado a recuperare mio marito nell’orto e poi, assieme, la raggiungiamo in cucina dove ci prepara un caffè.
Nell’attesa, osserva che mio marito è assorto.
Infatti noto anch’io che non dice una parola, deve essere stanco, così per riempire il suo silenzio io racconto che la volta precedente, durante il viaggio di ritorno, si è appisolato fermo al semaforo.
- El staga atento. Toni, a no indromsarse. Ho fat ben a fare el cafè, alora! El gh’in beva na scudela per piasere e, a m’racmando, el staga ben sveio col guida. El varda, c’ho sentì per na trasmision ch’esiste na malatia c’a sva in pnea e a s’drome coi oci verti.- Continua allarmata.
- Apnea, mama apnea. -La correggo - E po’, gnint paura perché lu, i oci, li sera col drome.
- Ma sì valà, a p n e a, c’a so quel c’a digo, sì!
E,  la vita continua.

Marino Cacciatori “Caparin”

Era una domenica del mese di luglio dell’anno 2002. La motonave era pronta a levare l’ancora alle nove del mattino.
Il sole già batteva sul capo scoperto dei pochi passeggeri, tredici in tutto. Fra questi, Nara.
Marino Cacciatori detto “Caparin”, basso e minuto con la fronte spaziosa ed un po’ arcuata sotto l’attaccatura dei capelli, tipica della discendenza caparina, stava sul ponte a confabulare con un signore interessato di motori.
Ben presto si allontana dall’uomo. Con mosse agili e sicure raggiunge la cabina di pilotaggio ed esegue le manovre d’avvio. Poco dopo, l’imbarcazione procede speditamente al centro del fiume.
Nara temeva di fare una gita monotona, caratterizzata da un silenzio contemplativo.
Si erano messi tutti al piano superiore, panoramico. La giornata limpida lasciava intravedere ad Est il promontorio di Rovigno sull’opposta costa adriatica. La signora del botteghino invece si tratteneva al piano inferiore presso la rivendita. Scopre che si tratta della moglie di Marino: “Poca gente oggi!” Osserva, rivolta a lei, giusto per scambiare parola.
“No, anzi, io e Marino, siamo contenti del numero di presenze – le risponde - a volte ci capita di fare il giro anche per sole due o tre persone.”
“Addirittura!” Esclama Nara sorpresa.
“Capita, capita! Sa, noi partiamo in ogni caso perché lo consideriamo un servizio. Partiamo anche se l’incasso non copre neppure la spesa del gasolio.
E’ una donna graziosa e si esprime con finezza.
Sopra, Marino lascia le leve di comando ed esce dalla cabina probabilmente per riprendere il discorso con il passeggero interessato di meccanica motoristica.
Va e viene, procurandole una certa apprensione riguardo la rotta e la sicurezza: “Non sarà che si distrae un po’ troppo?”, si domanda con preoccupazione.
Lui è ciarliero e di buon umore. Sovente si apre in larghi sorrisi, noncurante della bocca sdentata. Con l’aiuto di un altoparlante, incomincia il suo racconto del Po. Parla un italiano corretto senza inflessione dialettale.
E’ bravo! Dal suo racconto, capisce che lui dialoga con il grande fiume che naviga da sempre:
“Si può dire che ci sono nato in acqua, come i pesci!” Afferma. “Si può dire che sono un pesce anch’io!”Continua, accompagnando la battuta con una risata divertita.
Conosce profondamente il suo fiume. Sa tutto sulla lunghezza, larghezza e profondità; sa tutto sulle correnti e sulla configurazione dell’alveo. Sa dove e chi pesca le anguille, i cefali. Del pesce siluro, pesce foresto, entrato in acqua per sbaglio, sa che divora quintali di piccoli pesci. Un pensiero malinconico riserva alle gentili scardole che: “Non se ne trova più una, neppure a sognarla!”
Il suo racconto insegue l’itinerario degli scorci toccati, pur sempre pronto a raccogliere le domande curiose dei viaggiatori. E’ sorprendente quante cose sappia! E’ memoria storica del luogo dal dopoguerra ad oggi. Conosce tutto l’intreccio degli avvenimenti e dei personaggi che hanno costruito la vicenda del Delta negli ultimi decenni.
E’ lui che accompagnava fior fiore di ingegneri per i sopralluoghi a Polesine Camerini dove è sorta la centrale termoelettrica che, come una cattedrale, domina il Delta del Po e asperge, dall’alta ciminiera il veleno giallognolo.
Ma lui ne parla bene. L’ha vista nascere. Un mostruoso gioiello tecnologico che avrebbe dovuto sgorgare fumi depurati da poderosi sistemi filtranti.
Lui l’ama come una buona cosa, come la fattrice di posti di lavoro e di prestigio per quel Delta sempre dimenticato. “Con una centrale di tal sorta, annoverata fra le più grandi d’Europa, cosa potrà più succedere al Delta? Non la lasceranno certo affondare!” Ripeteva dentro di sé.
