Corriere piccolo

domenica 31 ottobre 2010

Uno dei dieci - Riflessione-

Andrea Bocelli

Tengo accesa la Tv generalmente su Rai3 ed è per questo che pago ancora il canone. Per lo più l’ascolto. Mi fermo a guardarla nelle pause della mia vita casalinga quotidiana. Sono pause dalle faccende domestiche. Mentre gironzolo vengo catalizzata da una parola, da un suono, da una vibrazione canora. Da tempo mi chiedevo quale fosse la causa delle mie preferenze fra i cantanti. Sono attratta dalle voci che trasmettono le vibrazioni dell’universo. Appartengono a quegli interpreti che hanno dentro la propria voce la sapienza del mondo. Sono pochissimi. Personalmente non riuscirei ad arrivare a contarne dieci. Quando sento uno di loro provo una grande gioia e penso che nella vita c’è la bellezza. E penso, inoltre, che l’essere umano non è ancora ridotto alla schiavitù dello spirito.

mercoledì 27 ottobre 2010

Addio

Sempre più rigoglioso
E forte
E fiorito
Di corolle scarlatte
La veranda ombreggi
Melograno.
Altre vite verranno
Presso i tuoi rami
Verdi
E folti
E rossi di boccioli
come stelle sboccianti.
Il cane Pepo ed io
Riposavamo
Corpo e spirito
All’ombra tua
Negli afosi meriggi
Solatii
E gioivamo di te.
Altri ora verranno
E godranno

martedì 19 ottobre 2010

Il mio pittore preferito

***I fidanzati della torre Eiffel***

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Marc

Chagall

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sabato 16 ottobre 2010

Il Romanzo

Mi sto imbattendo in questi giorni ripetutamente sul tema del romanzo. Ne parlano gli intervistatori televisivi e ne deduco debba essere un argomento di attualità.
In realtà il dibattito è iniziato e ha cominciato a divulgarsi da qualche anno fra il popolo dei lettori.
E’ un interrogativo che si pongono diversi scrittori di nuova generazione. Alcuni dei quali destinati a diventare i “classici” dei nostri nipoti e pronipoti.
Nelle mie già accennate frequentazioni di corsi e laboratori di scrittura ho avuto modo di capire la complessità dell’espressione letteraria.
I docenti si esprimevano nel loro linguaggio erudito come è giusto che sia e che certamente io non sono in grado di riportare (mannaggia ai miei esigui studi commerciali), MA mi hanno fornito delle indicazioni utili alla scelta dello svolgimento dei miei testi. Approccio la prosa cercando di non mescolare i generi e gli stili, e anche di comporre il testo secondo il mio pensiero e sentimento: secondo me!
Uscendo dalla mia visione personale, sento dire che il romanzo, come genere letterario sia morto, come Dio per Nietzsche, come il mito di Prometeo per gli osservatori dei nostri tempi.
Mi sembra che si voglia dire che quell’uomo che esprimeva l’arte del romanzare sia scomparso. La mente dell’uomo odierno sembra non essere più strutturata a tale costruzione. E cito una frase di F.N. “Pensiamo troppo rapidamente e strada facendo, mentre camminiamo, mentre attendiamo a negozi d’ogni genere, anche quando meditiamo su quanto c’è di più serio; abbisogniamo di poca preparazione, perfino di poco silenzio – è come se portassimo in giro nella testa una macchina dall’inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare.”
Gli scrittori sanno sicuramente, tecnicamente, strutturare un romanzo: un romanzo con nella testa l’inarrestabile rullio che tutti ci portiamo in giro, da più di un secolo ormai.
Nonostante questo indiscutibile cambiamento, tantissime persone vogliono raccontare. Molti usano la forma del racconto breve o più o meno breve. Una docente dei proverbiali corsi, si domandava se la forma del racconto non fosse un’espressione di genere femminile, dato che molte donne l’adottano?
Io non saprei che dire. E, sinceramente, era quello che volevo dire.
Una cosa è certa: viviamo un rifiorire della prosa e della poesia e moltissime persone, moltissime!, scrivono, come più pare e piace, ma scrivono malgrado tutto e questo è molto stupefacente: chissà cosa ne avrebbe pensato il grande filosofo?!

