Corriere piccolo

domenica 27 febbraio 2011

Nounourse si rintana

Sarà la Primavera, sarà l’attualità, sarà la vecchiaia, saranno quelle pecche del carattere che non riesco a superare…, fatto sta che sono triste e depressa e non ho più voglia di scrivere.
Non aver più voglia di scrivere mi rende molto triste: circolo vizioso.
“Punto e virgola” è nato con l’intento della scrittura: senza scritti, non ha senso.

... aspetto l'Estate.
Ciao :)

domenica 20 febbraio 2011

Vincitore Premio Kantor 2010

Marta Dalla Via

dal 25 febbraio al 13 marzo
CRT Salone - via Ulisse Dini 7

Milano




PICCOLO MONDO ALPINO
VINCITORE DEL PREMIO KANTOR 2010


di e con Marta Dalla Via e Diego Dalla Via


con Laura Graziosi, Stefano Tosoni

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"Marta Dalla Via ha un talento mimetico e creatore. Cattura e prolifera. Prende in ostaggio gli altri dentro di sé e li fa diventare un coro. Osserva le persone con spietata empatia, dopodiché, fase 1: ne estrae il carattere, nel senso teatrale del termine, e, fase 2: ci costruisce un mondo attorno". TIZIANO SCARPA

***

domenica 13 febbraio 2011

Ai giardini

Foto di Paolo Benini

venerdì 11 febbraio 2011

Umorismo al volante



:)))
(Immagine dal Web)

giovedì 3 febbraio 2011

Il giorno più bello

da "I gioielli di Lidia"


Il giorno più bello, è quando nasce il sole

e il suo calore fa sbocciare un fiore.

Quando ti senti felice per aver donato un sorriso.

Il giorno più bello, è quando non ti senti triste

e pensi al mondo come una favola.

La felicità ti avvolge con una veste dorata

e ti rendi conto di essere amata

di quell’amore romantico, da tanto desiderato.

Il giorno più bello è quello vissuto.
***

L'autobus




Dipinto di Carlo Preti


Artista veneziano








http://www.carlopreti.it/indice.htm


martedì 1 febbraio 2011

Viola (Epistole)

Mio carissimo amico,
c’è poco da dire su mia madre! La odio e la amo! L’un sentimento colpisce l’altro con forza pari e contraria, annullando l’urto. La osservo con sconcerto, vedendola così compresa di se stessa, imperturbabile e sicura come una matrona di marmo sul seggio. Il volto grave e giudicante. Le braccia conserte a protezione della sua suprema ragione.
Ricordo di quando si aggirava nella casa, affaccendata. Si muoveva con ritmo misurato ed incessante. Il tono della voce a volte giungeva alterato, ma appena mosso da uno scompenso umorale. Le succedeva dopo aver subito un contrattempo, una contrarietà. Se la prendeva con me. Con il pollice e l’indice mi strizzava gli avambracci senza preavviso, o subito dopo una fulminea occhiata furente. Non proferiva parola. Nessuno doveva percepire la sua collera. Mi torceva la carne del braccio procurandomi dei lividi, che, ben mi stavano, diceva poi, così imparavo l’educazione.
Subivo quelle sevizie senza comprenderne la gravità, né la loro causa, e le archiviavo supinamente accettando l’arbitrio come un diritto genitoriale, una stranezza degli adulti. Presto il livido si schiariva ed io dimenticavo il dolore ed il suo gesto di collera.
Dimentica, saltavo alla corda in cortile, sempre pieno di coetanei, ero leggera e veloce nel salto. E poi correvo, correvo. Ero sempre in corsa a portare missive agli zii e a tutto il parentado che abitava nel raggio di cento metri.
Stavo bene da bambina.
Mi caricavano, in giri di bicicletta, seduta sulla canna, in quella da uomo, seduta sul manubrio, in quella da donna. Stavo in equilibrio instabile, libera nell’aria.
Senza peso.
Senza sesso.
Mi muovevo con ali d’angelo, durante la mia infanzia.
Avevo appena cinque anni quando è nata mia sorella.
E’ stato in un mattino tiepido di primavera.
Il sole illuminava la casa.
L’aria vibrava di luce.
Mi avevano allontanata al comparire delle doglie della madre, perché non ingombrassi o forse perché non mi accorgessi di come nascono i bambini.
E la pancia?
Oh…, la pancia si sgonfiava!
Al mio ritorno, mi accolsero dei parenti con sorrisi stereotipati su visi impacciati. Ricordo le loro frasi che volevano essere scherzose benché io le abbia giudicate insulse, adatte a bambini idioti. Dicevano: "Ti è nata una sorellina. Ora ti accorceranno le gonne. Serve del tessuto per vestire anche lei”.
E a mio fratello? Ho chiesto, io.
“No, a lui no! Lui è un maschio!” Risposero in coro uomini e donne, tutti d’accordo.
Persi le mie ali d’angelo.
Ero di sesso femminile e dovevo spartire le mie cose. Ho smesso di essere io la piccolina. Dovevo accudire la sorellina.
Dopo un po’, i ragazzi più grandi, ci scarriolavano nel cortile per gioco. Tremavo nelle curve, per timore che la mia sorellina cadesse, ma dovendo divertirmi, sorridevo di paura. Non sono mai più stata libera e leggera come l’aria.
Ora, la madre, è spesso seduta con in braccio la bimba che cura amorevolmente. Sembra una maternità del Botticelli ed io neppure un San Giovannino profetico in angolo, io sono sotto la tela , a guardare.
Se ne occupa senza mai lasciarsi sopraffare dal desiderio di un abbraccio, una carezza, un bacio affettuoso, come avrà fatto certamente, a suo tempo, con me.
Un giorno, me ne lamentai chiedendole perché. Rispose che mi sbagliavo e che lei da sempre mi baciava in fronte, la sera, prima di coricarsi, quando io dormivo già.
Per sere e sere ho obbligato il sonno all’attesa, con gli occhi chiusi, infine quel bacio arrivò. Un bacio algido che mi rassicurò sulla sua sincerità ma non sul suo amore. I suoi pizzichi erano molto più caldi ed espressivi.
Fortunatamente era molto presa dalle sue occupazioni quotidiane ed a me restava sufficiente autonomia per crescere, per dirla con un’espressione attuale: avevo i miei spazi.

Ciao Viola