Affondare! Un verbo ricorrente nella mente di Marino e di tutti gli abitanti che hanno ricordo delle inondazioni subite. Una parola che mette paura solo a pensarla.
Era allegro Marino Caparin quella mattina! Le battute gli sorgevano spontanee e naturali. Aveva brio ed una garbata ironia. La sua barca, il fiume, e la Sacca del Canarin, appena raggiunta, gli si cucivano addosso come una seconda pelle: loro aderivano a lui e lui a loro.
Spegne il motore e lascia libera la barca di dondolarsi nel silenzio della laguna.
“Lo vedi quel gabbiano, lì appoggiato sulla mota oltre l’argine di sacca?” disse a Nara ad un certo punto, quasi in un sussurro, poiché era lì affianco. “Sta aspettando me! Mi aspetta ogni mattina!”
Nel dire così, allarga le braccia e le flette a volo d’uccello.
Mi giro verso i compagni di viaggio e faccio cenno con l’indice puntato in direzione della sacca e poi lo porto verso le labbra in segno di silenzio.
Il gabbiano non reagisce. “ Ehii! Che fai? Dormi ancora?” gli grida Marino Caparin, quindi gli mima il verso di richiamo. Ma il gabbiano reale di Caparin è come intorpidito.
“Non mi ha ancora visto, il principino!” Commenta. E poi, d’un balzo assai acrobatico e spericolato, si porta sul tetto della barca e da lassù sbatte le sue ali d’uomo. Il gabbiano s’alza allora in un volo subitaneo, festoso, lasciando la sua scia d’ombra fra i riverberi d’acqua e di sole sulla Sacca del Canarin.

Tuffo sull’altra riva del mare

Per una breve vacanza Nara lascia il suo paesello per l’altra costa bagnata dall’ Adriatico! Dirimpetto al Delta: la Croazia. Mare calmo e profondo. Acqua limpida e salatissima. Le sembra di tradire, ma lui lo sa quanto lei ami l’acqua di scoglio e poi sono separati solo di qualche miglia. Distanza marina che divide, ma pur sempre unita dallo stesso mare. Giunge in una calda giornata estiva, mitigata da un leggero maestrale. Si reca subito al suo scoglio preferito, lo stesso dell’anno prima e trampolino dei suoi maldestri tentativi di effettuare, una volta nella vita, un vero, dignitoso tuffo in avanti. Si assesta con le piante dei piedi sul bordo più esterno del masso. Le dita si raggrinzano nello sforzo di incollare, a ventosa, i polpastrelli e si mette in posizione di lancio, come da precise istruzioni impartite, in anni precedenti, da un’insegnante di nuoto. E’ ora con le ginocchia flesse, il busto inclinato in avanti e le braccia tese verso l’alto sulla linea delle orecchie. Le braccia devono aderire alle orecchie per evitare un impatto violento al capo. Congiunge le palme delle mani atte a fendere l’acqua e glissare dolcemente con il resto del corpo.
Sembra facile! Forse per qualcuno lo è.
L’acqua è lì sotto, a due metri da lei, nello splendore del suo verde smeraldo. E’ appena increspata e sa, per esperienza, che il leggero movimento non fa differenza. Sa che dentro starà bene, avvolta dalla sostanza liquida, coccolata, sorretta, alleggerita. Sarà un abbraccio totalizzante. Dentro, lo sente, troverà un mondo amico che la sosterrà e la restituirà, subito dopo, alla superficie e alla sua vita terrestre. Ciò che importa ora è entrare, dare al corpo la spinta adeguata. L’attrito può essere doloroso. Ogni tuffo riserva un potenziale rischio, ma si butta. Vada come vada, lei si butta.
E’ entrata liscia come un pesce, questa volta. Ha i polmoni ben ventilati e ne approfitta; anziché rialzare il collo e, con un colpo di reni, portarsi in verticale per risalire, si lascia andare ancor più in profondità. L’acqua è sempre più verde e l’avvolge in un abbraccio languido. Ne è compenetrata: diventa liquida. Si gira e rigira con scioltezza. Il verde è intenso con qualche sfumatura sparsa data dagli scogli erbosi.
E’ passato del tempo, dovrebbe risalire. Invece prosegue in diagonale, sta così bene là sotto. Lascia uscire dalla bocca bolle d’aria per compensare la profondità. Le viene tutto naturale.  Trenta secondi saranno già trascorsi, pensa, altri venti di risalita ed il tempo scadrà.  Inizia la verticale. Lo sforzo le fa capire che ha tardato un po’ troppo. Vede la luce che penetra ad imbuto, sopra di lei.