venerdì 15 ottobre 2010

Centro commerciale - 3° Parte

Riprendo la lettura. Le ragazze si allontanano verso le vetrate e confabulano fittamente fra di loro. Poi la spavalda mora se ne va e la biondina, la perdo di vista.
Leggo: “Si stava per ore sulla strada in silenzio quando il pensiero –veniva- su una o anche su due gambe. Così voleva la dignità della cosa”…
Penso che significhi che l’inclinazione al pensiero meditato da parte di alcuni uomini era considerato un valore e per questo rispettato. L’incontro con persone riconoscibili in tale atteggiamento dava modo di comprendere l’importanza del cerimoniale. Il cerimoniale si esprimeva attraverso un tempo, uno spazio e una forma a esso riservati. Il cerimoniale era il luogo di accoglienza per lo sviluppo del pensiero.
Oggi il pensiero non può occupare tutta la mente e fermarsi “su una o anche su due gambe”, cioè soggiogare le membra (più in generale il corpo) per ore al percorso meditativo, come richiederebbe la dignità del pensiero, della cosa.
La biondina rispunta, si avvicina. Vuole spiegarmi che nulla si può contro la macchina. Anche a lei e alla sua amica e capitato ieri e l’altro ieri, di non aver ricevuto il resto. Vuole soprattutto affermare che loro non rubano.
Mi faccio l’idea che si siano intimorite del mio anatema: è nota la loro natura superstiziosa. Sono molto intuitivi e la biondina non fa eccezione: ha capito che io me ne frego della superstizione; ha capito anche che non ho pregiudizio nei suoi confronti.
Riprendo il discorso su ciò che sarebbe giusto in questo caso, e cioè riconoscere all’uomo il resto che gli era dovuto per riparare del difetto meccanico.
Non importa –dico- se in passato avete subito lo stesso danno, ora tu e il signore vi trovate di fronte e puoi riconoscere il gesto giusto da fare: non per il valore pecuniario ma per il valore morale: sarebbe un gesto di rispetto e di solidarietà…
La biondina mi guarda con due occhi molto incuriositi: non so se mi abbia compresa veramente. Non fa nessun gesto solidale. L’uomo se ne va speditamente accennando, verso di me, un saluto con il capo. La ragazza prende il suo posto al tavolo di fianco al mio.
E’ curiosa inoltre di sapere cosa leggo in quel libro giallo.