« Ci sono, quasi! » pensa. L’imbuto si allarga sempre più rischiarandosi. E’ a corto d’ossigeno, ma c’è...., « ecco!, ancora una bracciata e… riaffioro! ».
E’ ora dentro il cono di luce, intravede il sole. Muove solo le gambe per risparmiare forze: « tanto ormai ci sono! », si ripete.
Prova un bisogno urgente di respirare. Non perde la calma e deglutisce. Deglutisce la sua anidride carbonica. Ha ancora l’energia di sorprendersi del fatto che, pur essendo arrivata, non riaffiora. Sbraccia alla fine e si catapulta fuori!
Il pelo d’acqua assiste imperturbato al suo affanno. La luce gioca brillii fra gli spruzzi e l’aria riguadagna le sue cavità polmonari.
Suo marito, dalla riva, la rimbrotta:
« Stavo per chiedere aiuto! ».
« Ma se va tutto bene! » risponde, « a che sarebbe servito? ».


Il barcaiolo  Ninin

Un leggero dondolìo ninnola il “batlin” sui canali palustri di Bacucco. Una coltrina di canne ondeggia alla brezza sospinta dal mare.
A bordo del barchino hanno appuntamento alcuni visitatori per curiosare sulle nidificazioni lagunari, fra questi c’è una coppia romagnola: Veronica e Cesare.
Veronica è molto ansiosa di conoscere l’estremo territorio stretto dai fiumi Goro e Gnocca, solcato da numerosi canali ed ha coinvolto Cesare che acconsente di malavoglia.
L’ambiente si presenta piatto, infossato fra le arginature dei corsi d’acqua. L’aria è ferma, ristagnante di umidità. Lui ama la montagna, con l’aria fina e i panorami che spaziano dove lo sguardo scorre fra le increspature delle vette. Gli basta una leggera bruma mattutina per rinunciare all’escursione programmata. Anche gli altri gitanti rinunciano temendo la foschia.
Invano Ninin, il barcaiolo, li rassicura sulla temporaneità del fenomeno. Di lì a poco, la nebbiolina, diradata dal sole, risalirà oltre le arginature, cederà la laguna al sole alto ed al venticello marino. Solo Veronica, noncurante dell’inconveniente, sale sul “batlin” attratta dal fascino del luogo sperduto, confuso tra terra ed acqua.
Ninin conosce ogni percorso e conduce la barca remando lieve, sgusciando fra le canne in un leggero fruscio.
Nel canneto un profondo silenzio li avvolge, appena scalfito dalle melodie della cannaiola e dell’usignolo di fiume. Ninin si appressa a qualche nido di folaghe e tuffetti,  affinché la donna possa osservare i teneri pulcini.
Cesare, già pentito di non aver seguito Veronica, di malumore inizia a girovagare da una sponda all’altra dei corsi d’acqua. Argini tutti uguali. Bracci di Po tutti uguali. Un ponte di barche bianco e azzurro sul Po di Goro. Un ponte di barche bianco e azzurro sul Po di Gnocca. Uguali.
“Dove mi trovo ora?” Si chiede allarmato Cesare, completamente sperduto dopo aver percorso decine di chilometri.
“Devo sbrigarmi a ritornare all’imbarcadero!” Pensa.
Dalla strada sull’argine, scorge l’insegna di un bar spuntare fra una fronda e l’altra di salici ondeggianti e si ferma per chiedere di Ninin il barcaiolo.
Il locale fa parte di una vecchia casa bisognosa di restauro. L’interno è ben tenuto, fresco di pittura, con tavoli e sedie di legno tirato a lucido con olio paglierino. Dietro il bancone, bottiglie di vino e liquori su ripiani in doppia fila. Bicchieri brillanti, capovolti su graziose tovagliette candide. La macchina del caffè, traboccante di tazzine in paradossale equilibrio. Sulle pareti, tutt’intorno, foto di gruppo degli anni cinquanta.
Risalta, nelle persone presenti, il contrasto fra vecchia e nuova generazione. La ragazza al banco è figlia del suo tempo: un’acconciatura spiritosa, pearcing al naso ed all’ombelico, rigorosamente scoperto, pronta nel servizio ma non servizievole. Nella veranda, uomini anziani che giocano a carte come ai vecchi tempi.
L’uomo romagnolo vorrebbe chiedere l’informazione e proseguire, senza temporeggiare. Ma i giocatori sono concentrati sulle carte e la ragazza segue, con ritmo lento ed ininterrotto, il suo lavoro.
“Un caffè, per favore!” Comanda allora Cesare, per attirare su di sé l’attenzione della giovane.
Mentre lei mette in macchina l’espresso, lui ha modo di confessare di non sapere dove si trovi e di dovere recuperare la sua donna da Ninin il barcaiolo.
La ragazza scapigliata si rivela molto aggraziata e fine nel rispondere all’incauto turista. Conosce bene Ninin, lì si conoscono tutti. Prosegue illustrando all’uomo, quanto il Delta sembri semplice, ma che invece sia imperscrutabile, più di una grande città. E spesso succede al forestiero di disorientarsi. “Due ragazze londinesi, abituate al traffico della metropoli inglese, si sono perse a Donzella! Quattro case, s’immagini!” Racconta con deferenza.
Cesare rinfrancato dall’atteggiamento civile e rispettoso della giovane e nuovamente padrone di sé, nell’ambiente estraneo, si rilassa finalmente e comincia ad apprezzare la giornata divenuta limpida e assolata. Sulla via del ritorno, va pensando che avrebbe dovuto seguire Veronica, che la separazione è stata un atto arbitrario privo di senso
Nel canneto, fra una nidiata e l’altra, Veronica subisce il fascino di Ninin, il cui aspetto contrasta l’etimologia del nomignolo. Ninin è alto, asciutto, ben fatto. I lineamenti del volto riproducono canoni di antica bellezza. E’ molto attraente, ricorda i bronzi di Riace. Gli fa domande sul perché di quel lavoro e sulla vita così lontana dal contesto urbano, ma condizione desiderata dai giovani, in generale
Ninin non vorrebbe palesare le ragioni delle scelte personali, ma nello stesso tempo non vuole deludere la curiosità della donna. Così si confida: “ Anni fa, ho provato la città. Sono stato alcuni mesi a Torino, presso parenti che vi si erano trasferiti in seguito all’alluvione del 1960. Lontano da qui non mi riconoscevo più. Mi sentivo estraneo a quell’ambiente. E’ per l’attaccamento alle cose di qui, al lavoro che fu di mio padre, a questo luogo. E…non solo. E’ per l’alba che sale da sotto l’argine e s’inerpica alta sul fiume ed il tramonto infuocato che si spegne in Sacca.” Ammette con malcelato pudore. “Ed è anche per i branzini che so dove pescare, per le lasagne tirate a mano dalle donne della mia famiglia, senza fretta, con tutto il tempo necessario: la lentezza del tempo mi tiene qui, rivela senza indugio Ninin, come se avesse letto più chiaramente in se tesso.
Veronica ascolta attenta. Replica con un lieve sorriso che le modella il volto in una espressione tenera.
Le parole si perdono in un silenzio assorto. Ninin fissa lo sguardo lontano, oltre il rivolo all’orizzonte, verso il canneto in cui migliaia di giovani steli si curvano dolcemente alla brezza marina.
Veronica, presa dalla situazione e da una leggera spossatezza, sente il bisogno di sdraiarsi. Si adagia su di un fianco appoggiando il gomito sulla traversa e la mano a sostegno del capo, quindi immerge la mano libera nell’acqua fresca del Bacucco.
Ninin continua il suo percorso lento e silenzioso, mentre la mente di Veronica formula una sorta di preghiera di ringraziamento a Dio per l’incantevole bellezza che le è concesso di assaporare! Immersa in quella beatitudine, socchiude gli occhi ed inspira profondamente il profumo del mare. Confusamente, dall’effluvio, le giunge il profumo di Ninin che le rammenta tempi di giovinezza. Ne è sconcertata!
“ Che mi sta succedendo?” Si chiede stupita e, nello stesso tempo, impaurita.
Inconsapevolmente, allunga le sue belle gambe affusolate, non ancora segnate dagli anni.
“Non sono che una vecchia! E lui un ragazzo!” Pensa con agitazione.
Ma il suo animo è già vinto da una sensazione ineluttabile.
Ninin nota l’atteggiamento di abbandono della donna che la rende attraente. E’ titubante, per un attimo, poi raccoglie i remi e lascia libera la barca che va ad arrestarsi in una strettoia. Cautamente le si distende accanto e le sfiora dolcemente la spalla. Lei si irrigidisce. Ninin, per non metterle paura, si ritrae ed incrocia le mani dietro la nuca. Entrambi si abbandonano al dondolìo dell’onda.
Dopo un po’ lui le cinge le spalle. Veronica tace.
La nebbia è ormai dipanata, il cielo è pervaso da raggi tiepidi e la brezza si è rinforzata.
Il tempo rallenta il suo battito. Il giovane è in sintonia con il pulsare delle emozioni.
Veronica sta pensando al suo uomo che l’attende al pontile. Da tempo il loro rapporto è diventato fraterno. La giovanile passione, ormai spenta. Si sente agghiacciare in quella situazione così allettante e pericolosa.
Infine impone alla sua mente un silenzio profondo.
Non le giungono più suoni né odori, solo il vuoto della volta celeste gravita su di lei.

Nina e Baldo

La Nina vive nel casolare Dei Dogi con Baldo, suo marito. Si è innamorata di lui quand’era ancora adolescente.