lunedì 11 ottobre 2010

Centro commerciale - 2° Parte

Non posso più stare solo ad osservare e con un tono di voce intenzionato ad essere il più calmo e dolce possibile, lo blocco: “ No, senta, ci riprovi – gli dico - A 67: A…ssei…ssette…”
Sembra che la mia voce quieti la sua agitazione. Intanto, l’anziana donna, interviene avvalorando la tesi del coevo e mi assicura che anche il giorno prima è successa la stessa identica cosa e che ha perso pure tutte le monete. Un esplicativo tloch!, interrompe la spirale di congetture negative e la lattina di coca cola può essere rimossa dal cassetto di prelievo.
I teneri anziani si felicitano ora risollevati del buon esito.
La donna infila la bibita in borsa, subito saluta e se ne va asserendo che, bene!, oggi è andata bene.
L’uomo si accinge ora a selezionare un caffè per sé.
Caffè: 35 centesimi. Mette due monete da 20 e preme il pulsante selezionatore. Subito esce il bicchierino con il caffè, ma non il resto di 5 centesimi.
L’anziano si siede al tavolo presso cui poco prima stava la giovane coppia, Le dimensioni dell’uomo occupano tutto lo spazio fra il tavolo e la macchina distributrice. Sembra un giocatore di carte di Cézanne, un po’ scomposto, messo di sghimbescio. Rivolto a me, che ormai ho lasciato in sospeso la lettura con il libro aperto all’ingiù sulla pagina del sesto paragrafo, disserta sui cinque centesimi di resto che il marchingegno tiene in sospeso fino alla prossima consumazione; lo spiega il tecnico della manutenzione in un breve comunicato incollato sotto il pulsante per il recupero monete. L’uomo mi dice che non sono nulla 5 centesimi! Anche ieri ha fatto così: se li mangia lei o quelli che selezionano dopo di me. Questa macchina è strana! Potrei andare alle casse e chiederne la restituzione. Me li darebbero! Ma come si fa a chiedere 5 centesimi…non vado di certo! Non sono nulla cinque centesimi, asserisce impettito. Io annuisco. Lui abbassa gli occhi.
Io – Si!, ha ragione. Si tratterà di un guasto, di un malfunzionamento. Però dovrebbero ripararla non per i 5 centesimi, ma perché non è corretto.
Lui – Già…proprio così…non è giusto! E poi 5 centesimi oggi e 5 centesimi domani …alla fine non è giusto! Ma come si fa a chiedere 5 centesimi alle signorine delle casse? Anche se te li danno, senza fare una piega! Solo…andare a chiedere…figurarsi…5 centesimi!
Io sorseggio la mia cioccolata, lui il suo caffè. Riprendo in mano per un attimo il libro e lo richiudo introducendo alla pagina una matita per le sottolineature come segnapagina. Il volumetto sembra ora un oggetto fuori posto in quel luogo, benché non mi prenda la determinazione di riporlo in borsa. Non so per quanto dovrò ancora aspettare mio figlio e questo tempo mi può essere utile nel recuperare le letture che il gruppo di filosofia ha già fatto e meditato negli incontri in cui io ero assente. Non so ben comprendere Nietzsche, ma questo punto 6 mi sembra accessibile.
Tento di riprendere la lettura ma, subito, arrivano due giovani donne, pure loro si mettono alle prese con monete, codici e pulsanti.
L’uomo – Ecco! Ha visto che i 5 centesimi sono usciti assieme al resto delle ragazze?
Io – Davvero!- Vedo il display segnare l’azzeramento del credito e d’impulso, rivolgendomi ad una delle due, la informo che 5 centesimi del suo resto sono del signore, seduto.
Le due adolescenti sono palesemente di etnia rom. Una biondina che mi osserva apertamente ed una moretta che mi dà una sbirciata obliqua e una scrollata di spalle, come per dire che tutto il resto è caduto nelle sue mani , ciò prova che è tutto suo. L’anziano le spiega che sì, i 5 centesimi, sono nelle sue mani, ma solo per difetto di funzionamento del meccanismo. La moretta scrolla di nuovo le spalle, spavalda. Io mi indigno e replico che lei si sta tenendo 5 centesimi in più del dovuto: di fare i conti! Scrolla di nuovo le spalle e, nel movimento, rovescia parte della cioccolata calda sul pavimento. - Ben ti sta! – Le mando a dire, pentendomene nello stesso medesimo istante!
Riapro La gaia scienza e mi ci aggrappo come ad un’ancora di salvezza.