Il Baldo, un gran bell’uomo a quel tempo, ora è irrimediabilmente rovinato dal bere. Ma la Nina non ne è mai stata del tutto cosciente. Di cosa sia cosciente la Nina è difficile a dirsi. Di certo, di lei si può dire che ha degli occhi ridenti, un corpo statuario. Forte e compatta. Un petto largo corredato da due tettone planetarie. La testa di struttura esotica, gauguiniana, piccola rispetto all’ampiezza del busto. Corporatura statuaria. Scolpita alla Botero. E come una scultura, nulla può turbarla, salvo la collera del Baldo ubriaco che riesce a smorzare il suo sguardo ridente. E’ successo più volte. La gioia le si rintana in un angolo buio del cuore. Non comprende. Emana stupore. Il Baldo apre il circuito e spegne la luce negli occhi della Nina. Le porta via la corrente di gioia che le è naturale, spontanea.
La Nina, quando ti parla, mantiene sempre un tono di voce costante, calmo. Con semplicità lei ti dice   che se ne vuole andare via. Aspetta che arrivi la corriera per andare a Loreo da sua sorella.
In paese lo sanno tutti che sua sorella non la vuole e, come la vede, chiama gli addetti dell’assistenza sociale.
La Nina è recidiva con quel Baldo che, quando si ubriaca, la picchia. E’ capitato pure quando le bambine erano piccine. Il Baldo interferiva e lei si scocciava. Prendeva la corriera per Loreo per andare a sfogarsi con sua sorella. Lasciava le bambine al Baldo alticcio finché, un infausto giorno, sono intervenute le assistenti sociali togliendo loro le figlie. Erano così piccine, ancora, appena svezzate dal prospero e generoso seno della mamma. Le ripetute fughe in corriera, lei non possedeva una macchina, sono state la sua dannazione. Almeno non ci fosse stata neppure la corriera! - Recrimina ogni tanto la Nina! –
Ma lei cercava la libertà. Ali alla sua gioia di vivere. Non sopportava gli effetti dell’alcol.
Per quale motivo il Baldo cedesse al bere, lei non lo capiva. Nina è una creatura che sa vivere solo con libertà d’agire secondo l’estro. Segue la sua indole. Vive al presente.
Baldo si dà da fare programmando la giornata, pianificando il futuro. Va a pesca. Alleva il maiale. Tiene il pollaio, l’orto.
Nina si sceglie un diversivo di volta in volta. Non può badare a più occupazioni contemporaneamente. Se, per esempio, trova divertente cucinare le lasagne al forno, di quelle ce ne saranno per giorni e giorni. Lasagne per il Baldo, per il maiale, per le galline e per lo stuolo di bastardini, i cani meticci per capirci. Finito il giochino, la Nina si mette in ghingheri con dei bei vestitini che si compra al mercato. Li accompagna con accessori che spesso riceve in regalo dai polesinini. Avvia il motorino e se ne va a zonzo.
Sfila in sella al Ciao con le vesti che si gonfiano come vele al vento. L’ultima volta che l’ho vista indossava un paio di decolté comprate da Pavan, in centro a Mestre. Le avevo notate sulla rivista Vogue: capretto nero con punta e rifinitura sul tallone di vernice marrone. Le avevo pagate un occhio. Usate un paio di volte: troppo strette. A lei stavano bene. Anche i suoi piedi sono piccoli rispetto al corpo. Si può dire che sia dotata di due piedini di fata.
Il Baldo, intanto che lei gira col Ciao, rientrando in casa dopo la pesca o il lavoro nell’orto, si ritrova lasagne nel piatto, lasagne nel forno, resti di lasagne del giorno innanzi, piano di cucina imbrattato di farina, gusci d’uovo, besciamella e tegame del ragù da rigovernare. Ci trova anche qualche gallina che sbecca, se la Nina ha lasciato la porta aperta. Così, se gli salta la mosca al naso, Baldo butta fuori tutto nell’aia. E poi, seduto sul pianale dell’uscio, si attacca alla bottiglia, sconfitto dall’ira.
Mentre tracanna, lo sa che la Nina è fatta così e che in lui è il vizio a dominare. Non ne può più fare a meno, soprattutto da quando non sa più nulla delle bambine. Il tribunale dei minori ha deciso così: lui e la Nina non sapranno mai il nome di coloro che se le sono prese in adozione. Sa anche che è meglio per loro. Ma gli mancano. E, così pensando, sovrastato da un dolore rabbioso, beve, finché il subbuglio dell’animo non si placa; finché l’amarezza non si dissolve in un turbinio di pensieri sconnessi. Refoli di parole, che un momento sembrano minacciosi, un attimo dopo esilaranti.
Nina al rientro lo sorprende, sovente accasciato sull’uscio, semicosciente. Lo scuote un po’: “Toh! Guarda! Su sveglia! Prendi il gelato che ti rinfresca!” Lo soccorre a suo modo.