domenica 3 ottobre 2010

Centro commerciale - 1°Parte


Una giovane coppia è seduta al tavolino vicino al mio nell’area di sosta dell’ipermercato Coop di Bologna, presso i distributori automatici di bevande.
Io non sono qui per fare la spesa. Mi trovo qui unicamente per aspettare mio figlio che è in un altro punto vendita per lavoro, all’interno del quale non c’era un’area dove potere sostare. Qui c’è un discreto spazio predisposto.
Apro "La gaia scienza" sulle prime pagine. Cerco di leggere Nietzsche. Alle parole del filosofo si sovrappone un breve dialogo di due vicini.
Lei - Danno il lavoro anche a chi non è preparato. Non si capisce con quale criterio effettuino la scelta. Io sono fuori, comunque.
Lui - Il maestro unico non può essere la soluzione per la scuola primaria. Oggi sono necessarie molteplici competenze.
Lei - Il maestro unico, un vero maestro, lo può, secondo me. Io me ne sentirei capace.
Lui - D’accordo! Tu ti sei sempre interessata di tutto. Sei preparata di tuo, ma non tutti lo sono.
Cerca di consolarla e di incoraggiarla. La esorta a non deprimersi. Poi si alzano per andarsene. Io sollevo lo sguardo dalla pagina, riluttante ad essere sfogliata, ed incrocio il loro. Mi abbozzano un sorriso. Sanno che non posso non aver sentito la loro conversazione. Io ricambio. Li vedo bene ora, direttamente per in istante: vedo una coppia magnifica che la società mortifica anziché valorizzarne le potenzialità.
Ci scambiamo un saluto di cortesia.
La mia attesa si protrae.
Sono all’aforisma 6. Perdita di dignità. Nietzsche dice: “La meditazione ha perso tutta la dignità della sua forma, si sono ridicolizzati il cerimoniale e gli atteggiamenti solenni dei pensatori e non si tollererebbe più un uomo saggio d’antico stile. Pensiamo troppo rapidamente e strada facendo, mentre camminiamo, mentre attendiamo a negozi d’ogni genere, anche quando meditiamo su quanto c’è di più serio; abbisogniamo di poca preparazione, perfino di poco silenzio – è come se portassimo in giro nella testa una macchina dall’inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare. Un tempo lo si vedeva subito che uno voleva pensare – era l’eccezione! -, che voleva diventare più saggio e si preparava a pensare: si atteggiava il viso come per una preghiera e si tratteneva il passo: si stava per ore sulla strada, in silenzio, quando il pensiero « veniva » - su una o anche su due gambe. Così voleva - la dignità della cosa! -”
Stavo riflettendo sulla metafora di quando il pensiero veniva su una o anche su due gambe quando un uomo ed una donna anziani si avvicinano ai distributori automatici. Sembrano insieme per caso, incrociati alla Coop. Sono discinti. La donna, un involucro imbottito di indumenti sovrabbondanti e scarpe da ginnastica sformate dall’uso prolungato. Forse si conoscono già. Hanno una complicità sodale. La solidarietà della vecchiaia!
Lei - Ah!...io non riesco a far funzionare queste benedette macchine!
Appoggia la borsa sul tavolino dove anch’io ho addossato la mia borsa, la cioccolata calda e "La gaia scienza" dalla copertina gialla che spicca.
Cerca le monete da inserire. Vuole una lattina di coca cola.
Lui – Dia a me! Faccio io! S’ impettisce da uomo galante. Fa il cavaliere. Lui aziona le macchine come, del resto, ha sempre fatto nella sua vita di operaio. Ha una bella statura, dritta, energica. E’ vestito di grigio scuro. Giacca a vento ordinaria, pantaloni di tessuto di lana, usurati , non tengono più la piega: è quasi elegante nel suo contegno sobrio. Conosce la procedura per snidare quella merce: primo, inserire le monete; secondo, digitare il codice relativo al prodotto; terzo, premere il pulsante; quarto, prelevare la bevanda.
Digitare…maledizione! Digitare… Per la coca cola A67. Il cervello gli confonde il codice sotto gli occhi e le sue dita premono: 67 A; 7A6; 76A…maledizione e stramaledizione! Il congegno non funziona…come osa… fare questo a lui che ha trattato, per una vita, congegni d’ogni sorta! Si innervosisce, gli mostra un pugno nerboruto, possente.