Se i fumi del vino sono sbolliti, Baldo accetta il rimedio. Fa posto a Nina sulla soglia e, stretti, fra lo stipite della porta, consumano un momento di dolcezza.
Altrimenti, come già accennato, sono guai e Nina scappa. Si rifugia al bar di Ugo di fronte alla fermata del pullman, sentendosi al sicuro, in attesa che passi il mezzo per andare a Loreo.



Nell’anno che verrà

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’, anche se mi domando… a che serve ancora scrivere. E’ già stato scritto tutto. Non c’è proprio più nulla da aggiungere o da esplorare. Ogni produzione non è che un déjà-vu.
Ma perché, mi chiedo, impugno una penna ed allineo una parola dietro l’altra? Ma sì, lo so, rispondo ad un bisogno interiore. Voglio raccontare le mie emozioni. Vedi caro amico, ci voglio essere anch’io. E non mi basta trasferire moti profondi in pagine di quaderno per una raccolta segreta; se così fosse avrei un ripostiglio stipato di diari.
Non scrivo per me stessa ma voglio raccontare e nello stesso tempo desidero leggere il racconto di altri: a questo scopo non scriverò che lettere. Lettere indirizzate a te, sicura di essere letta e di ricevere una risposta…, nell’anno che verrà.
Da oggi, dunque, è questa la novità, l’ipocrisia dello scrivere per me stessa è tramontata: scrivo per essere letta dagli amici poiché non oso presumere di aver titolo ad essere letta da persone sconosciute. Gli amici sono una gran panacea, ma qualcosa ancora qui non va.
Ogni sera mi riprometto una migliore condotta per l’indomani credendoci fino in fondo.
Domani ridurrò la quantità di calorie della mia dieta. Uscirò e farò del moto. Una camminata ad andatura sostenuta, sarà ciò che farò, procurandomi del benessere al corpo ed allo spirito.
La mia meta potrebbe essere Venezia, dove c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra.
La sera non mi balena mai l’idea di levarmi di buonora con il solo obiettivo Venezia. Sono pigra.
La sera non penso che a distendermi sul mio letto per darmi alla lettura. Leggo. Si sta senza parlare per intere settimane. La lettura è la mia anfetamina contro la paura del sonno.
Concentrata su un romanzo evito pensieri angosciosi. Mi immedesimo in quelli dell’autore di turno. Cerco di capirlo in profondità di scavare nelle sue remote e forse inconsce motivazioni del raccontare. Uno scrittore racconta pur sempre se stesso che lo voglia o meno. Così conosco gente. La mia libreria è un circolo culturale cartaceo piegato ai miei ritmi relazionali, alla mia volontà e capacità di entrare in sintonia con i contenuti letterari.
Con la lettura fuggo dall’ingombrante assillo della quotidianità. Fuggo dalle banalità consolidate di un pensare convenzionale. Fuggo dal pregiudizio. Fuggo da fraintendimenti e risentimenti di una comunicazione frettolosa, spesso malata. E fuggo anche da me stessa eludendo la difficoltà del rapporto con l’altro. Mi rintano sul lettone tutte le sere. Tre, quattro, cinque, sei ore. Dipende dalla tensione. In compagnia dei miei autori preferiti a volte. Spesso con nuovi, per ricevere emozioni e riscoprire altre interpretazioni del mondo. Interpretazioni da condividere o semplicemente da rispettare. Fuggire attraverso la fantasia degli autori che mi porta in ambiti sconosciuti. Solo così posso cedere all’incognita del sonno e passare una buona notte.
Buonanotte!
E’ di nuovo giorno.
Sono sopravissuta.
Esco di casa.
Non vado a Venezia.
Ho il mio cagnolino Pepo al guinzaglio e procedo nel parco cittadino seguendolo lentamente. Assecondo la sua natura di sniffatore di ogni ciuffetto d’erba e di ogni radice arbustiva che incontra. Ha voluto inoltrarsi nel nudo e stretto sentiero che taglia in due l’area ovest del parco della Bissuola. Un sentiero formatosi dal calpestio di trasgressori della viabilità predisposta. Rimane un po’ nascosto dalle alte chiome delle robinie.
Mentre sosto in attesa che il Pepo soddisfi il suo olfatto, noto una figura appartarsi furtivamente presso un arbusto. La mossa repentina mi incuriosisce. E’ una donna che alza l’ampia gonna sulla schiena e scopre la parte inferiore del corpo. Piega il busto a portafoglio scomparendo oltre la ruota della gonna. Flette appena le ginocchia. Sono calamitata dalla inaspettata scena che osservo da lontano, ma non troppo. Disto una quindicina di metri. La vedo bene da quel sentiero dove il passaggio è frequente. Forse lei non lo sa.
La donna così piegata perde la sua qualità di essere umano. E’ una creatura zoomorfa. Ciò che di lei appare è il bianco ed enorme bacino solcato dall’ombra villosa del sesso. Un fagotto con il culo per aria! E fa ciò che la premessa promette: defeca.
Defeca, una raffica di escrementi scuri, segmentati. Defeca come una mucca. Nel contempo razzola del fogliame dal suolo, in fretta. Si netta.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando/ sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno.
Strattono il mio cane per potermi allontanare da lì. Intanto la donna si ricompone. E’ una brunetta dal viso scarno, grazioso. Indossa sopra la gonna una camicia di viscosa bianca a grandi fiori rossi. Ad osservarla ora, non posso capacitarmi del fotogramma che di lei, un attimo prima, si è impresso nella mia mente. Prosegue, verso di me, con portamento disinvolto, quasi distinto. Quelle natiche, lattescenti e pingui, sproporzionate al resto del corpo, sembrano essersi dissolte sotto le vesti.
Ogni Cristo scenderà dalla croce/ anche gli uccelli faranno ritorno.
Che io abbia sognato? Che le continue letture influenzino la mia percezione della realtà? La brunetta cammina svelta e ci sorpassa proseguendo nel suo cammino.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno. E si farà l’amore ognuno come gli va.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico. Lotto contro l’infelicità. Mi aiuto con lo scrivere per ritrovare l’armonia interiore. Così facendo trovo la pace e posso sentire il sussurro della natura che proviene dal giardino che ritrovo, qui, a Borgo Polesinino.
L’hai conosciuto giovanetto. E’ diventato un piccolo bosco e mi parla attraverso l’abete dove sfrigolano i ramuncoli della cima carica di pigne. Poco più in basso, nel folto della chioma, c’è un nido di tortore ben rintanato. Un altro si trova nel ventre del pruno selvatico. Innumerevoli cannaiole vivono nella macchia di canne di bambù, sviluppatasi a dismisura attorno al contatore dell’acqua. E, guarda caso, esso è pure il rubinetto generale dell’impianto idraulico di “la casina”. Ogni volta che serve chiuderlo o riaprirlo ne esco avviluppata di ragnatele e fogliame. Provo un brivido di raccapriccio lungo il corpo solo a pensarci, e sicuramente anche in loro, le canne, scorrerà la repulsione verso la mia intrusione.
Un rospo “bufo bufo”, enorme, ha la tana sotto i vasi di terracotta. Quando piove esce.
I merli si cibano di ficoni e di prugne. Qualche settimana fa gozzovigliavano con le marasche. E poi c’è un via vai di coleotteri, api ed altri insetti che ronzano. Infine… zanzare & zanzare…un’industria!
Dalla veranda-zanzariera ce la faccio a stare all’aperto, spazio cinto ormai da una vegetazione rigogliosa e disordinata che crea un’atmosfera selvaggia. Mi sento fuori dal mondo.
E come sono contenta di esser qui in questo momento
Vedi vedi vedi
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico…

Parole  (Testo in corsivo di Elena Zerbin)

La parola, come una divinità olimpica, nasce e vive per sempre. Nasce come viene pronunciata o scritta, anche solo pensata, e percorre il suo eterno cammino. Vive di forza inesauribile e si espande nel mondo producendo una catena di relazioni fra causa ed effetto a rincorsa, trame intessute di imprevedibili e fantasiosi orditi.
Diversi dunque i modi di darle vita. Uno dei più seguiti è la scrittura. Basta fare una capatina in libreria per capirlo. Nonostante ciò ci sono testi, che in libreria non arrivano. Rimangono in un cassetto di comodino o dimenticati in soffitta. Peggio, possono finire al macero per il riciclaggio, come mi è capitato di sapere. Ma anche così, nel silenzio, esse vivono. Vivono del rimpianto di un incontro perduto.
Alla parola è concesso un suo respiro dunque. A darle alito, in questo componimento, è un’anziana signora, nata e vissuta sempre presso le sponde del Po di Gnocca, che ha sentito il desiderio di raccontare e mi ha affidato il suo racconto:
“Mi chiamo Zerbin Elena, sono nata a Porto Tolle il cinque agosto del millenovecentoventuno-Ho ottantacinque anni..
Questo mio libro (quaderno) chi lo raccoglierà spero lo tenga per una memoria. Come chiamarlo? Diario, ma non so. Vorrei scrivere un po’ della mia vita, da quello che mi ricordo.
Ero una bambina nel 1929, in pieno inverno, freddo, il Po ghiacciato, la gente andava qua e là sopra il ghiaccio del Po di Gnocca.
Tempi duri, non si conosceva nemmeno cosa fosse una stuffa a legna, bruciavamo canna e paglia, nel camino, per scaldarsi.