venerdì 1 ottobre 2010

Il medico di famiglia e l'anziana paziente


La sala d’attesa dell'ambulatorio medico è popolata da numerosi pazienti. Nara conversa con una sua coetanea mentre aspetta il proprio turno.
- Ti ricordi del tempo in cui questi locali erano la nostra scuola elementare?
- Mi ricordo, eccome! Qui dove siamo sedute c’erano i bagni ed ai lati le due aule. Solo due aule, ma tanti bambini! Almeno una quarantina per classe!
- Eravamo in parecchi, infatti! Tutti i nati nove mesi dopo la Liberazione, classe 1946!
- Dovevamo fare il turno di pomeriggio perché i posti erano insufficienti!
Così Nara si intrattiene con Chiara in una conversazione dal sapore antico, con il tono pacato di un’educazione verbale appresa quando la televisione non c’era. Un tono in armonia con il fruscio delle fronde dei salici attraversate dalla brezza marina, dal lento scivolìo del fiume verso la foce; non proposizioni in corsa con i tempi televisivi, troppo costosi per non essere freneticamente riempiti. Le generazioni susseguenti alla loro, ne hanno subito l’influsso e parlano con frasi brevi e frettolose. Si può dire che più che conversare, sentenzino.
Nara si sente bene, cullata da quell’anima polesana che si contraddistingue per la comunanza di esperienze e per l’appartenenza territoriale e sociale. Si sente a casa!
E’ arrivato il suo turno ed entra nell’ambulatorio.
Il medico è confinato dietro la scrivania e la osserva da sopra gli occhiali, appoggiati sulla punta del naso.
- Sono la figlia della signora Beatrice - si presenta Nara, per timore di non essere prontamente riconosciuta e quindi per non creare imbarazzo al medico.
- Lo so! – Risponde l’uomo con un tono che significava: “Non c’è bisogno di questo preambolo!”.
- Sono qui per mia madre, che è piena di dolori, e per dirle che la sua richiesta di ricovero ospedaliero non è stata accolta al pronto soccorso.
- Era prevedibile! Ma è bene che sua mamma, con il caratterino che ha, ne faccia esperienza diretta, altrimenti crede che non ci si occupi abbastanza di lei. –
- A chi lo dice! Ma cosa faccio io, ora, contro i suoi malanni?
Il medico, che è anche specializzato in neurologia, a questo punto si rivolge a Nara in veste di specialista.
- In primo luogo lei non deve essere così ansiosa, altrimenti mette sua madre ancor più in agitazione! In secondo luogo…
Nara non lo segue più perché rimane colpita da quelle parole.
Da qualche tempo è molto ansiosa, infatti. Presa da tante preoccupazioni è ansiosa da star male, da non dormire la notte. Ma si sorprende nel constatare che il disturbo sia così evidente. D’altra parte, minimizza, si tratta di un “addetto ai lavori”, se non se ne fosse accorto lui, chi sennò?
E’ un uomo di poche parole, indagatrici. Nara si sente sempre un po’ aggredita dal suo modo di fare cattedratico, ma non intimidita. Prova per lui una segreta stima e gratitudine perché, forse a sua stessa insaputa, è stato per lei un maestro. Anni addietro, ha saputo, con una frase detta al momento giusto, aprirle un ingresso ad una vita più saggia. La frase era: - Non si può cambiare la testa agli altri; ognuno può, invece, cambiare la propria! –
Subito pensò fosse polemica gratuita, più tardi, Nara, comprese il profondo significato di quelle parole. Da quel momento è stata molto meno esigente con le altre persone e più esigente con se stessa. Ha riflettuto molto sui propri ed altrui comportamenti, imparando a riconoscerne i limiti e a desistere per lasciare a ciascuno la propria libertà, senza tuttavia arrendersi nelle vicende della vita personale e di relazione. Ha intrapreso così un sentiero non ben definito e non facile da percorrere, ma significativo in una vita di relazione più consapevole.
- Sua madre è sana, per sua fortuna, e gli acciacchi sono compatibili con l’età avanzata. Non si preoccupi per lei e le dica di chiamare me all’occorrenza! -
In questo modo, generosamente, il medico dispensa Nara dall’onere della visita per procura, già prevedendo che sua madre gliene avrebbe richieste una sfilza.
Segue l’anziana donna da più di trent’anni. Lui di lei dice che ha un “caratterino”. Lei di lui dice che a volte è “sustoso” (burbero), ma che con lei si è sempre comportato bene e, come dottore, “quando vuole” sa il fatto suo.Il colloquio finisce e Nara si congeda. Probabilmente lo fa con un’espressione che ricorda la madre perché nota nello sguardo del medico che sormonta le lenti, un lampo di divertita tenerezza.