Nel 1930 mio fratello era andato a prestare il servizio militare, mia mamma e mio papà e mia sorella lavoravano in risaia. Me, andavo a scuola, ma in questo periodo mio papà si ammalò di una malattia piuttosto brutta: il tinfo nero. Una malattia contagiosa: eravamo con il filo tirato intorno casa. Non poteva entrare nessuno, si potevano prendere la malattia.
Mio papà si fece ottanta giorni in letto e, io, me lo custodivo.
Allora si pagava tutto, medicine e pure l’ospedale.
Tempi duri, tempi neri, si lavorava tanta terra, dieci campi di risaia, come dire, melma si zappava! Non ci conoscevamo se eravamo persone o bestie: tutti pieni di terra sporca. E a fine anno quando si andava a fare i conti col padrone, eravamo rimasti in debito quaranta lire. A quel tempo erano tante; si portava a casa riso e formentone (granoturco) per tutto l’anno, ma non bastava. Solo quello! Il pane, vino, solo una volta alla settimana. Ho lavorato!
Nel tempo del fascismo, se volevo guadagnare la giornata, dovevo andare a marciare, come dire: fando (facendo) uno-due il sabato fascista!
I tempi purtroppo erano così, ma dentro me non mi sentivo per quel fare, mi sentivo ad essere alleata con tutti e aiutarsi nel modo più umano della nostra vita. Quello per me lo trovavo più importante.
Nel 1940 eravamo in guerra, avevamo la tessera per comprare quel po’ che si trovava. Poco zucchero, poco di tutto, non si trovava il sale. Il mangiare lo facevamo con l’acqua salata che andavamo prenderla nelle valli. Tutto era razionato.
Nel 1943 l’otto settembre avvenne l’armistizio, entrarono i tedeschi, ci facevano il coprifuoco. Alle otto di sera tutti chiusi dentro casa. Rastrellamenti. Venivano alle case con fucile e mitra per vedere se trovavano qualcuno che fosse scappato dalla guerra per portarli in Germania.
Aeroplani che bombardavano. Andavo a lavorare. Mi nascondevo in mezzo il riso, nei fossi pieni d’acqua, appena fuori con la bocca per respirare, piena di paura. Buttavano giù spezzoni. Dove andavano giù facevano delle buche tanto larghe e di tanta profondità; mi trovai in mezzo la risaia a cento metri di distanza dal spezzone, per fortuna la risaia era tenera, altrimenti non so come mi avrebbero trovata: o ferita, o morta. Ancora mi sento i brividi, che ho ottantacinque anni. Tutto è passato, ma lo si ricorda!
Nel 1945, il 25 aprile è finita la guerra e ai 15 di dicembre mi sono sposata.”
La signora Elena continua il suo racconto citando il susseguirsi di avvenimenti familiari . La nascita dei figli e il duro lavoro nelle valli, assieme al marito, dediti alla pesca, alla raccolta della canna e al lavoro nei campi. Racconta come per lei non ci fosse mai riposo, ma quanto fosse felice nel veder crescere i figli e nel realizzare la costruzione di una piccola casa in muratura togliendosi dalla “baracca” dove, per povertà, erano stati costretti a vivere fino ad allora.
Anno dopo anno Elena costruisce la sua storia. Ora che gli anni sono aumentati e vanno verso i novanta, fa una riflessione su come le sembra che vada il mondo :
“Siamo nel Novembre del 2007- vorrei scrivere ancora un po’.
Mio marito il prossimo anno ha novanta anni ed io vado per gli ottantasette.
Tutti dicono è cambiato il mondo. Io dico è la gente, le persone che sono cambiate. C’è odio, invidia, non ci vogliamo più bene. I figli che ammazzano i genitori, oppure i padri che ammazzano i figli.
In questo momento mi faccio delle domande ma devo trovare anche delle risposte. Allora mi soffermo un po’ e me ne faccio una ragione, poi mi guardo intorno. Manca il rispetto, la comprensione, l’amore vero di parlare fra genitori e figli. Ma i genitori sono messi da parte perché, dicono, siete vecchi e non sapete niente. E’ vero che siamo vecchi, ma io dico, sono capaci loro di mettere in atto il cervello e farlo ragionare? Tante persone sono anziane e sole, ma questa è una ruota che sta girando per tutti. A questa età si ha bisogno di una parola di conforto. L’amore quello vero, il rispetto dov’è andato a finire?
Con tutta la mia esperienza che ho fatto, e ne ho passate tante, non capisco perché si debba vivere tanta solitudine e incomprensione ora che c’è il benessere.”
Mentre la leggo mi sembra di vederla. Fra di noi parliamo in dialetto, ma ogni tanto ci esprimiamo con qualche frase in lingua italiana e rievoco l’intonazione della sua voce:
“Elena, abbiamo scritto le nostre parole. Ora si sono incamminate. Non conosceremo il loro percorso. Sicuramente non cesseranno, mai più,  di vivere.”



Franca Fusetti alias Nou

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